Strade parallele che non si incontrano

Khajuraho, India, 24 agosto 2006

   Durante i miei numerosi lunghi viaggi in India ho sempre seguito l’istinto, spesso ero in compagnia di indiani, ma anche sola, ho dormito e mangiato in ashram, alberghi e ristoranti molto spartani, o presso famiglie di amici indiani conosciuti lungo il percorso, che mi hanno sempre accolto come un nuovo membro, nonostante la mia “diversità” e l’essere considerata una “fuori casta” perché donna occidentale.
   Principalmente ho conosciuto villaggi, piccole città, sebbene una piccola città in India abbia gli abitanti di almeno tutta la mia Campania.
   Le grandi città turistiche dei monumenti che gli occidentali ed i giapponesi fotografano, rubandogli l’anima, non mi hanno mai attratta. Due anni fa, ad esempio, quando fui ad Agra, non volli vedere il Taj Mahal, perché mi resi conto che le settecentocinquanta rupie del biglietto di ingresso (il mio maestro di Yoga ne guadagnava mille al mese), sarebbero state più utili ad una famiglia di indiani musulmani che avevo conosciuto e che mi avevano offerto del chai nella loro casa di terra battuta dipinta di azzurro.
   A Delhi non ho mai visitato il Red Fort, o altri famosi monumenti e palazzi, anche perché i miei polmoni rifiutano il clima e lo smog di questa città. Così come non mi sono mai spinta verso le altre città frequentate da occidentali.
   Ho portato la mia “faccia pallida” in villaggi dove la gente è accorsa a conoscere questa mia apparente diversità, che alcuni di loro avevano visto alla televisione. Mi hanno toccata, carezzato i capelli, cambiato d’abito, domandato contemporaneamente decine di argomenti nella loro lingua, l’hindi, il punjubi, qualcuno in un inglese “poco adeguato”, come ha definito il mio ingles-hindi una “turista buddista” italiana, venuta in un ashram a liberarlo degli insetti, schiacciandoli soddisfatta sotto le suole di un paio di spaventevoli scarpe olandesi, male interpretando l’insegnamento del Buddha, l’Illuminato, che già quando era solo Siddharta e non brillava certo della luce che gli spuntò dall’ultimo chakra più tardi, conviveva pacificamente con ogni essere vivente, senza la necessità di togliere la vita ad alcunché.
   La stessa “turista buddista”, unico contatto che avevo per incontrare il mio amico Stefano, in un luogo dove, non usando i cellulari, è complicato darsi appuntamento, ha speso molte energie perché io e Stefano non ci incontrassimo mai. La stessa “turista buddista” che è partita dall’Italia con l’intento di partecipare ad un ritiro in un ashram, in cui le attività cominciano alle 4.30 del mattino, con meditazioni, Yoga, lezioni di filosofia, studio dei testi indiani in biblioteca e cibo sattvico, puro, ossia preparato secondo i principi tramandati nei Veda, gli antichi testi hindu in cui i più grandi saggi indiani hanno voluto condividere col mondo le loro conoscenze, prima esoteriche. Le attività nell’ashram terminano alle dieci di sera, dopo la cena ed una passeggiata nei giardini o una sosta sulle panchine da cui si vedono i più importanti templi sul Gange e le luci che si riflettono sulla corrente che fugge impetuosa verso l’oceano indiano.
   La stessa “turista buddista” ha affermato di essersi annoiata. Anch’io mi sarei annoiata se non avessi partecipato alle attività proposte, e ad esse avessi preferito l’internet caffè, la torta di mele del ristorante accanto, che erroneamente avrei chiamato “samosa”, offendendo quella che è la pietanza più famosa e piccante dell’India, ed i negozi di souvenir. I soldi spesi per le sete da portare alle amiche li avrei ben spesi per il taxi che mi avesse portata in Punjub ad una festa di fidanzamento presso una famiglia sick (quelli col turbante, per intenderci), evento che ad un occidentale (specie se donna) capita come la cometa di Alley, oppure per visitare Mussoorie e le sue meravigliose cascate, dove indiani quarantenni, maschi, si tengono per mano, bagnandosi in un lago profondo un metro, esibendo orgogliosi il loro enorme salvagente, in tono con il turbante.

