L’ultima Occasione

Davanti alla porta chiusa della stanza ho esitato.
Il mio corpo aveva riconosciuto il fascio granuloso di luce grigia che filtrava attraverso le persiane e sbatteva sul legno consunto della soglia.
Prima di arrivare a toccare la maniglia gelida, la mano si è ritratta da sola, svilita.
Nell’ottone lucidato dell’angolo, ho riconosciuto un avvertimento: “Non farlo, non aprire questa porta. Non ancora”.

Alla fine sono entrata.
Nella luce fioca riconosco a malapena i contorni dei mobili, ma li ricordo lo stesso a memoria. Quanta polvere si è depositata in tutto questo tempo e quanta attenzione nel ripulire gli oggetti, spostarli e rimetterli nella loro posizione originale. Ogni cosa è perfetta, uguale come allora.

Lo vedo così, steso sul letto, la sagoma che si staglia nitida contrastando lo scuro del drappo rosso alla parete; la testa reclinata all’indietro ed esposta al freddo dell’illuminato.
Nella penombra soffusa distinguo il contorno morbido delle guance, la curva dei fianchi sino alle spalle forti, sulle quali la luce del mattino sembra indugiare più a lungo.

Sono così vicina che ho l’impressione di sfiorarlo: la pelle è così fredda, il viso irreale come una maschera di carta sottile. Il derma bianco e traslucido si tende sulle ossa degli zigomi facendosi trasparente, quasi bluastro. Le cavità attorno agli occhi sono appesantite, sembrano immerse e gonfie d’acqua: una scorza sotto la quale dorme.
Immobile, lontano da me.
Le sue mani, abbandonate, non mi stringono.
Per un attimo sento l’impulso di farlo: sollevare la coperta.
Ma la sua aria severa, piena di biasimo è così triste nel sonno.

Si sveglierà e sentirà il mio sguardo incollato su di Lui come un impacco umido di meraviglia.

Non spalanco nemmeno la finestra della camera, non voglio mostrare al sole le lenzuola della nostra intimità, quella forza prepotente che insegnavamo un tempo.
Oramai comprendo che questa volta la mia dolcezza non sarà d’aiuto; è troppo arrendevole, non oppone resistenza, non consente ripensamenti.
Potrei baciarlo, abbracciarlo in una delle mille frazioni che colgono l’attimo, durante l’attesa di un suo pigro e lento voltarsi dalla mia parte.

No, quello che desidero è la vivezza della forma, poter sfiorare le sue labbra e sentire l’eccitazione che refluisce, rientra e filtra dentro di me. Stabilire un contatto accessibile con lo sfioramento della mia mano e della mia anima, cogliere una risolutiva virata, nel sonno.

La superficie chiara della trasparenza della pelle, si fa più scura al centro, di una tinta forte e funestata. Un colore sanguigno, cremisi.
La resa finale.

La sua vicinanza, la lontananza; io sola ho capito che strappandolo dal mio più profondo, ho tradotto la sua intelligenza in un riposo.

– Dormirà a lungo- dice qualcuno.
Invece mi sta guardando, con pupille pesanti e sgranate sul mio viso.
In un attimo solo, ha riletto ogni pagina della nostra disunione. Il momento che ha spazzato via le nostre vite ed è come se ogni cosa attorno si stesse avvizzendo, all’istante; come se la stanza si richiudesse lentamente nel suo guscio.

Fu molto tempo fa o ieri, poco importa.
La differenza del ricordo e la temperatura mi fanno rabbrividire in un’accoglienza specchiata nelle ombre e negli angoli bui.

Allora quel muro era coperto da una fotografia. La sua mancanza si è talmente impressa nella parete che l’effetto è lo stesso.

Ha dischiuso le palpebre un attimo per gridarmi:
-Ho bisogno una possibilità, un’ultima volta-.
Per un istante sento l’impulso di farlo, accettare una nuova occasione.
-Mai, è finita-.

Un fulmine, la mia risposta strappata dalle viscere, dentro di me tuona un gemito.
Si è irrigidito di colpo, aggrappandosi ad un tavolo, con le gambe molli, come una persona invecchiata in un lampo.
Già allora era morto.
Nello spazio che ci divide, riaffiora il senso d’insufficienza, come qualcosa di miracolosamente ripulito, una sensazione rigenerata ed esagerata, in contrasto con l’ambiente madido e appassito del ricordo.
Come se questa stanza , “la nostra stanza” , fosse più piccola di come l’avevamo lasciata, il luogo sconosciuto e ignoto; l’impressione di squilibrio, scompenso e vertigine che l’ha disanimata.
“Perchè l’hai fatto?”.

Le fotografie sono quelle del vecchio album. Ho dovuto scollarle, alcune cadevano da sole.
Quando le sfogliavo sentivo il debole fruscio della velina tra le rigide pagine di cartone.
Sul retro ingiallito sono impresse le macchie appiccicose della colla, come se solo loro riescono a tenere insieme quel passato.
Questa mia faccia che osserva senza sorriso è esposizione all’assenza, al mutismo, al silenzio che urla.

Voglio essere catapultata fuori.
Con le unghie graffio la carta dove e’ dipinta soave la mia guancia, la sfregio senza emozioni; voglio strappare e rimuovere tutti gli strati del mio tempo sedimentato.
Ma la carta e’ incollata e ostile al tatto, il rivestimento mi trattiene e mi separa.

Intanto ripenso alla gente che dondola debolmente la testa in segno di diniego.
Rivedo la mia mano inguantata di pizzo, il cappello e la veletta nera.
Biancore sotto la tesa con solo il rossetto di sempre: rosso geranio, esposto per un attimo agli sguardi concupiscenti.
Ricordo come il nero mi donava alla figura: il colore dell’iniquità.

Solo oggi ho capito la natura della rinuncia.
Quella saggezza che incuteva terrore e soggezione; il corpo maestoso e la forza, la sorveglianza sui potenti.
Fondina e cosciale agganciati questa volta hanno tradito.
Per la paura che non ha mai avuto, prima di incontrare me, prima di rendermi infelice.

Lui adesso si sveglierà, scivolerà di là del letto attraverso la crepa che si è aperta e mi racconterà tutto.
Stenderà davanti un drappo azzurro, arioso e liscio e ci parleremo ancora, a lungo: l’ultima occasione.
Lui forse lo sa.

E non si volta.

 

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