Pazzi, sbiellati, fuori di testa, praticamente sani
Alessandro Cascio Gennaio 3rd, 2007
Dicono che ad essere pazzi si stia bene, altri invece dicono che si stia da cazzo, ma io che pazzo ci sono stato davvero, dico invece che si sta bene e si soffre, solo che in modo diverso da molti esseri umani. E’ quando ti obbligano a prendere tutte quelle pillole colorate che le cose cambiano. Che non ho mai capito perché le colorano: che forse uno la pillola se la guarda, gli piace il colore e decide di curarsi la schizofrenia?
“Non ho resistito, guarda che splendido arancione.”
E poi il pazzo chi sarebbe, chi prende la pillola o chi la fabbrica?
Ora io sono vecchio e i miei infermieri mi rincoglioniscono ogni giorno e la cosa mi va anche bene perché tanto non devo più dimostrare al mondo nulla a settant’anni. A quelli manco glie ne frega un cazzo di mantenermi in vita perché mi passano il Wiskey se glielo pago bene, alla faccia di misture letali di farmaci e alcol. Io sto bene, c’ho settant’anni e riesco a scrivere con tutte e due dita le mie memorie, quando c’ho la memoria, che quella a volte se ne va a puttane e allora mi devono dare una pillola verde, ma di un verde chiaro, tipo acquarello, ma più triste.
Dico: “Non ce l’avete rossa come le labbra di una bella gnocca?”
Dicevo delle mie memorie. Con le mie memorie voglio farvi capire che non tutti i pazzi sono pazzi veramente e chi a volte crede di essere pazzo non è pazzo sul serio, altri fingono e altri invece fingono di essere normali e magari si ritrovano in un’industria farmaceutica a colorare le pillole.
Ok, se ve lo scrivo così non se ne capisce nulla, avete ragione, ma non è facile comprendere per me che ci sono passato, figurarsi per voi che state leggendo, per questo vi racconto i fatti, così capite meglio.
Noi eravamo pazzi, io e i miei amici del cuore, ma non pazzi del tipo “giovani scapestrati” ma pazzi, sbiellati, fuori di testa, in un certo senso malati. Eravamo io, Popov l’inventore e il suo Robot Esse-centeundici, Tenente Colonnello e Angelo. L’ultimo sembrerebbe il più normale visto che ha mantenuto il suo vero nome e invece è lì che vi sbagliate. Ecco, ora comincerete a capire meglio ciò che vi sto raccontando. Tenente Colonnello era davvero stato un Tenente Colonnello, ma poi gli era venuta una depressione cronica, una specie di mal di vivere al contrario. Invece di ammazzarsi lui come tutti i bravi depressi, s’era barricato nella stanza e voleva ammazzare gli ufficiali che cercavano di destarlo dal tragico gesto… tragico per loro, s’intende.
Poi c’hanno pensato gli sbirri a metterlo giù, un tipo di sbirri che ha a che fare con le menti malate. Questi sapevano che Tenente Colonnello amava gli scacchi e allora uno di quelli gli fa: “Che, te la fai una partita a scacchi? Se vinci li puoi ammazzare tutti se perdi non li puoi ammazzare.”
Ora, non è che lo sbirro sapesse giocare a scacchi, mentre Tenente Colonnello sì che era uno con le contropalle a giocare e tutti gli ufficiali che erano con lui in stanza si sentirono più morti che vivi.
Tenente Colonnello dice: “Ma io guarda che sono arrivato quarto ai campionati provinciali e per poco non prendevo la medaglia di bronzo perché prima di me c’era uno che aveva barato”
E lo sbirro usando la psicologia risponde: “Ma va che non è vero, che tu mi vuoi pendere per il culo.”
E Tenente Colonnello: “Giuro, gli avevano messo l’auricolare e uno russo gli diceva tutte le mosse che doveva fare.”
E lo sbirro sempre usando la psicologia perché in verità delle stronzate di Tenente Colonnello non gli fregava nulla: “E tu come lo sai?”
“Lo so perché ad un certo punto s’è alzato e s’è messo a gridare: oh ma che cazzo! Io mica lo parlo il russo e quindi c’hanno messo uno di Gallipoli che era bravo, ma non quanto il russo. Se quello avesse saputo il russo sarebbe arrivato primo…”
“E se non avesse barato tu saresti arrivato terzo.”
“Per l’esattezza.”
“E ora te la fai sta partita?”
“Certo.”
“Posa il mitra che hai al collo che se sbatte nella scacchiera vola tutto e la regina ce la troviamo tra le gambe. Che però non sarebbe male un pompino regale.”
Tenente Colonnello rise della battuta, disse “già, scusa” posò il fucile e gli altri sbirri lo massacrarono di botte. Con quelli c’erano pure gli ufficiali che erano cagati sotto ma due calci glie li avevano tirati volentieri prima di andare al cesso. “Cos’è?” chiede Tenente Colonnello: “Non si gioca più?”