    Viaggiatori e turisti in India raramente si incontrano, le loro strade sono diverse, e se dovessero incrociarsi le loro strade fisiche, raramente si incroceranno quelle spirituali, due rette parallele.
   Un turista dell’India nota la povertà, le persone che dormono per strada nel fango, le fotografa per mostrarle a casa, e contratta i prezzi delle sete. Un viaggiatore vive della ricchezza dell’India, degli occhi della gente che affolla le strade, il cui contorno sembra dipinto dall’abile mano di un pittore, delle palme che si uniscono in un amichevole “namastè” o in un rispettoso “namaskar”, nei luoghi sacri, oppure in un “hallo, Mam, how are you?”

   La mia penna ha avuto quasi un mese di silenzio, di riflessione.
Oggi, a Khajuraho, Sarasvati, suonando il suo sitar sulla parete ovest di uno dei templi tantrici del blocco occidentale, mi ha guardata negli occhi, amorevole, chiedendomi di raccontarla. E la racconterò, perché è lì, paziente, dall’anno 930 dopo Cristo, perché il mondo la racconti. E così Nandin, la cavalcatura di Shiva, dio del Tantra e dello Yoga, che osservo dal terrazzo della Casa di William, un indiano a cui gli inglesi, dopo aver colonizzato il suo Paese, mutarono il nome, ed il cui discendente vive in Italia, dove ha sposato un’italiana, come fece Rajiv Gandhi, prima di essere ucciso come sua madre Indira. Sua moglie, la torinese Sonia, è la donna più amata in India.

   Turisti e viaggiatori, in India come in nessun altro luogo al mondo, non si incontrano, il primo occupato a contrattare coi gioiellieri i prezzi delle pietre, il secondo a raccogliere pietre grigie e luccicanti d’oro sulla spiaggia del Gange, gesto di cui si pentirà molto presto come di un terribile furto all’umanità.

