Domenica di Primavera

Era una Domenica d’inizio Primavera. Avevo passato la notte sveglio, guardando le pareti della mia camera da letto. Prigioniero del silenzio che regnava in casa, per strada, ma soprattutto dentro di me.
Mi era appena caduta addosso una valanga: respiravo, a fatica ma respiravo, ero ancora vivo ma mi sentivo rotto in mille pezzi. Eppure lo conoscevo quel buio più nero della stessa notte, mi era già capitato di scontrarmi con lui altre volte e sapevo cosa era capace di fare; sapevo come stringe forte alla gola e non ti lascia finché non sei sopraffatto e chini il capo distrutto dal dolore. Lo conoscevo, si, e avrei dovuto saperlo fronteggiare, memore delle esperienze passate. Non ci sono riuscito: mi ha colto alla sprovvista, all’improvviso, quando tutto, proprio tutto, non mi faceva pensare ad un suo imminente ritorno.
Ero tranquillo, guardia bassa ; ma lui ne era al corrente e mi ha attaccato ancora infliggendomi una ferita letale, quasi mortale. Volevo piangere; ero conscio che piangendo mi sarei sfogato un po’ alleviando momentaneamente quell’agonia pungente, ma non avevo la forza per farlo né sentivo lo stimolo.
Una statua inerme, un parassita: affogavo nei miei pensieri, nel mio tentativo di trovare qualche spiegazione razionale che mi rispondesse dando un senso ai miei perché che, intanto, rimbombando ovunque mi avevano stordito.

Ero riuscito a dormire un’ora, forse due. Mi risvegliai che era giorno. I primi raggi del sole penetravano indisturbati dalla finestra e si infrangevano sui muri e sui miei occhi che tornarono a chiudersi; la testa come un pallone talmente gonfio che da un momento all’altro sarebbe scoppiato. Dopo i primi attimi, ancora da incosciente, realizzai perché mi sentissi così. Quasi in automatico stavo riprendendo a pensarci ma ebbi la lucidità di fermarmi sul colpo e il buon senso di non torturarmi ulteriormente dopo la notte passata. Mi concessi una tregua, ben sapendo che la giornata era appena iniziata e, anche se avessi voluto che terminasse in fretta, sarebbe durata un po’; stavo meglio e mi sentivo in dovere di sfruttare quel momento perché poi, i malinconici pensieri, sarebbero tornati puntuali a farmi visita.

Con mia enorme sorpresa la mattinata scivolò via velocemente e senza pesarmi molto; senza che me ne rendessi conto si erano fatte le cinque del pomeriggio e mi venne un’improvvisa voglia di uscire di casa. Non avevo prestabilito una meta: sarei arrivato fin dove avrei voluto. Mi allacciai le scarpe, presi il giacchetto e le chiavi di casa ed aprii il portone.
Quasi non ci credevo: ero fuori. Per come mi sentivo solo qualche ora prima ero sicuro che sarei stato segregato in casa dei giorni prima di riuscire a riprendermi un po’. E invece qualcuno, da qualche parte, aveva deciso di accorciare decisamente i tempi. Le giornate si erano allungate e il clima si era addolcito. L’aria profumava delle gemme degli alberi e dei fiori appena sbocciati. Ovunque c’erano colori nuovi. Respirai profondamente a più riprese e cominciai lentamente a camminare. Attraversai la strada sulle strisce pedonali e salii sul marciapiede che costeggiava la rotabile. Le voci allegre dei bambini che giocavano a palla o si rincorrevano sorridenti m’inondarono di spensieratezza. Fu un vero toccasana e fui ancor più contento di non essere rimasto murato in casa.
Proseguii per un po’ a passi lenti, con le mani nelle tasche dei pantaloni e poi mi sedetti su una panchina in ferro e cominciai a fissare la strada e le macchine che scorrevano veloci senza alcun particolare pensiero per la testa. Era come se, d’un tratto, mi fossi svuotato e mi sentivo leggero.
D’improvviso, però, udii il rumore del motore di una macchina. Non era un rumore anonimo per me, come quello di altre vetture, ma molto familiare e distinguibilissimo. Lanciai uno sguardo alla fine del rettilineo e vidi in lontananza un’auto grigia che scavallava il curvone e prendeva ad avvicinarsi. Capii immediatamente che si trattava della sua auto, non avevo dubbi. In quei pochi istanti che la separavano dal posto in cui ero seduto, non riuscii ad elaborare niente per evitare che mi vedesse. Non mi potevo alzare e mettermi a correre perché sarebbe comunque riuscita a capire che ero io e, comunque, la fuga non aveva senso. Rimasi, allora, lì; abbassai leggermente lo sguardo a terra ma conservando lo stesso la possibilità di poterla vedere quando mi sarebbe sfilata davanti. Chissà, forse si sarebbe fermata; magari mi avrebbe salutato come sempre dicendomi che le parole della sera prima erano figlie di un momento di nervosismo, di paura e di sconforto e che, in pratica, aveva fatto una cavolata e si scusava se c’ero rimasto male o se avevo pianto. Si, perché lei mi conosceva e sapeva quanto ero sensibile e come a volte, anche per niente, mi appoggiavo sul suo braccio o sul suo petto e cominciavo a piangere. Allora lei mi guardava, mi sorrideva e con le dita della mano mi asciugava le lacrime e mi rassicurava. In fondo ci conoscevamo da tre anni e avevamo affrontato di tutto prima di arrivare a dirci quel che realmente sentivamo e darci un bacio, il primo bacio. No, non poteva improvvisamente dimenticarsi di tutto, archiviare la nostra storia infinita e cancellarmi in pochi attimi e con poche parole dalla mente e dal cuore. Ero certissimo che non sarebbe stato così: lei conosceva me ma anche io conoscevo lei, le sue cocciute titubanze, il poco fidarsi anche di chi gli dimostra qualcosa di vero e sincero. E il mio amore per lei era tale che non si accontentava di essere un semplice amore, neanche un amore per tutta la vita, nemmeno l’unico ed esclusivo. No. Il mio amore per lei esigeva l’eternità. Senza pause, senza soste, senza distacchi. Un amore, uno solo, eterno. Può un amore vero avere altro fine, altro scopo se non l’eternità? Può un amore possente non desiderare che la persona amata sia sempre con sé, in tutto e per tutto, fino a diventare una cosa sola? Se così non fosse non sarebbe amore. Sarebbe un’altra cosa, chiamata in qual modo si voglia, ma non sarebbe amore; non quello che intendo io che è vita, produce vita e non è estinguibile semplicemente perché non proviene da nessuna realtà o capacità umana. Un amore prettamente umano sarebbe solo fantasia, un’illusione, un fallimento già prima di cominciare.

Era ormai a qualche metro soltanto da me. Sentii il motore della sua auto ronfare ulteriormente aggressivo: mi aveva visto sulla panchina ma non ritenne conveniente fermarsi. Non volle nemmeno voltarsi a guardarmi. Il tempo per pensare cosa fare era stato poco anche per lei: mi bussò con il clacson, premette il piede sull’acceleratore e sfrecciò via veloce lasciandomi alle spalle. Era ancora giorno ma per me fu di nuovo notte fonda …



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