Cassie

Era il 3 settembre 1999.

Cassie si trovava in un parco, completamente deserto, c’era solo lei quella notte, dopo aver piovuto, le giostre e le panchine erano bagnate, ma comunque si sedette.
Cassie non sapeva perché si trovava lì, sapeva solo che in qualche modo, qualcosa l’aveva portata in quel posto, non aveva nemmeno mai visto quel parco sperduto, capì solo che c’era una connessione, era così ambiguo come lei.
Era una bambina di sette anni, aveva capelli lunghissimi e castani, dei grandi occhi verdi, una pelle bellissima, e portava un vestitino bianco e lungo, che la copriva tutta, sembrava un angelo, eppure era solo una bambina, ma era nello stesso tempo così ambigua, quel suo sguardo così penetrante, ma anche così teneramente dolce, la facevano sembrare spaventata ed inquietante.
Lei sembrava vivere in un mondo tutto suo, come se non avesse nessuno, senza una famiglia. In quella notte tutto era cambiato, lei era cambiata, si sentiva diversa, sicura di sé, ma sola come non mai.
Cassie provava sensazioni particolari, che spremevano il suo fragile corpo minuto, in quella veste bianca da piccolo angelo, qualcosa si scatenava dentro di lei, qualcosa di forte e sensazionale la colpivano. Voleva trovare qualcosa che la facesse sembrare diversa, perché lei non era come tutte le altre bambine, lei era speciale. Cassie sapeva che quella notte per lei non sarebbe stata come le altre, che avrebbe capito qualcosa del suo mondo, della sua esistenza. Lei aveva sempre pensato, come mai fosse nata, perché i suoi genitori l’avevano abbandonata e ora viveva sperduta nel suo piccolo mondo? Perché era scappata dalla famiglia che gli avevano affidato e si era trovata improvvisamente in quel parco? Non sapeva nemmeno lei per quale motivo avesse fatto tutto questo, ma era spaventata nello stesso tempo, non riusciva a fermarsi, non sapeva più cosa voleva fare, dove doveva andare, e cosa più importante, non capiva cosa ci facesse al mondo.
Quella domanda sulla sua esistenza, era la cosa più importante per lei, la cosa che avrebbe voluto sapere da sempre, così un giorno sarebbe stata in pace con se stessa, e avrebbe capito il significato della vita.
Cassie verso le nove di sera si alzò dalla panchina dove si era seduta mezz’ora fa, incominciò a camminare per il parco, non sapeva che fare, ma non voleva tornare a casa, anche perché lei non voleva stare con la sua famiglia adottiva, ma voleva conoscere i suoi veri genitori, voleva sapere com’erano, e se sua madre le assomigliava. Cassie sapeva d’essere solo una bambina, ma aveva già capito a quell’età che un giorno avrebbe scoperto qualcosa sulla sua vera famiglia e che avrebbe sofferto più di quanto già soffrisse adesso.
Incominciò a camminare e vide un gatto nero che gli si avvicinò, se lo mise tra le braccia e si sedette di nuovo sulla panchina, ma all’improvviso decise di buttarlo per terra e di alzarsi, ed incominciò a correre per il parco. In quel momento si sentì spaventata, come se quel gatto fosse stato un segno negativo, aveva percepito che qualcosa non andava, e per la prima volta si stava sentendo davvero come una bambina spaventata, sola, senza nessuno che l’avrebbe protetta, e allora decise di scappare. Correva, più forte che mai, per trovare un posto più sicuro, dove forse qualcuno l’avrebbe aiutata. Arrivò più giù del parco, ma lì si ritrovò ancora sperduta, vicino un’autostrada, dove passavano tante persone, ma per lei sconosciute. Rimase un po’ lì, a sperare che forse avrebbe ottenuto un passaggio, anche se non si sarebbe sentita al sicuro. Dopo aver vagato per le strade, un furgone molto grande, simile a quello dei camionisti, si fermò. Cassie, gli andò vicino, per vedere chi c’era dentro, intravide un uomo, sulla cinquantina, con i capelli grigi, gli occhi stanchi e assonnati, portava una canottiera bianca e dei pantaloni neri, datati, stile anni 70’, era un uomo alquanto strano, aveva qualcosa di viscido e un aspetto che ricordava i maniaci delle autostrade. Lei in quel momento era molto spaventata, non l’ha rassicurava vedere un uomo così trasandato, però non poteva che accettare il passaggio. Seduta sul sedile, vicino l’uomo, lo guardava di rado, non sapeva che dire. L’uomo dopo un po’ di tempo le domandò “Hey, bambina, ma come ti chiami?”, Cassie gli rispose con freddezza e timore “Cassie”, L’uomo si voltò, guardandola con uno strano sguardo, le disse “ma tu sei quella bambina che è scomparsa, i telegiornali ne parlano, a San Francisco, sei tu?”, Cassie era ancora più spaventata, la stavano cercando, e lei non sapeva che fare. L’uomo la guardava, voleva una risposta, Cassie gli disse con tono sorpreso “perché pensa questo, signore.” Era alquanto sorpreso anche lui della sua risposta, le disse “senti, dove ti devo portare? non posso vagare nella notte con una ragazzina in macchina, devo tornare da mia moglie.” Con un sospiro lei gli rispose “Voglio sentirmi al sicuro”, l’uomo con tono insicuro “io che cosa posso fare, dimmi dove devo lasciarti, hai perso la tua famiglia, che cos’è accaduto!”. Lei non rispose, i suoi occhi erano lucidi, stava per piangere. All’improvviso l’uomo andò a sbattere ad un grande albero, si sentì un grande urlo, e fecero un incidente, Cassie era ancora viva, non aveva nemmeno un graffio. L’uomo era svenuto, lei gli mise una mano vicino il naso, per capire se respirava, ma non sentiva più niente, non c’era nemmeno il battito dei polsi. Lei era davvero impaurita, scese dal camion, ed incominciò a correre, senza una meta, alla ricerca di un mondo sconosciuto. Chissà se troverà la sua strada, l’unica cosa che fece era quella di scappare e di trovare un nuovo mondo, che forse l’avrebbe aiutata a trovare la giusta via.

 

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