Un Sogno senza padrone

Questa è la strana storia del signor Desiderio.

Il signor Desiderio abitava proprio in fondo alla strada. Era il classico uomo tutto di un pezzo, mai sposato, imprenditore. Si alzava ogni mattina alle sette e tornava a casa alle otto di sera. Passava la giornata a controllare che gli impiegati facessero il loro lavoro, e che lo facessero bene, per la miseria!

Sempre preciso e meticoloso, seppure potesse delegare la sua opera di controllo, non era il tipo che si fidava d’altri, nessuno meglio di lui avrebbe potuto curare i propri interessi, diceva.

Il signor Desiderio non aveva debolezze né vizi, l’unica cosa, se vogliamo chiamarla debolezza, era un’impressionante golosità per le ciliegie, erano irresistibili per lui. Nella scelta delle ciliegie al banco del fruttivendolo riponeva la stessa meticolosità che riservava per il lavoro. Non si perdonava per giorni l’aver scelto dei frutti poco buoni.

Nella vita del signor Desiderio, di una scorrevolissima monotonia quotidiana, gli intoppi e i piccoli incidenti si contavano sulle dita di una mano, e comunque non erano così gravi: una breve malattia, un incidente d’auto (ma non era colpa sua), una donna testarda nel volerlo sposare, la morte della madre. Perciò il signor Desiderio si accorgeva subito quando qualcosa non era al suo posto. Stavolta il problema era il suo stomaco.

Pensò, com’è ragionevole pensare, che si trattasse di qualcosa di poco digeribile che aveva mangiato. Ma si preoccupò molto quando questo peso non lo lasciò, nonostante le sue visite al bagno fossero regolari e tranquille.

Dunque lasciata trascorrere una settimana, decise di recarsi dal medico. Questi si allarmò alquanto avvertendo un duro rigonfiamento nella pancia del signor Desiderio. Ulteriori palpeggiamenti del ventre dello speciale paziente confermarono la presenza di qualcosa che stava crescendo.

A questo punto il signor Desiderio fu inserito in macchinari d’ogni tipo e sottoposto a mille esami che alla fine produssero un unico e chiaro risultato.
Quel giorno all’ambulatorio il medico teneva fra le mani vari fogli che rileggeva, forse per la centesima volta, eppure ad ogni lettura gli sembrava sempre più impossibile.

Di fronte a lui il signor Desiderio era impaziente di sapere.

-Allora, dottore?-

Il medico non sapeva come dirlo.

-Dottore?-

-Signor Desiderio… le sta, come dire, crescendo qualcosa… nello stomaco-

-Un tumore?-

-No…-

-Suvvia, dottore! Cosa?-

-Una pianta-

Il signor Desiderio ristette e non si calmò affatto.

Poi con risentimento:-Le sembra il momento di scherzare?-

-E’ la verità. Nel suo stomaco c’è una piccola pianta di ciliegio. Ecco guardi qua- Il dottore gli mostrò i fogli e gli spiegò cifre e termini. Era assurdo ma era vero.

-Ho già fissato la sala operatoria in ospedale per domani. Alle otto in punto troverà il dottor Malatesta pronto con la sua equipe per asportarle la… pianta. Ci ho già parlato, le spiego come intende procedere…-
Il signor Desiderio tornò a casa un po’ scombussolato e quella sera si sedette sul letto come stordito. Prese a carezzarsi la pancia gonfia, lentamente, con movimenti circolari. Immaginava il fusto piccolo e fragile e le delicate foglioline del ciliegio. Domani i coltelli dei chirurghi l’avrebbero fatto a pezzetti e tutto questo sarebbe stato solo uno dei pochi accidenti, un ricordo. Gli venne in mente l’immagine dell’albero, grande, pieno di foglie, di fiori, e poi di frutti, tante, tantissime ciliegie, come rubini al sole.

No, non voleva perderlo, non voleva che lo togliessero. Gli sembrava di avere in grembo il figlio che non aveva mai avuto e non lo avrebbe abortito. Chiamò subito il dottore.
Così la tranquilla vita dell’imprenditore cambiò.

Dopo qualche settimana dalla strana notizia si risolse nel nominare un direttore che prendesse il suo posto nell’azienda. In questo modo aveva la giornata libera dal lavoro e poteva dedicarsi a tempo pieno del suo piccolo ciliegio.

