Una storia banale

Fuori pioveva, era sera e un leggero vento si faceva sentire sulle imposte delle finestre, l’acqua cadeva fine sulla strada e sulle anime, come per purificarle ma lui era al riparo da questa catartica pioggia. Era in casa, solo, con un bicchiere di gin, e aspettava. Era tornato da circa venti minuti da lavoro e aveva trovato un ennesimo bigliettino della moglie che diceva “ciao caro, vado da mia sorella e non torno per cena, se vuoi c’è della roba da riscaldare al forno, ti amo”
“Ma quante cazzate possono entrare in un bigliettino” pensò mentre reggeva il suo bicchiere ormai vuoto ”Caro? Ma se mi tradisci da tre anni, e di conseguenza non mi puoi amare, quindi l’unica cosa vera era quella del forno” pensò, così si alzò, andò in cucina e aprì il forno, dove c’era qualcosa ma non sapeva se era commestibile, emanava infatti una puzza nauseabonda, chiuse il forno e andò a versarsi un altro po’ di gin.
Sedeva sul divano, da solo, la moglie lo tradiva e lui lo sapeva e non aveva la forza o forse la voglia di cercare di cambiare le cose, fuori la notte arrivava accompagnata da una pioggia sempre più fitta e lui era intento a ricordare momenti migliori.
Cercava di trovare l’origine di questa sua fine, non solo come marito, ma come uomo, ma non riusciva a trovarla.
Intanto i bicchieri che si era versato erano diventati sei, e lui era diventato molto meno lucido, sentì la chiave nella toppa, era lei che tornava da chissà quale amante, sentì chiudere la porta, allora spense la luce del lume, per non farsi individuare dalla moglie, sentì i passi della donna che attraversarono la casa e andarono a morire nella stanza da letto, lui rimase lì. Al buio, ora non aveva neanche più il gin come compagnia e disse tra se “è tutto così maledettamente ridicolo” si alzò, e con qualche difficoltà raggiunse la stanza da letto, dove non c’era più nessuno ad aspettarlo.
La mattina seguente fu svegliato da un forte mal di testa, lei dormiva ancora e la fissò, si ricordò sfiorandole i capelli di un passato lontano colmo di rispetto, passione, amore ma ora l’unica cosa forte era il suo mal di testa, si alzò cercando di non svegliare la bella addormentata, andò in bagno, aprì il mobiletto dei medicinali per prendere un’aspirina, non la trovò così si sciacquò il viso, e i suoi occhi s’incrociarono con lo specchio dove era riflesso un uomo a lui completamente sconosciuto, con capelli grigi, occhi vuoti e privi di vitalità, si asciugò il viso e andò in cucina per prepararsi un caffè.
Il sole ormai alto non riusciva riscaldare a dovere quella domenica d’autunno, lui sedeva al tavolo da solo con una tazza di caffè, pensò di correggerla con un po’ di anice, la moglie si era alzata e si stava preparando per la giornata, lui non riusciva a capire come le cose fossero cambiate così all’improvviso ma neanche faceva nulla per indagare più a fondo la faccenda.
-dormito bene?- si sentì alle spalle, era Sara che parlava.
-si grazie- rispose sorseggiando il caffè
-dove sei stato ieri? quando sono tornata non c’eri-
-sono andato a cena fuori con alcuni amici- maledettamente bugiardo
-bene,oggi a pranzo vengono i miei-
-va bene- ancora bugiardo, non sopportava la suocera, e provava un sincero sentimento di pietà per il suocero, ridotto ormai ad essere il riflesso della moglie.
Finì il suo caffè all’anice, che gli fece passare il mal di testa, e andò a vestirsi. Dal bagno sentiva Sara che si dava da fare per il pranzo “ma come può una donna che tradisce il marito tenere alla famiglia, non dovrebbe significare più nulla no?” si domandò tra se. Evitò di farsi la barba per non rivedere quello sconosciuto allo specchio, a parte l’incidente di quella mattina era circa una settimana che non si guardava allo specchio.
Andò in cucina, si fermò sulla soglia della porta e fissò quella donna, un tempo sua moglie, era intenta a cucinare, era splendida e di una fatale eleganza anche tra i fornelli
-allora io scendo- disse con un velo di rimpianto per un passato troppo lontano
-si, ma non fare tardi, abbiamo ospiti- disse senza neanche voltarsi
-ti amo- disse lui, sottovoce, senza farsi sentire, e uscì.
Lui amava ancora sua moglie, e forse proprio per questo lasciava tutto com’era, per non perderla o forse per pigrizia.
