Normalità

Il cielo terso evidenziava ancora di più la bellezza di quella giornata che, benché l’inverno fosse alle porte, sembrava un piacevole amarcord primaverile. Benché occorressero un maglione pesante ed una sciarpa il tempo era perfetto per concedersi una passeggiata in bici. La campagna, seppur dormiente come tipico in quel periodo dell’anno, presentava ancora qualche sparuto segno di vita: risplendevano infatti gli abeti, i pini, e qualche melograno era ancora attaccato all’albero, anche se si intravedeva già il vermiglio dei loro chicchi.
Un motivetto fischiettato accompagnava l’andatura, tranquilla ma continua, verso casa sua. Un giorno così splendido  meritava di essere vissuto a fondo, e di certo lei non avrebbe avuto nulla da ridire alla sua proposta di trascorrere del tempo all’aperto, prima dell’arrivo delle buie e gelide giornate invernali. In breve quindi, si ritrovò sulla soglia di casa sua, ed ella, appena suonato il campanello, apparve già avvolta dalla sciarpa e da un cappotto, pronta per uscire.
<<Immaginavo sai, che saresti passato>> fu la sua giustificazione.
Giusto il tempo di prendere la bici in garage e subito cominciò il loro tour della campagna un po’ fuori stagione. Rientrarono al tramonto e decisero di trascorrere insieme anche la serata, seduti davanti al camino, accompagnati da un bicchiere di vino e qualche castagna, raccontandosi fatti di vita quotidiana, esperienze vissute, e quei sentimenti reciproci così evidenti e mai celati.
La serata trascorse velocemente e nel frattempo il tempo mite e benevolo del pomeriggio aveva fatto spazio ad un freddo pungente e ad un vento gelido, che consigliò ai due di trascorrere assieme anche la nottata. Dal tepore del camino si passò dunque a quello del letto, in un climax di sensazioni che partendo dall’affetto culminò nella passione. Giunto il momento di dormire, egli fece per augurarle la buona notte, ma la trovò già tra le braccia di Morfeo, provata dalla giornata piena. Quando anche lui fu sul punto di addormentarsi però, sentì una serie di colpi provenire dalla finestra, seguiti da quella che sembrava una voce, flebile ma distinta, che chiamava il suo nome, sì proprio il suo. Decise quindi di scoprire chi, o cosa, emettesse quei suoni e di colpo balzò giù dal letto.
Il pavimento era gelido, e il freddo pungente sui piedi nudi lo fece rabbrividire. Si vestì un po’ alla buona e si apprestò ad uscire di casa. Il vento che si era alzato gli sferzò la faccia  appena aprì la porta, ma continuò ad avanzare, perché ad ogni passo in avanti la voce dapprima appena percettibile diventava sempre più chiara e forte, e continuava incessantemente a ripetere il suo nome.

All’improvviso ebbe una sorta di black-out. Trascorso qualche istante, si ritrovò disteso, e cercando di mettere a fuoco dove si trovasse, ciò che vide lo sconvolse.

Il cielo aveva fatto spazio ad un soffitto, anche se il colore di questo ricordava molto l’azzurro del cielo che aveva contraddistinto l’inizio di quella giornata all’apparenza normale.

La finestra dalla quale provenivano le voci non dava più sui campi arati, ma mostrava il muro di un palazzo adiacente. A quanto pare era sdraiato in un letto, accanto a lui v’era una donna conosciuta, certo, era sua madre, ma lei era intenta a dialogare con un uomo sconosciuto, che indossava un camice bianco. La sua faccia era preoccupata, una lacrima le solcava le guance. Tentò di alzarsi, di raggiungerla, ma notò immediatamente due cose: al braccio aveva attaccata una flebo, ma la cosa più sconvolgente era che le sue gambe non sembravano assecondarlo. Cominciò a sentirsi sempre meno confuso ed intorpidito, ed a un certo punto riuscì a intercettare un breve scambio di battute  tra sua madre e l’uomo sconosciuto: poche parole, ma lapidarie.
<<Suo figlio ha avuto un bruttissimo incidente, però ora è stabile, non ha riportato danni alla sfera cognitiva, ma purtroppo devo avvertirla che non camminerà mai più>>.
Furono quelle parole a ricondurlo completamente nel mondo reale. Era in ospedale e aveva subito un’operazione a seguito di un bruttissimo incidente in moto. Tutto ciò che a suo dire aveva preceduto quegli attimi di confusione apparve sotto una luce diversa: l’azzurro non veniva dal cielo, ma dalle pareti di quella stanza d’ospedale. La voce in lontananza altro non era che sua madre che tentava di svegliarlo; la bici, ahimé, si era trasformata in una sedia a rotelle e il tepore del camino era stato sostituito da quello, molto più grigio e ordinario, di un termosifone.

Con la consapevolezza arrivarono, come era naturale, anche un sacco di interrogativi.
La sua mente dunque aveva voluto regalargli un’ultima giornata di normalità? Ogni cosa di quello che aveva creduto di vivere era frutto della sua fantasia? La sua vita come sarebbe cambiata da quel momento in poi?

Girò la testa e, in quel momento di dubbi e paure, scoprì che almeno una certezza era rimasta. Non aveva immaginato proprio tutto, qualcosa non era frutto del suo subconscio: lei era lì con lui, uguale in ogni aspetto alla figura protagonista del suo “sogno”. Giaceva addormentata su una poltrona, dopo una interminabile veglia, nell’attesa che si risvegliasse. Fortunatamente quindi, non tutto nella sua vita sarebbe cambiato.

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