   La mia amica Loredana, l’Agentina, una turista che si è evoluta in viaggiatrice, è una straordinaria fotografa e, partite insieme dall’Italia a fine luglio, mi aveva chiesto di accompagnarla in alcuni dei luoghi più “fotogenici” del subcontinente. Non ne ero entusiasta, ma aperta a nuove esperienze, ho acconsentito.
   Dopo un ritiro di diciotto giorni nell’ashram di Rishikesh, in cui lei ha avuto la possibilità di adattarsi pian piano all’indianità, praticando lo Yoga e mangiando cibo privo di spezie, e dopo aver visitato Devprajag, la città a nord di Rishikesh, a tre ore di macchina, sull’Himalaya, dove il Gange fa la sua comparsa per la prima volta, dall’unione dell’Alaknanda e del Bhaghirati, e l’esperienza del Punjub, dove abbiamo partecipato alla festa di fidanzamento del mio amico Paramanjit, con una febbre altissima (siamo assolutamente in simbiosi, per cui febbre, crampi allo stomaco, addirittura anche il periodo, il raffreddore, la stanchezza, sono coordinati), siamo partite per Delhi, dove avevo il desiderio di meditare qualche minuto al Raj Ghat, sulla tomba del Mahatma Gandhi, prima di intraprendere il nostro viaggio.
  I sette Stati di Delhi, Uttaranchal, Uttar Pradesh, Punjub, Haryana, Rajastan e Madhya Pradesh ci hanno più volte accolte in città e villaggi.
   Ma come scegliere gli alberghi in questi luoghi che non conoscevamo ed i cui albergatori sono abituati a mentire ai clienti sull’igiene, sui prezzi, sulla posizione, su “il mio hotel è davvero tranquillo, nessun rumore durante la notte”, e poi ti ritrovi, dopo l’ennesima notte insonne perché i camerieri urlano, seduti sulle scale di fronte alla tua porta, a voler rinnegare la non violenza di Gandhi?
Loredana aveva la soluzione!
   Prima di partire per il suo primo viaggio in India, aveva ordinato in libreria la nuova edizione, aggiornatissima, della Lonely Planet in lingua italiana, la guida turistica che ogni “turista” utilizza, tradotta in tutte le lingue.
   Ecco, così non andremo proprio all’avventura!
Peccato, perché l’avventura è il mio mestiere, gli imprevisti il mio pane quotidiano, e quel pesante librone ci avrebbe negato la spontaneità, la fatalità.
Niente di più falso!
   Gli autori del librone sapevano bene che io e la mia Agentina non avremmo apprezzato la mancanza di imprevisti, hanno così edito il Codice da Vinci del turismo, la cui chiave di lettura è riposta, credo, in uno dei templi di Khajuraho, chissà se nella città nuova oppure nell’”hold village”, dove le quattro caste non si mescolano tra di loro, e ciascuna si disseta attingendo al proprio pozzo, sebbene la natura non sia favorevole al classismo ed abbia destinato alla casta dei bramini, al vertice del sistema piramidale, l’acqua più sporca.
   Ho passeggiato all’interno del vecchio villaggio, tra le case di terra battuta, gli “hallo!” dei bambini e degli uomini che ti fissano senza pudore, chiedendoti se sei sposata, le case delle feste dei matrimoni, con gli auguri di buona sorte scritti a mano sulle mura d’ingresso, i barbieri che non si fanno pagare in denaro, ma in cibo, le scuole i cui maestri, recitando un copione ormai “old” quasi quanto il villaggio, accettano sostanziose donazioni dai turisti a cui raccontano che i loro alunni sono orfani ed hanno bisogno di comperare i libri, ed invece non solo non sono orfani, ma i loro genitori pagano per mandarli a scuola, e quelle donazioni finiscono nelle tasche dei bravi educatori che stanno, così, formando i futuri maestri che, a loro volta, intascheranno donazioni dai turisti creduloni ed ignoranti se pensano di risolvere il problema della povertà in India facendo donazioni ai maestri oppure l’elemosina alla signora che, ai semafori dell’India, allunga una mano mentre con l’altra stringe un neonato malnutrito che ha affittato e a cui non dà da mangiare perché diventi ancora più magro da muovere a pietà. Quei turisti non sanno che delle rupie che offrono a quella donna una parte va ai genitori del bambino per l’affitto, una piccola parte alla donna e la gran parte al poliziotto che controlla l’area e che le permette di star lì senza bastonarla con la sua mazza di legno, come è solito fare e come stava accadendo a me quando, dieci giorni fa, sedevo con il mio amico Manish su di un Ghat a Laxman Joola, a discutere di quanto l’India non fosse quella sognata da Gandhi, e due di loro, uno in divisa marrone e l’altro con un costosissimo kurta di seta,  poco più che ventenni, ci sono piombati addosso, urlando che quella era la loro area e che non potevamo star lì. Ma si trattava di un luogo pubblico, dove avevamo sostato per riposare dopo aver fatto una lunga scalata per raggiungere la cascata. “Cosa stavate facendo?”, ci urlavano, slacciando i pantaloni di Manish e picchiandolo sul viso. A quel punto mi sono interposta tra di loro, con la convinzione, o forse la speranza, che non avrebbero picchiato una donna, ancor più se straniera, affermando: “Questa è la terra di Gandhi!”, ed una mano callosa si è fermata a pochi centimetri dalla mia faccia, non credo per via della mia citazione del guru della non violenza, ma piuttosto perché erano troppo furbi per rischiare di avere problemi con l’ambasciata italiana.
   Allontanandoci, loro tre parlavano in hindi, per cui non capivo ogni singola parola, ma comprendevo che volevano portarci alla polizia, e sapevo bene che si sarebbero inventati qualunque cosa per averne la ragione. Per me non era un problema, li avevo già minacciati di chiamare la mia ambasciata, ed avevo molta fiducia, sentivo che la cosa si sarebbe risolta in pochi minuti, ma per Manish ciò avrebbe avuto conseguenze spiacevoli, perché avrebbero potuto inventarsi una qualunque denuncia, per un qualunque reato, e senza testimoni non c’erano versi di dimostrare il contrario. Parlando con il poliziotto in kurta, che mi rivolgeva invadenti domande sulla mia vita privata, l’altro confabulava qualcosa al mio amico. Ripresa la moto, eravamo sconvolti. Io, furiosa per i pugni che Manish aveva subito passivamente, senza reagire né a gesti né a parole, avevo una gran voglia di urlare e mandare al diavolo l’India e  tutti quelli che l’hanno resa un Paese corrotto e violento. Manish mi disse che il poliziotto gli aveva preso cinquecento rupie. Dovetti fermarmi, dovevo vomitare.

