Femminile Plurale

E’ da folli affrontare il mare aperto su di un naviglio instabile, oggi mi chiedo se manchi ancora molto all’approdo, al termine del viaggio.

La Passione, si sa, non è mai la stessa.
Presenta una variabile d’impercettibili sfumature, ma in un milione di modi erge signoria sulle nostre vite e ci rende prigioniere, autentiche schiave, anche se a volte aristocratiche e molto distinte.
Il ricongiungimento della forma si rivela in un approccio, mitigato nel contatto per dissolvere l’unica vera rituale conferma di comunicazione: l’alterità.

…Quella notte non avevo voglia di tornare a casa.
Dopo una serie d’interminabili telefonate di lavoro, mi ero fermata sul patio a respirare l’aria salmastra che soffiava dal mare.
L’occhio sostava sugli alberi, cortecce gonfie sulle quali ciondolavano grappoli pesanti di germogli.
Era il giardino della villa confinante, delimitata da una protezione solida di colore cinerino.

Improvvisamente vidi aprire piano il portoncino laterale e Lei uscì, in candida camicia da notte, con le spalle coperte da un grande scialle.
Oramai era estate.
Portava i capelli raccolti sulla nuca, a ventaglio, con le code che scendevano sulle spalle.

Si fermò nel silenzio, guardandosi attorno.
Io percepii la sua tensione, come se a stento reprimesse un capriccio, nell’oscurità dissipata da un unico lampione piazzato nel mezzo della vegetazione rigogliosa.
Tremolante ed affondata nella mezza luce sembrava una creatura aliena.
Rimaneva lì ad assorbirne il chiarore, senza rifletterlo.

Cosa ci faceva fuori a mezzanotte, in abbigliamento da riposo?
L’avevo già incrociata altre volte.
Sfiorava la quarantina, ma era ancora tonica in un corpo florido e ben scolpito.
Un Dono della Natura e dell’essere naturale.
La delicatezza del suo volto era un segreto che il tempo, invece di intaccare, reggeva alla perfezione, eludendola fuori della legge inflessibile dell’età, come dotata di un’esistenza senza inizio né fine.

La mia immaginazione iniziò prontamente a straripare.
Paragonavo la sua figura simile a bambagia bianca e calda, che lievitava inarcandosi su di un amante celato, che presto l’avrebbe raggiunta.
Per sfibrarsi congiunti in lingue affilate e sibili continui e persistenti.
Vedevo l’eccitazione ricomporsi nell’involucro, per andare a plasmarsi sul ventre tondo e caldo.
Quel tessuto intrecciato che improvvisamente si deflagra per prendere fuoco; ronzando di desiderio a picco sull’attracco.
La fusione nel lamento dei sensi e sulla bussola impazzita del cuore, asservito senza nessun impedimento.

Le campane suonarono la tarda notte, mentre il clangore del battaglio seguiva in eco, sino a rallentare, le risonanze che tramavano dall’intimo.
Al bagliore della lanterna, intravedevo il turgore del suo seno che si curvava umido di vampe, come un pendio a sfidare la mano sfiancata e felice che deviava sino il confine delle intuizioni.

Nessuno all’orizzonte.

Forse desiderava riconciliarsi con qualcuno, l’esistente; chi l’aveva trasportata fra turbinolente erezioni e sconvolgenti scoperte delle verità che sussistono sempre, pur rimanendo a distanza, sfocate.

I miei occhi la spiavano dietro funzionali tramezzi, fra velature che merlavano un costante logorio e struggimento per quel corpo sospeso, durante l’attesa.

I limiti modulari della mia curiosità non erano tramontati.
Sapevo che nella vita si era fatta strada da sola, usando sovente l’astuzia per atteggiarsi ad ipotetica vittima.
In lacrime, a capo chino, sempiterno masochismo muliebre di chi è soggetto di una trama, per poi persuadere nel gran finale.
Dominare e decidere.

Rientrai per prendere una sigaretta; aspettavo la fine, affacciata sul mistero.
Non mi rimaneva che essere indiscreta.
Con l’accendino ritrovai tra le mani il mio potente talismano per impedire a qualsiasi spirito dalla voce spezzata di scendere con un mantello svolazzante ed abbattersi su qualsiasi caparbia vita.

