Il segreto di Tea

Tutto cominciò il giorno in cui… Gianni si accorse di una strana telefonata di sua moglie Teodora.

Sembrava una delle sue solite frequenti telefonate a uno dei loro figli. Però… Il tono era più basso ed emozionato e Dora (Tea per alcuni) stava parlando dal piccolo studio ormai in disuso.

Istintivamente Gianni tese l’orecchio:

– Sì, caro… non ti ho dimenticato, ma qui in paese la gente ama troppo spettegolare. Tu sei sempre il mio cucciolone, tesoro mio… Il grande amore della mia prima giovinezza…

Gianni non poté ascoltare più a lungo, ferito nell’intimo: come può una donna di mezza età, per non dire di più, mantenere i contatti col suo primo amore giovanile, per giunta all’insaputa del marito? Perché non dire: “Gianni, mi ha cercata il tizio, solo per rivedermi, una blanda amicizia.” invece di “caro… tesoro… amore”!

La gelosia rode dentro e genera la curiosità: voi volete sapere sino a che punto siete stati traditi, volete conoscere la verità, nuda e cruda… Era forse quel Tizio la causa della freddezza di Tea? Ecco, quel nomignolo un po’ dispregiativo, che alcuni amici le avevano appioppato, adesso suonava bene… Da quanto durava la tresca? Quanto era intensa e… ahimè, approfondita?

Quella notte Gianni dormì ben poco, nonostante la tisana e poi la pilloletta per dormire. Al mattino si decise a chiedere l’aiuto dell’amico Eugenio:

– Tu fai ancora l’investigatore? Avrei un incarico per te. Parliamone passeggiando al parco cittadino, quello nuovo, in periferia, dove a Febbraio non c’è nessuno. Sì, intanto io cercherò altri elementi utili.

Gianni cercò negli scatoloni delle foto di famiglia, dove sapeva che erano conservate anche vecchie cartoline. Fu così che ne trovò parecchie di C., la città natale di Tea: tutti saluti affettuosi, quasi tutte firmate con una semplice M. Ecco, erano state mandate da un innominabile che si chiamava… Mario o Marcello o Michele o qualche altro dannato nome, un tempo chiamato con amore… e forse di nuovo, oppure era sempre rimasto un amore parallelo!

Angosciato dalla gelosia, Gianni guardò ogni cartolina di M.: alcune erano di auguri natalizi o pasquali, altre semplicemente splendide cartoline illustrate di C. o di altre città, alcune straniere… Fiuuu… Almeno, per molti anni il Tizio aveva vissuto lontano!

All’estero per lavoro… A Gianni venne in mente di cercare i documenti relativi al vecchio conto corrente personale di Tea. Quelli del nuovo conto erano ben conservati da lei, che ne era gelosissima, ma per il conto vecchio doveva essere più facile trovare qualcosa.

Attese il giorno della canasta delle comari, che, per quella settimana, toccava a casa della rossa Fanny, sedicente irlandese, poi tirò giù tutti i carpettoni dal ripiano più alto della libreria e finalmente trovò il conto.

Incredibile! Negli anni Ottanta, sin dal primo anno d’insegnamento, Tea aveva mandato mensilmente un congruo assegno a qualcuno, per circa dieci anni. Poi gli assegni si erano diradati sin quasi a svanire, quindi il conto era stato chiuso.

Gianni era molto amareggiato, sia per la mancanza di sincerità della moglie, sia per il fatto che lei… lo pagava! Quel tizio, Il signor M.! Gianni decise che il tizio meritava di essere chiamato Merda.

*       *       *

E così Eugenio si trovò a pedinare Tea il giorno in cui le sue lezioni in città del corso intensivo di Inglese ebbero una variazione settimanale che Gianni giudicava sospetta.

L’investigatore era un po’ travestito, con baffetti posticci, berretto, occhiali scuriti e un abbigliamento sportivo che di solito non usava.

A un tratto Tea entrò in una elegante pasticceria in zona pedonale ed Eugenio attese che uscisse, pensando che la donna era la solita golosa.

Dopo quasi mezz’ora si insospettì e osò entrare, rimanendo sorpreso e indispettito: sono poche le pasticcerie che hanno due ingressi su due strade diverse, e poiché gli ingressi sono anche uscite, Tea se ne era andata per l’altra via.

Un caso? Oppure aveva capito di essere pedinata? A Eugenio non rimase che rientrare a casa con la coda tra le gambe, rassegnato a subire le critiche di Clara, che era al corrente della cosa.

*       *       *

Il giorno dopo la seguiva con un travestimento dimesso: vecchio cappello pseudo elegante, un ombrello usato come bastone, barba non rasata biancheggiante, andamento zoppicante, spessi occhiali da vista, guance falsamente rugose e vecchio vestito grigio con cravatta stropicciata.

Anche Tea era vestita in modo più dimesso del giorno precedente. Eugenio era determinato a non perderla: “La seguirò anche in capo al mondo!” Invece dovette fermarsi davanti a un bagno pubblico.

“Benedette donne! Dovrebbero aver meno bisogno dell’uomo in fatto di bagno, invece…” Eugenio era in effetti sorpreso di quante donne entrassero e uscissero da quel bagno pubblico. Alcune erano anche giovani, eleganti, con guanti, cappellino e occhiali da sole.

“Come fanno a usare il bagno con gli occhiali da sole e i guanti?” si chiese Eugenio. Poi un dubbio, visto che Tea ritardava a uscire: quella in abito color senape… Tornò indietro qualche metro a rintracciare con lo sguardo la donna senape, ma era già sparita. Non rimaneva che attendere speranzoso.