Ora non dico con questo che Tenente Colonnello fosse sano, ma di certo era davvero stato Tenente Colonnello e sano lo era più di Angelo che camminava con un sasso al guinzaglio. Di questa cosa Esse-Centoundici s’incazzava e a dire il vero pure io che gli dicevo:
“Ma che ti porti un sasso al guinzaglio?”
“E’ vivo pure lui, è un essere della natura. Ma tu lo sai che i minerali hanno particelle che…”
“Ma va a cagare te e la scienza. Dico che mica ti scappa se gli levi il guinzaglio.”
“Sì, ma manco mi viene dietro.”
Allora lì Popov veniva in suo soccorso dicendo: “Questo però è vero” e il suo Robot, Esse-Centoundici gli rispondeva: “Ma stai zitto, cretino.”
Io dicevo sempre a Popov di farsi trattare bene dalla sua creazione, che era lui l’inventore lì e non doveva di certo farsi mettere i piedi in testa, anche se Esse-Centoundici era una gran gnocca dai capelli neri e gli occhi verdi con la scollatura bassa, la più bassa nella storia delle scollature basse ma che lo stesso non le scopriva i capezzoli che venivano fuori duri e dritti dai vestitini volanti e a fiori che indossava. Gli chiedevo: “Sono bottoni?” e il Robot mi rispondeva che servivano a lanciare raggi infrarossi per tramortire le persone. Ed io rimanevo ammaliato da quella creazione e da Popov che era il mio genio preferito, lo preferivo ad Einstein che aveva pure diviso l’atomo, ma io non potevo mica saperlo perché, già c’avevo gli occhiali ed era difficile vedere l’atomo, figurarsi poi, se me lo dividevano. Io non ero per il progresso che tendeva a rimpicciolire le cose sempre di più. Dicevano che prima o poi avremmo potuto portare un’intera casa con noi, dovunque, con una cosa che si chiamava camper e che avrebbe messo al bando le roulotte. Ma se uno esce di casa ci sarà pure un motivo: è che forse a casa non ci vuole più stare. Ci saremmo trasformati in enormi lumache: tutti. Io pensavo che sia Einstein che l’inventore del camper non erano come Popov perché il Robot di Popov si poteva toccare con mano, mettergli una mano tra le gambe e sentire l’olio delle giunture che ti riscalda. Quella sì che era un’invenzione, ma era pur sempre donna e Popov era sottomesso a lei.
“Te la trombi?”
“No.”
“Allora sei scemo. Un genio scemo”: e pazzo, ovvio.
Angelo aveva il nome di battesimo e portava a sé un masso enorme trascinandolo come un cane, ma un cane senza gambe o che ha deciso di non alzare il culo da terra.
Dico: “Non potevi comprare un Chiwawa invece che un San Bernardo?”
E lui mi risponde: “Guarda che è un trovatello, mica l’ho comprato. E’ lui che ha scelto me, era fermo all’uscita dell’ospedale e allora l’ho preso.”
La sera ci si ritrovava tutti in spiaggia a parlare. C’avevano dato i sedativi, quindi stavamo un po’ rincoglioniti.
Mi chiedeva Tenente Colonnello: “Hai mai volato fino alle stelle?”
“Io guarda che sono l’uomo ragno” rispondevo: “Mica Superman.”
“E me lo dici com’è che riesci a volare così in alto prendendo così poca rincorsa?”
Ed io gli dicevo: “Guarda che io sono l’uomo ragno, mica Superman”
“Ma com’è che riesci a cambiarti, ora che mettono le nuove cabine telefoniche a muro?”
Ed io non dico più niente, ma mi avvento su di lui, per quanto posso perché c’ho i movimenti rallentati e gli dico: “Oh, guarda che io sono l’uomo ragno, mica superman, io mi arrampico nei palazzi.”
“E che, l’ascensore non ti funziona?”
Mentre lo strangolo sento che Esse-Centoundici dice delle cose che ci mettono subito in allarme tanto che a Tenente Colonnello pare che gli sia passato lo sballo dei tranquillanti e scatta veloce in avanti verso un grosso scoglio in mezzo la sabbia che probabilmente milioni di anni prima era sommerso dal mare o forse aveva solo inseguito Angelo sentendo l’odore del suo masso.
Era forse la stagione dell’amore per i massi.
Sentimmo: “Così, trapanami, perforami tutta, davanti e dietro.”
“Popov la sta smontando.”, dico.
“Era ora” dice Angelo, che aveva messo il suo sasso a giocare con lo scoglio: “Comandava troppo per essere un Robot.”