La mia vetrata era aperta e illuminata sul parco, come appesa ad una cortina lacerata dal mare, nel transito delle nuvole.
Mi preparai una Fata Verde e riuscii sul patio.
Pochi minuti durò la mia assenza.

La sorpresi stringere forte una testa dai capelli sciolti, con la fronte premuta sul suo petto, i puntini degli occhi fessure chiuse ed assopite in uno strano sorriso mimato.
Mentre in aria una giovane demone volteggiava, slanciata ed elegante, con un abito di seta fine scura, indossato con una distinta superbia.
In quell’immagine alata tutto odorava di femminile, tranne il volto adombrato e senza lineamenti.

Capii allora che era l’epilogo della loro attesa, un mutismo assente, non in grado di articolare una parola ed emettere suoni inconsulti.

Rimasi lì ipnotizzata, mentre davanti a me si protendeva un’unica orma.

Improvvisamente si schiarì la storia.
L’aveva incontrata, giovane e consapevole, fra le alghe marine di una battigia solitaria, in uno sfiorito mattino d’autunno.
Coccolata allo stremo nell’orlo di carne, scaldata ed albergata nella sua casa, fu accolta come complemento irrinunciabile.
Ma la creatura cresceva, le sue squame diventavano enormi, solide e pungenti ed imparò a strisciare sui muri della dimora.
Giorno dopo giorno maturò denti affilati, pronti per essere affondati nella sua coscienza, e nella sua carne.

Così Lei iniziò a scansare, sfuggire dalla sua effimera consolazione.
Sentiva i gradini sotto i suoi tacchi, intagliati nel basalto, che salivano in alto, sempre più in alto, dinnanzi ad un muro di cinta senza aperture né crepe.
Tortuosità rampicanti fresche, di un verde cupo, crescevano sulla superficie color ardesia.
Su, su, scalata immensa, fatta di corsa, fatica scoscesa, insormontabile, scabrosa.
Le sponde aguzze la circondavano d’ogni parte, la pietra s’ingigantiva ed appesantiva, diventando minacciosa.
Non vedeva più niente
Ostinata s’inerpicava su questo tagliere che spezzava i contrasti.
Finché si accorse di essere arrivata al culmine della salita senza poter riscendere.
Il mare al di sotto era lontanissimo.
Sul bordo i gabbiani bianchi e neri fermi a mezz’aria sull’acqua calma, appena increspata.

Dare o prendere nella reciproca mutilazione, alla ricerca dell’esclusiva libertà che tanto assilla l’animo umano.

Tacquero le antiche risonanze e la notte divenne sgombra.
“Una è caduta” pensai, e l’altra mi stava raccontando che era ancora viva, galoppando con incedere agile, la pelle vellutata, i teneri seni lungo la grande muraglia inondata di acqua salata.
Esponendosi ai pertugi con il respiro ansimante, come edenica draghessa ad abbracciare una nuova donna irrorata di spume marine, silenziosa arpia cacciatrice che increspa e scivola nello strapiombo orlato di seta.

Mentre mi accostavo alla bocca il bicchiere, Lei si girò di scatto e si accorse di me.
Nel lucore del lampione vidi i suoi occhi pesantemente bistrati lampeggiare come spade.
Bevvi l’ultimo goccia di Fata Verde, che mi sussurrava falle e scorci nel mio navigare, puntellato di derive verdeggianti e remote.

L’amore delle donne ha sempre avuto un’attrattiva d’incitamento sofisticato che anticipa elegantemente l’arduo corteggiamento degli uomini.
Ancora oggi loro dragano, dragano come scavatori solitari, per non trovare mai nessun tesoro.
Magari due tranci di cosce in trappola.

…Così la vita scorre ineluttabile al richiamo del mare aperto e nonostante gli ormeggi siano oramai logori e smembrati, la sete di condurre per me, non si è mai placata.
Con la bussola instabile e fasulla, tutto diventa facile e possibile.
L’approdo è ancora lontano…

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