   Turisti e viaggiatori non si incontrano sui ghat dove i poliziotti picchiano e rubano.
Questo, gli autori della Lonely Planet non lo sanno. E non sanno che molti degli alberghi consigliati dalla loro aggiornatissima guida del 2006 sono pessimi, sporchissimi, infestati da pidocchi, e costosissimi. Molti hanno cambiato nome, e gli autori del librone non lo sanno. I prezzi sono cambiati e gli autori del librone non lo sanno. Le distanze non possono essere cambiate, eppure tre chilometri per gli autori del librone sono settanta. L’air cooler e l’aria condizionata, per gli autori del librone, sono la stessa cosa, ma per gli albergatori no, per i quali l’air cooler funziona con l’acqua ed è molto meno costosa dell’aria condizionata che funziona a corrente in un paese dove l’elettricità è precaria e gli albergatori sono costretti a fornirsi di gruppi elettrogeni per non deludere i turisti che richiedono la camera con l’aria condizionata.
   Quando ti vedono arrivare con la Lonely Planet sotto il braccio, tremano: “ecco, un altro che pretenderà quello che non offriamo, che discuterà sui prezzi che sul libro sono sbagliati, che mi dirà che sul librone non si dice che ci sono scarafaggi in camera”.
   Gli autori del librone non sembra siano mai passati per gli alberghi che segnalano. Probabilmente si sono limitati a fare una telefonata dalla loro suite dell’Holiday Inn, chiedendo i prezzi e la qualità delle camere, ma visto che le linee telefoniche sono spesso disturbate, hanno capito male e scritto peggio.
   Ma un dubbio mi sovviene: che chi ha scritto la guida in lingua italiana l’abbia semplicemente tradotta dalla versione inglese, senza aver la minima competenza sull’argomento, e traducendo con “aria condizionata” l’inglese “air cooler”, credendo che si trattasse della stessa cosa?

   La mia amica Loredana è arrabbiata. Ha aspettato che l’edizione del 2006 arrivasse in libreria, pagandola non poco. Per lei era fondamentale dormire in luoghi privi di insetti, perché ne è spaventata. Ci siamo scambiate le camere quando non riusciva a dormire per la presenza di geco, scarafaggi e grilli. Eppure aveva scelto camere dai prezzi alti, quelle che il librone descriveva come “pulite”. Su alberghi, invece, come la “Casa di William”, che ci ospita qui a Khajuraho, spartano ma pulito, gestito da belle persone, ed il cui prezzo è la metà di quello riportano dal librone, si spendono poche righe. Eppure questo albergo è a pochi metri dai templi più belli del mondo. Posso osservarli dal terrazzo sul quale siedo e scrivo. Certo, il telefono dell’Holiday Inn funzionava male anche quando hanno chiamato qui per chiedere informazioni. Tutti quelli che lavorano in questo albergo hanno studiato l’italiano a Delhi, ed avrebbero potuto ben spiegare agli autori del librone che la stanza costa solo trecento rupie a notte, che è pulita, che ci sono tre piani, il ristorante all’interno, il telefono, una sala Yoga all’ultimo piano, dove, in meditazione, si può ammirare una delle bellezze più straordinarie del mondo, patrimonio dell’Unesco.
   Se gli autori del librone fossero davvero venuti qui, lo saprebbero.
   E se li avessi incontrati, glielo avrei spiegato.
Ma loro sono dei turisti, mica dei viaggiatori…
Non sono mai andata all’Holiday Inn, come avrei potuto incontrarli?

5 pensieri su “Strade parallele che non si incontrano”

  1. sono stata in india diverse volte. il mio dubbio è: da turista o da viaggiatrice?
    se sei d’accordo ti mando i resoconti dei miei viaggi, così mi dici a quale categoria appartengo…

    …ancora con questa distinzione tra turista e viaggiatore? siamo tutti turisti mia cara, anche se non viaggiamo con la guida e andiamo all’avventura.
    leggiti Andare a quel paese di Duccio Canestrini e vedrai che un po’ di snoberia ce la si toglie di dosso.

    ciao

  2. Saluti dall’Istria. Mi sto preparando per fare un viaggio in India dopo l’estate, hai messo su carta dei dettagli che è bene sapere.
    grazie 🙂

  3. Ciao. Bellissimo racconto… ma penso che un turista e un viaggiatore siano veramente lontani, come dici tu. I miei primi viaggi li ho iniziati da turista, ma se non cominciavo così non mi sarei mai avvicinata al pensiero di viaggiatrice, anche se credo che per essere una viaggiatrice, per me, serve ancora del tempo e tanti viaggi ancora…

  4. Molto interessante il racconto di una terra affascinante. Un paese così diverso e pieno di contraddizioni. Ho letto informazioni utili. Chissà, forse riuscirò ad andare in India……..
    Aggiungo una breve precisazione su Sonia Maino Gandhi (Antonia Edvige Albina Maino) “torinese”: è torinese di adozione, poichè arrivò ad Orbassano (Torino) da bambina. Le origini sue e dei genitori sono venete, vicentine, dal paese di Lusiana sull’altopiano di Asiago dove Sonia è nata il 9 dicembre 1946. Molti non lo sanno.

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