Lettera per il 2 novembre

Bentrovato Padre Defunto, il giorno della festa che adesso è anche la Tua. Non so cosa dirti, come sempre e da sempre. Non so trovare argomenti comuni. Non so rimpiangerti, non riesco a maledirti.

Voglio raccontarti di un vento, che mi ha appena raggiunto, sul cancello del camposanto.

Conosco questo vento, dolciastro, tiepido, intermittente.

Non è come gli altri, penso non abbia un nome, sfugge a tutte le classificazioni. Non fa tremare le foglie, non solleva polvere, non fa vibrare i vetri.

Gli altri venti accarezzano o schiaffeggiano, coinvolgono tutto e tutti, anche se ad ognuno parlano con linguaggio diverso, raccontando la storia che ognuno vuol sentirsi raccontare. Lui no. Lui scivola tra le cose, scansa i corpi della gente, aspetta di trovare l’anima pronta, nel giorno giusto, nell’attimo ideale.

E poi, mi entra dentro, come un effluvio mielato, appena frizzante. Sa dove andare. Punta dritto a quella parte del mio cervello che ha abbassato la guardia.

Lui ha sentito che in quell’attimo ho smesso di difendermi ed è arrivato puntuale.

L’ho riconosciuto subito, dal senso di vuoto che ho provato, dal languore esistenziale che sempre provoca in me. Non lo amo, è un vento vigliacco che mi colpisce quando sono debole, che si ciba delle mie insicurezze, delle mie nostalgie. Mi conosce profondamente e se ne approfitta con perfidia sadica.

Non mi ferisce direttamente, fa in modo che sia io stesso a farlo. Lui non usa il ricordo del dolore, ma il ricordo della speranza. Scova nella mia corteccia cerebrale i vuoti lasciati dalle speranze deluse, ci si insinua come polvere finissima di gesso, aderisce a ciò che trova in quelle cavità e riporta in vita, impietosamente, figure che speravo svanite per sempre.

Lo conobbi quel primissimo pomeriggio di novembre, ai giardini dell’acquedotto, mentre mia madre mi parlava di Te, del perché non vivevi con noi, del fatto che avevi una moglie e che non potevi abbandonarla, ma che un giorno forse… Io dovevo dimostrarmi grande, più grande della mia età. E lo feci, per tutti gli anni a seguire. Crescevo fuori ed invecchiavo dentro.

E quel giorno lui si insinuò nella mia vita con assoluta naturalezza, portandosi dietro l’amaro sapore di una speranza di vita normale, che muore per sempre, affogata nella delusione, nel senso di una precarietà affettiva che neppure il male incurabile, che portava via mia madre per intere settimane in ospedali lontani, aveva ancora saputo infliggermi.

Lo ritrovai anni dopo, nell’estate dei miei diciott’anni, mentre sdraiato sulla sabbia, ebbro di ideali e di ormoni, mi lasciavo blandire da un inquieto Garbino, tra gli alberi, ascoltando il mare.

Arrivò inaspettato, vento tra i venti, alito caldo e guizzante, mi colpì fino alle lacrime, lasciandomi orfano di un’infanzia che non volevo ricordare e proiettandomi nella promessa di un’età che avrebbe potuto essere ma che, forse, non sarebbe stata mai.

Solo lui poteva avvelenarmi in quel modo, poteva farmi sentire derubato di un futuro promesso ed impossibile.

La felicità era ad un passo, ma in mezzo un vento mi impediva di raggiungerla: era lui, che tornava a raccontarmi l’impossibilità della normalità.

Ero forte, intelligente, preparato alla lotta. Ma lui mi cantò una nenia antica, triste e tediosa e spalancò dinnanzi ai miei occhi la vacuità di ogni progetto.

E’ lui, Padre, che sta giocando ora tra i Tuoi crisantemi, senza scomporli.

Il mezzo secolo che ho attraversato ha dato ragione a lui ed oggi mi scopro ad elemosinare da lui un ricordo, anche una speranza bruciata, tra le tante, che possa farmi piangere per Te.

Ci sarà da qualche parte una briciola di nostalgia per qualcosa che hai fatto o detto e che in questo momento potrebbe donarmi il sollievo di un dolore vero?

Non trovo una ragione per piangerti.

Trovo solo vento, dolciastro, tiepido, intermittente, eterno.

 

2 pensieri su “Lettera per il 2 novembre”

  1. e quel vento dolciastro, tiepido, intermittente ed eterno, ha preso anche me. Una pagina accorata e densa come la voglia di trovare una ragione per piangere.

  2. Un componimento poetico di rara bellezza, un dolore sussurrato, condiviso con garbo. Ognuno di noi ha un vento così, a volte si limita a sfiorarti i capelli, a volte ti lascia solo un’inspiegabile malinconia, confidi nel tempo, ma il tempo …. a volte basta un amico. Bravo, bel debutto.

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