Passava ore lunghe come minuti a coccolarlo attraverso la pancia, sempre più gonfia, tanto che sembrava ormai quella di un bevitore assiduo. Oppure stava sdraiato in silenzio per ascoltarlo crescere, e ad ogni rumorino, ad ogni benchè minima percezione di movimento provava una gioia materna.

Lo vedevi per strada il signor Desiderio adesso, a prendere ossigeno, sempre allegro, e gioviale, perchè dentro di lui i rami crescendo gli solleticavano l’esofago e spesso gli scappava un risolino.

Il signor Desiderio iniziò a passeggiare a bocca aperta come un vecchio che ancora riesce a stupirsi, ma gli occhi placidi tradivano la sua serenità. Dalla bocca infatti cominciavano a spuntare le foglie bisognose di sole.
Correva voce che nei giorni in cui era stanco di portare in giro quel suo enorme ventre che ospitava le radici del ciliegio, stava ore e ore seduto in giardino, con la bocca aperta verso il sole, e non si muoveva per nessun motivo al mondo finchè le foglie non avevano assorbito quelle precise ore di luce.

Un giorno arrivò un pacco per il signor Desiderio. Io all’epoca facevo il postino e recapitai il pacco. Arrivai al cancello della villetta e stavo per suonare il campanello, perchè dovevo far firmare la ricevuta, quando lo vidi in giardino. Ci rimasi secco. Il signor Desiderio era su una sedia a sdraio, gli occhi chiusi e le foglioline che spuntavano dalla bocca spalancata. Proprio come mi avevano detto! Allora lo chiamai e lui aprì gli occhi. Poi senza muoversi spostò gli occhi su di me e mi fece segno con la mano di entrare. Entrai.

-C’è un pacco per lei, signor Desiderio – Glielo porsi.

Ma lui annuì con la testa e fece segno di aprirlo. Non era una procedura tanto normale, ma di normale del resto lì c’era ben poco. Così tirai il trincetto fuori dalla tasca e l’aprii. Era una vaschetta di un metro per cinquanta centimetri e profonda una trentina. Sopra c’era scritto TERRICCIO NEUTRO e più sotto diceva perfetto per ogni tipo di coltura. Glielo porsi di nuovo, ma stavolta mi fece cenno di poggiarla lì a terra, fra i suoi piedi. Eseguii. Poi tirai fuori la ricevuta e una penna e lui firmò senza neanche guardare il foglio. Stavo ripiegando la ricevuta con molta calma, lo ammetto, per guardarmi un po’ intorno, ero molto curioso. Ma il signor Desiderio tutto a un tratto guardò l’ora e mi fece bruschi gesti di andare via. Lì per lì credetti si fosse accorto che ficcavo il naso, invece il motivo era un altro. Infatti si attaccò l’irrigazione automatica del prato ed io corsi via bestemmiando e imprecando in vario modo che sarebbe di cattivo gusto trascrivere. Arrivai al cancello superando quel maledetto lungo viale, da lì, fuori dalla portata dell’acqua osservai il signor Desiderio.

Il signor Desiderio prendeva l’acqua nell’identica posizione di quando ero arrivato. Me ne stavo andando a consegnare il resto della posta, quando il signor Desiderio iniziò a togliersi le scarpe e i calzini usando solo i piedi. Ci mise un bel po’ e intanto il terriccio nella vaschetta si faceva fango. Una volta libero anche dei calzini, il signor Desiderio tuffò i piedi nella vaschetta e tornò immobile.

Mentre finivo il giro dedussi che il signor Desiderio era completamente impazzito per quel ciliegio.
Si diceva che la ditta del signor Desiderio senza di lui stesse andando malissimo. Io non ne sapevo niente ma a casa sua cominciarono ad arrivare gli avvocati.

Intanto di quelle vaschette ne arrivavano una a settimana, ed io ogni settimana facevo firmare il signor Desiderio e aprivo il pacco. Una mattina arrivai insieme ad un signore molto distinto. Molto gentilmente mi fece passare avanti ed io portai il terriccio al signor Desiderio. Quando me ne andai lo vidi cacciare l’avvocato con quegli ampi gesti delle mani e le foglie erano tutto un tremito iracondo.