Ma poi sentiamo ansimare ancora e allora ci spostiamo e vediamo la bionda meccanica interamente nuda, a cavallo di Popov che aveva le braghe calate e se la stava trombando mentre lei lo attorcigliava tutto con le sue lunghe gambe, sode e lisce. Non si manteneva ferma un attimo.
“Vedi che se la tromba?” dissi, “Popov non è mica scemo.”
“E secondo te noi possiamo trombarcela pure?”
Tenente Colonnello se ne stava con il suo coso di fuori e se lo maneggiava puntandolo verso di me che gli dicevo: “Ce l’hai grossissimo, ma che hai fatto?”
Angelo si sporge per vedere ma quello gli spruzza in faccia: “Oh ma che cazzo fai…”
E mentre rido sento Esse-Centoundici che si avvicina e dice: “Chi l’ha grosso è benvenuto.”
Noi ce l’avevamo tutti duro, non tutti della stessa dimensione ma di sicuro tutti duro, ma avevamo fatto sesso poche volte io ed Angelo e così dico a Tenente Colonnello di iniziare lui.
Angelo che s’era pulito la faccia mi ferma, mi dice: “Ma tu sei matto.”
“Senti chi parla, pure tu lo sei.”
“No, dico che se facciamo iniziare a lui che ce l’ha grosso, poi quella ci prende gusto e noi non ci vuole più. Inizia tu.”
“No”
“Sì”
“No.”
“Sì”
E dopo aver proseguito per una decina in quel modo, Popov prende il telecomando e lo punta verso Esse-Centoundici che sotto il suo comando mi sbottona i pantaloni e lo prende in bocca. Fino a lì ci arrivavo perché tanto faceva tutto lei, ma quando era il momento di cominciare a far qualcosa di mia iniziativa mi prendeva il panico, ma non perché sono timido, ma perché ero un ragazzo c’avevo poca esperienza. Popov però era stato gentile a trattarci in quel modo, a farci scopare il suo Robot e allora mi metto d’impegno e quando la bionda smette di salivarmi l’aggeggio, si mette a quattro zampe e mi dice maialate. Io non so che dire e dico: “Sì, sì, sì” ma non sono credibile e allora assumo un tono di voce più caldo e ringhiante e dico di nuovo: “Sì, sì, sì” ma neanche così sono credibile e mentre cerco di assumere un nuovo timbro quella mi dice: “Guarda che quello è l’ano.”
Mi prende alla sprovvista e le dico: “No, guarda che lo so riconoscere un ano da una fica.”
“Senti” dice lei, “anch’io so riconoscere il mio ano quando sento premere qualcosa dentro.”
Dico a Popov che ha sbagliato, che c’è un difetto enorme in Esse-Centoundici, che ha messo l’ano dove va la fica e la fica dove va l’ano e questo da lui non me l’aspettavo. Ma continuo, tanto se si fa un po’ sopra e un pò sotto alla fine è uguale, anzi è meglio perché almeno a lei puoi mettergliela dietro guardandola negli occhi. Sto bene, è una bella scopata. Poi viene Angelo che se la cava discretamente mentre Tenente Colonnello la fa gridare così tanto che Popov la prende per i capezzoli e abbassa il volume dell’audio.
“Ma aveva detto che non erano bottoni, ma raggi infrarossi.”
“Li ho disattivati, deficiente”, dice Popov con quella sua voce strana: “Vuoi che uccidi tutto il pianeta?”
Poi cominciamo a farcela in 4: io, Popov, Tenente Colonnello e Angelo e vi assicuro che è stato fantastico.
“Finalmente vi siete decisi” diceva lei e questo ci faceva capire che da quel momento potevamo farcela quando volevamo.
Così facemmo. Ce la facevamo dovunque e sempre ed io ero diventato un vero esperto a scoparmi le Robot anche se spesso ero stanco di lei e quindi ogni tanto all’ospedale lo mettevo dentro la fessura dei bicchieri del distributore di caffè che a quanto pare era una distributrice perché si chiamava Cafferella Bianchi e c’aveva una brasiliana stampata in petto. Le sue forme non erano sinuose come quelle del Robot di Popov, ma scopava bene.
Un altro paio di scopate con Esse-Centoundici e tutto finì.
Perché fini?
Perché Popov e Esse-Centoundici scomparvero dalla circolazione.
“Dici che li hanno uccisi?”
“Sì”
“Dici che sono partiti per le Hawaii, che si sono innamorati?”
“Sì”
“Non puoi dire di sì a tutte e due le cose: o sono partiti per le Hawaii o li hanno uccisi.”
“Li avranno uccisi alle Hawaii” dice Tenente Colonnello e mentre gli dico che forse ha ragione sento che Angelo piange e piange di brutto. E’ in mezzo la strada ed in ginocchio sta gridando di fronte al suo sasso.