Andò prima dal giornalaio, poi si fermò in un bar dove si ordinò un martini, qui i suoi pensieri cominciarono a volare più alti delle nuvole, ma ancora più alte volavano le sue paure, non voleva perdere Sara, ma allo stesso tempo non voleva diventare come il suocero, un automa al servizio della moglie e delle abitudini. Pagò il conto e si diresse verso casa, per strada evitava di incrociare gli sguardi delle altre persone, perché gli occhi sono le finestre dell’anima e voleva che la sua rimanesse celata. Arrivò sotto casa e riconobbe l’auto dei suoceri “è tutto così maledettamente ridicolo” disse tra se.
Salì a piedi, voleva infatti rimandare al più tardi possibile quella che sarebbe stata certamente una situazione maledettamente ridicola. Bussò.
-finalmente! è arrivato il principino– disse Nora, la madre di Sara dopo aver aperto la porta
-ciao mamma- rispose lui con un sorriso falso in volto, odiava con tutto il cuore quella donna, anche se amava pazzamente la figlia.
-ciao giovanotto- disse il padre di Sara, sempre più vecchio, sembrava che invecchiasse anche per la moglie, era strano.
-ti trovo bene- disse al suocero, sapeva di aver detto una bugia, ma voleva bene a quell’uomo. Intanto Sara aveva richiamato tutti nella sala da pranzo, e chiese di fare una preghiera prima di cominciare a mangiare, “è tutto così maledettamente ridicolo” pensò lui mentre recitava a memoria la preghiera richiesta dalla moglie fedifraga ma non poteva fare a meno di amarla.
Dopo qualche minuto squillò il telefono, lui andò a rispondere
-pronto- disse, e dopo qualche secondo sentì riagganciare
-oh ciao Carlo cosa c’è? Un’emergenza? Arrivo subito-
-chi era caro? cosa c’è?- chiese Sara
-era Carlo e c’è un’emergenza in ospedale, mi dispiace ma devo andare- bugiardo, ma aveva colto la palla al balzo per far finire quella sceneggiata che lo stava disgustando.
-se è un’urgenza…- disse con sarcasmo l’anziana donna.
-buona giornata- disse e uscì. Libero come un uccello, non si sentiva più sporco di ipocrisia, e non sentiva più il rumore assordante della falsità. Era libero ma provava un sincero dispiacere per l’anziano padre di Sara, costretto a vivere una vita che non voleva. Scendendo le scale si accorse che più si allontanava da casa più si sentiva vivo. Ma dove andare? Allora si ricordò del bar dove era stato quella mattina, decise di arrivarci a piedi e di non prendere la macchina, -camminare mi fa pensare- disse tra se.
Arrivò a destinazione ma il bar era chiuso, così decise di recarsi nel quartiere in cui era cresciuto, dove sicuramente avrebbe trovato un posto dove pensare e bere. Intanto le nuvole avevano preso possesso del cielo, prima stranamente azzurro, gli alberi spogli di vita erano la cornice ideale per quel momento particolare, cominciò a fare freddo così decise di entrare nel primo locale che avesse incontrato. Era un pub, non c’erano altri clienti solo il proprietario dietro il balcone che chiese
-cosa le servo signore?-
-mi dia una pinta della lager, e la corregga con un po’ di amaro- rispose mentre si sedeva.
Il locale era piccolo e accogliente e la birra era davvero gustosa, si sentiva bene, e questo lo spaventò. Perché si sentiva bene? non c’era Sara anzi le aveva mentito e lui stava bene, c’era qualcosa che non andava, non puoi stare bene lontano dalla persona che ami, anche se quest’ultima non ricambia.
-me ne porti un’altra per piacere- beveva e pensava alla fine del suocero, non diventerò mai come lui si promise, ma come fare per salvarsi? Intanto era arrivata la pioggia come colonna sonora della sua serata.
-me ne versi un altro bicchiere, grazie- era al quarto, poco meno di due litri, era ubriaco. Pagò il conto e si fece accompagnare a casa da un taxi, fatto chiamare dal proprietario del pub poco prima, arrivato sotto casa ebbe un sussulto, a stento si reggeva in piedi ma decise di salire a per le scale. Aprì la porta dopo molti tentativi, entrò e si accorse che Sara era sveglia, la luce nel soggiorno, quella che lui spense per non farsi vedere era accesa, lo stava aspettando
-dove sei stato?- chiese Sara
-in ospedale- rispose
-non mentirmi, ho chiamato ma non c’eri- disse perentoria
-avrai sbagliato numero- rispose con un sorriso che solo chi ha bevuto può avere
-ma hai bevuto?- chiese preoccupata Sara
-si- era stato sincero, e la cosa gli piacquè .
-ma cosa ti succede?- chiese Sara con le lacrime agli occhi
-niente, ho iniziato a vivere, e ho la nausea-
-ma che hai? vuoi parlarmi, sono anni ormai che non lo fai e sono stanca del tuo silenzio, non ce la faccio a capirti da sola parlami ti prego, fatti aiutare- e scoppiò in un pianto isterico
-non ti amo più tesoro, non ti amo- disse e scoppiò a piangere.

 

Un pensiero su “Una storia banale”

  1. una storia veramente bella…6 bravo!!!!!!
    il mio scrittore preferito…

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