Attese invano. A casa Clara si mise le mani sui fianchi, fiammeggiando con gli occhi:

– Investigatore delle mie ciabatte! Mezza cartuccia! Disimpegnato! Dilettante! Che figura stai facendo con Gianni? Penserà che eri un investigatore imbroglione! Arrugginito che non sei altro!

Eugenio preferì rispondere che usciva a comprare le sigarette (lui non fumava) e si impose di non sbattere la porta.

Il mattino seguente Clara gli disse che stava andando dal parrucchiere.

– Di giovedì? – chiese Eugenio.

– Perché, di giovedì è vietato?

– No, tesoro, vai pure…

Erano le otto e mezzo del mattino ed Eugenio si chiese il motivo di tanta fretta, invano: a volte Clara era inspiegabile. Sedette in poltrona a rileggere un giallo classico, così, per provare a rimuovere la ruggine…

Al secondo cadavere udì suonare alla porta. “Chi sarà mai?” si chiese, visto che Clara aveva la cattiva abitudine di entrare sempre con le chiavi e camminare con passo felpato (deformazione professionale), comparendogli davanti all’improvviso. Certamente uno scocciatore, magari un venditore porta a porta.

Si alzò svogliatamente e si portò ciondolante all’ingresso, quindi guardò dallo spioncino (regola imposta da Clara, per prudenza). Una donnina insignificante con occhiali scuri attendeva paziente. “Venditrice di terza scelta” pensò Eugenio, ma aprì. Non aveva mai visto una persona così insulsa: bassa, abbigliata male, ma col labbro pieno di rossetto e grossi occhiali scuri.

– Desidera?

Invece di rispondere educatamente, la tizia si tolse lentamente gli occhiali: sotto due sopracciglia sottilissime Eugenio riconobbe la moglie, che gli fece un sorriso smagliante ed entrò:

– Investigatore delle mie scarpe basse! “Questi” sono travestimenti! Se non mi hai riconosciuta tu, figurati Dora!

Al povero investigatore fallito non rimase che far decidere tutto alla consorte.

Così il giorno dopo si ritrovarono in auto con Gianni, fermi fuori dalla locale stazione metrò, che in quel tratto camminava in superficie, ad attendere l’arrivo del mezzo. Tutti loro sapevano che quella era l’ultima occasione.

Te…odora era già sul binario. All’arrivo del metrò Clara si avviò a passo svelto, appena in tempo per vedere Tea col soprabito senape salire. Lei salì due vetture dopo, quindi, forte del suo curatissimo travestimento e tenendo in mano una rivista aperta, raggiunse lo scompartimento dell’amica.

Questa scese alla fermata Savoia. Appena fuori dalla stazione, Clara mandò a Eugenio un SMS: “Savoia”.

Non era difficile pedinare quel soprabito chiaro e alla fine Clara seguì l’amica all’interno del ristorante Savoia, pensando: “Prenderò una portata soltanto, altrimenti…”

Sedutasi in modo da vedere Tea senza essere notata, mandò un altro SMS: “Ristorante Savoia”.

Al tavolo di Tea arrivò un uomo sui quarantacinque: abbraccio, baci e affettuosità varie. Si vedeva che lei era felice.

Eugenio e Gianni, malamente camuffati, riuscirono a entrare uno alla volta senza dare nell’occhio, anche perché Tea era tutta presa dalle chiacchiere dell’uomo che le stava di fronte.

Gianni prese soltanto un ottimo tè, poi si alzò e si avvicinò al tavolo dei due fuggitivi. Tea non si sorprese troppo, lo invitò a sedersi, poi fece le presentazioni:

– Gianni, questo è Matteo…

Al povero Gianni tornò in mente un ricordo rimosso, smarrito nella notte dei tempi, quindi mormorò:

– Matteo… il frutto del tuo precoce amore.

– Come sta, signor S.? – chiese Matteo.

Clara ha un udito finissimo e origliava nel perfetto silenzio di Eugenio e delle poche persone in sala, che bisbigliavano appena tra di loro. Poi si diede un leggero colpo sulla fronte, sussurrando a Eugenio: “Appena finisci, andiamo via”.

In metrò Clara terminò le spiegazioni a Eugenio: Matteo era un figlio avuto da Tea a sedici anni, dato in affidamento e poi in adozione. Per quanto ne sapeva lei, Matteo aveva mantenuto in segreto qualche rapporto col primogenito di Gianni e Tea, suo fratellastro maggiore, ma Clara non sapeva che anche madre e figlio avessero mantenuto i rapporti:

– All’epoca la cosa fece scandalo, perché il padre di Matteo, anche lui giovanissimo, non ne volle sapere di “riparare”. In seguito Gianni fu puntualmente informato e la cosa fu totalmente dimenticata, anche da me. Invece Tea ha evidentemente proseguito segretamente i rapporti.

Eugenio commentò:

– Per fortuna oggi non si dà più peso a questi cosiddetti “errori di gioventù”, ed è un bene che l’affetto di Tea per Matteo sia venuto alla luce. Non c’è motivo che lui non frequenti anche gli altri fratellastri e magari presenti a tutti moglie e figli, se ne ha.

Clara osservò: – Speriamo che Gianni almeno ci rimborsi le spese: non vorrei limitarmi a fare beneficenza, come faresti tu se non fossi sposato con me, caro sbirretto dei miei stivaletti!

fine

Michele Fiorenza

opera registrata



2 Commenti per “Il segreto di Tea

  1. Un racconto quasi giallo…
    Un aspetto di vita passata che riappare nella quotidianità e consegna a tutti i protagonisti un ruolo.
    a.

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