“Che c’hai?” chiediamo.
“Mi prendete in giro?” risponde quello: “Non vedete che è morto?”
“Chi, Popov? L’hanno ammazzato alle Hawaii!”
“No” grida ed indica il sasso che era un po’ sbriciolato, sì, ma nulla di grave.
“Insomma io lo vedo allegro.”
“Sì” continua Angelo, “anch’io, sorride, guarda.”
“Non è un sorriso, è uno squarcio”
“A me pare un sorriso.”
Fatto sta che dall’auto che ha messo sotto il sasso, scende uno e si mette ad inveire contro Angelo che se ne sta in ginocchio e non lo smuove nessuno. Quello comincia a dire che non si porta un sasso in giro così, che per poco non finiva fuori strada e ci lasciava la pelle e noi per rispetto di Angelo lo meniamo di brutto, gli facciamo male, ma così male che quando arriva la Polizia ci porta tutti al matticomio. E’ lì che succede una cosa importante, è lì che imparai quella lezione sui pazzi che, se prima vi poteva sembrare insensata, adesso acquisterà senso, credetemi. Che direste se vi dicessi che la dottoressa del matticomio era in realtà Esse-Centoundici?
Mi dareste del pazzo, vero? E’ quello che fanno tutti da quando racconto questa storia e… sì, anche da prima a dire la verità.
Lei non ci parla ma ci guarda da dietro il vetro e ammicca, sorride.
Noi ce ne stiamo a prendere le pillole senza poterne scegliere neanche il colore e aspettiamo di capire cosa succede.
“E’ venuta a liberarci. Popov la sta telecomandando da lontano. Forse usciamo, oggi.”
E così fu, quando Esse-Centoundici entrò noi eravamo già vestiti e pronti per andare. Ma dove? Non ci diede spiegazioni, ma noi le chiedevamo perché il nostro amico Popov era mancato da un bel po’ ed era logico preoccuparsi.
“Che ne hai fatto di lui? Il robot che si ribella al padrone?”
“Ma che idiozie” ride lei e ci apre la porta di casa sua: “Popov lo uso per scopare… è lui la macchina” e aprendo l’armadio lo tirò fuori da una valigia. Popov era un robot. Avremmo dovuto capirlo dal fatto che era un insieme di ferri messi assieme con una pompetta montata su un vibratore: almeno così ci spiegò lei. L’altoparlante che aveva in faccia, che poi era una padella con su disegnata una faccia (almeno così lei ci spiegò) serviva a trasmettere ciò che lei diceva per dar voce a Popov.
E noi che l’avevamo accettato così com’era, un po’ bruttino, ma sempre un nostro amico.
“Ero stanca di usare un Robot e visto che voi in fine per essere pazzi scopate bene, perché no? Non siete i primi pazzi che mi scopo, in questo Ospedale.”
E ora è Angelo che ride, e se ne fa di risate lui, mentre io e Tenente Colonnello ce ne stiamo a non capire niente ma lo facciamo nel modo più disinvolto possibile: seduti a mangiare pop corn e a tirarli in testa a Popov per vedere chi centra l’altoparlante della padella.
“Avevo capito subito che ti piacciono i malati di mente” dice Angelo: “Perversa amante del sesso meccanico e della follia. E’ stato bello finchè è durato.”
Esse-Centoundici se ne stava lì, con quel suo corpicino da schianto ad ascoltare Angelo che diceva di aver finto con la storia del sasso, che avrebbe fatto di tutto per andare con lei, maiala e perversa com’era, fin da quando la vide per la prima volta in quell’Ospedale, quando era andato per visitare un parente. Uno che sembrava dovesse ammazzarsi e che non s’ammazzava mai.
Finti pazzi, li chiamava Tenente Colonnello. Ma se sono finti pazzi quelli, allora i veri pazzi sono normali? Questo vi ho voluto spiegare nelle mie memorie. Un inserviente mi prende per il culo. Ogni volta che mi vede qui seduto a scrivere, dice: “Chi vuoi che creda alle memorie di un pazzo?”
Ma io vi giuro, sarà stato tutto troppo strano per poter crederci a fondo, ma ascoltatemi, io vi dico che: “Quella donna, aveva una fica al posto dell’ano”.
Credete a ciò che vi ho detto, non sono più pazzo da tempo con tutte le pillole colorate che prendo.

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Bello!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!è il primo racconto che mi sia piaciuto tra quelli che ho letto qui
Troppo divertente, troppo!!!!
Sono un attore, vorremmo mettere in scena il tuo racconto, scrivimi. Revan15@hotmail.com
Non sono qui per caso, ma perchè sto scrivendo una commedia sui pazzi e guarda caso il mio protagonista si chiama signor colonnello.
Quando l’avrò finita cercherò di ricordarmi per chiamarti. Ciao.