La settimana dopo il signor Desiderio mi chiese un foglio. Io ne portavo sempre un paio, nel mio lavoro non si sa mai. Si mise a scrivere qualcosa. Nell’intestazione diceva alla cortese attenzione dell’avvocato Infieri. Poi mi indicò un tavolo. Sopra c’era il suo portafogli. Presi i soldi per la spedizione e salutai il signor Desiderio. Non so, forse fu una mia impressione, ma sembrò che quelle foglioline muovendosi rispondessero al saluto.

Ho peccato di indiscrezione, ma lessi la lettera. C’erano l’autorizzazione e le istruzioni per la liquidazione dell’azienda. L’avvocato Infieri aveva carta bianca purché non lo disturbasse più.
Un bel giorno i pacchi di terriccio smisero di arrivare. Era il periodo in cui mi innamorai e sposai quella dolcissima ragazza bionda, Claudia.

Del signor Desiderio mi scordai completamente. Solo molti anni dopo, quando nacque mio figlio, tornai nel mio vecchio quartiere.

Stavo andando da mia madre che ancora abitava in quella vecchia via, quando passai dove sorgeva la casa del buon signor Desiderio.
Ed ecco le solite vecchie cancellate con le loro macchie gialle del tempo, e gli alberi del viale, il marciapiede così tante volte calpestato. Ecco la mia vecchia strada che mi riportava come in un bel viaggio alla gioventù, non finita per età, ma col matrimonio, la mia tomba. Eppure sono passati così pochi anni.

Cominciavo già a scorgere la casa di mia madre e sentivo l’angoscia salire dallo stomaco. Avevo paura che avrebbe voluto abbracciarmi, così, com’ero, con la barba lunga. Speravo tanto non lo facesse. Perché dopo tre anni tornavo con una valigia e un bambino, senza lavoro e il bisogno d’aiuto. Ero proprio senza soldi.

La vergogna cominciava a pesarmi nelle tasche mentre lento scivolavo sul passato liscio di ricordi levigati e su quella strada piena di cicche e sputi. Ma avvertii alla mia sinistra un gran vuoto che non ricordavo.

C’era un gran prato. Ma prima non c’era. Osservai l’intorno, ricostruendo i luoghi.

Ma certo lì doveva esserci la casa del Signor Desiderio. Ebbene non c’era più. Solo un gran prato verde. Ben tenuto. Al centro un albero di ciliegio. Malmesso. Eppure era aprile.

Mi appoggiai al bel cancelletto verde che correva intorno al parco. Come un perdigiorno che comincia a camminare e si ritrova chissà in che posto, io mi ritrovai a pensare al signor Desiderio, quasi mi fossi perso. L’albero non stava bene.

La calvizie poneva a nudo il legno stanco, colpito dalla vita come da un cancro. Pochi ciuffi di foglie sparsi mordevano le fronde, ma ogni tanto qualcuna mollava e cadeva sulle altre, morta. I corvi gracchiando si posavano sui rami che cedevano al peso con dei TAC che mi straziavano il cuore. Gli scoiattoli risalendo il tronco lasciavano lunghe ferite aperte. Sentivo il dolore di quei graffi e l’umido dell’ultimo sangue a quel sole d’aprile, che sembrava prosciugare la vita del ciliegio come le pozzanghere sui marciapiedi.

Dimentico delle mie miserie scavalcai il cancelletto e mi accostai all’albero.

Dell’unico sogno di un uomo incapace prima di chiudere gli occhi e volare, del signor Desiderio, erano rimaste solo queste piaghe? Questo dolore nella stagione dell’amore?

Se per essere uomini dobbiamo ascoltare quel che cresce dentro di noi e grida per uscire, se dobbiamo correre a giocare con le nuvole per non rimanere schiacciati, cosa ci resta alla fine del sonno?

Un albero senza frutti, un sogno gelato in un perenne inverno… ma è stato così dolce sognare!

 

3 pensieri su “Un Sogno senza padrone”

  1. Davvero singolare, originalissimo direi e soprattutto ben scritto!!! Alcuni passaggi ricordano il film “The Fountain – L’Albero della vita”. Complimenti davvero!
    Paola.

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