Storia di Marco A.

Dalle fessure delle serrande rigorosamente abbassate sembra entrare il bagliore di un lampo e io comincio a contare: 1001, 1002, 1003, 1004…

A 1013 mi rassegno: dovevano essere i fari di un’automobile.

Che cosa contavo? I secondi ovviamente: per scandirli in maniera esatta si comincia da milleuno. Quando si ode il tuono, si dividono i secondi per tre: se ho contato sino a sei, il fulmine è caduto a due chilometri di distanza. Regoletta semplice.

Che cosa aspetto? Il primo temporale di Settembre, che porti un po’ di frescura e… chissà, qualcosa di nuovo.

A volte ho l’impressione di essere su un binario morto, sul quale il mio vecchio locomotore stanco rallenta progressivamente, camminando per inerzia sino al traguardo finale: l’urto con i respingenti a fine corsa.

Sensazione terribile, che cresce in me da quando sono rinchiuso in questa gabbia dorata, nonostante abbia appena sessantadue anni.

Non è stato sempre così: avevo il mio lavoro di artigiano intagliatore. Lavoravo qualsiasi tipo di legno con… amore, impegno, volontà. Qualcuno mi aveva detto che avrei potuto trovare fortuna al nord; ma quel nord semisconosciuto mi dava un’idea di freddo talmente brutta da farmi rimanere attaccato sempre più alla mia arida terra. E adesso?

Sogghigno: adesso attendo, desidero, agogno un temporale rinfrescante dopo tre mesi di afa asfissiante. I condizionatori? Ah, sì, ci sono, nella mia gabbia dorata. E c’è spazio, pulizia, cortesia, animazione (!), qualche gita, raro momento di libertà, quattro o cinque volte all’anno, un giorno o due al massimo. E nel ricordo dell’ultima sorrido e mi addormento.

Mi sveglio presto, sollevo la serranda e guardo le aiole più vicine: sono un po’ aride. Però il vecchio giardiniere sta innaffiando quelle rimaste asciutte dalla sera precedente, prima che il sole si alzi in cielo a bruciare tutto, nonostante siamo già a Settembre. Poi mi lavo e vado per la colazione.

– Dormito bene, signor A.? – mi chiede con un sorriso la giovane aiutante cuoca.

Lei è una delle poche che mi chiama signore: per gli altri, soprattutto le suore, sono semplicemente Marco, uno che cammina verso la sua destinazione finale.

Facciamo tutti un po’ di animazione nel salone, anche in attesa di qualche visita mattutina. Io non attendo nessuno, perché mia figlia è lontana, in questo periodo. Mia moglie non mi ama più (ma mi amava?) e il mio secondogenito sta con lei e studia al liceo.

Vivono entrambi nella mia casa, quella donatami dai miei fratelli, quando nostra madre morì. E io sono qui, con la scusa che ho difficoltà a camminare.

Dopo l’animazione il controllo sanitario.

– A parte le gambe e qualche problema di circolazione, stai proprio bene, sai, Marco? – mi dice una ragazzona poco più grande di mia figlia.

La notizia mi fa piacere, perché anch’io ho il mio progetto, il mio sogno: fra tre anni percepirò la mia pensione e allora uscirò da qui, andrò a vivere per conto mio, magari in un paesino di montagna, assistito per qualche ora al giorno da una polacchina, e sarò libero, felice.

Il pranzo è stato buono e abbiamo applaudito l’anziana cuoca. Poi siamo andati in camera per il sonnellino: le suore vorrebbero che dormissimo sempre. Io rifletto.

Pensavo di aver costruito una bella famiglia, ma forse mi sono ingannato sui sentimenti di mia moglie: lei si è stancata presto, ai miei primi problemi di salute. La mia affettuosa primogenita si è sposata giovane ed è andata col marito al nord, dove lavorano entrambi.

Quel benedetto nord è forse stato l’altro errore, l’occasione mancata della mia vita. Invece il mio compagno di stanza dice che nella vita conta soltanto la fortuna. Nell’afoso pomeriggio (spengono sempre i condizionatori nelle camere all’ora del riposino, per evitare raffreddori) cerco di ricordare qualcosa di piacevole.

C’è quella statua lignea che mi hanno fatto realizzare al centro del grande giardino di una delle più belle ville del paese.

Mi avevano fornito un grosso ceppo di legno pregiato, già collocato su una piattaforma in travertino grezzo, lasciandomi libero di seguire la mia ispirazione: erano ricchi i padroni della villa. In realtà la signora era un po’ preoccupata:

“Ma sai quanto è costato quel legno?” aveva bisbigliato al marito, certa che io non potessi udirla, al di là di quegli alberi, perché i poveri devono certamente essere un po’ tonti e un po’ sordi.

“Lo so, ma quello è capace di fare qualcosa che vale dieci volte di più” era stata la risposta.

Io volevo fare un bel lavoro, ma speravo anche in una ricompensa consistente e magari che la mia opera finisse fotografata per una rivista di architettura o qualcosa di simile e mi rendesse famoso.

L’idea era venuta in pochi minuti: un angelo, con le mani poggiate una sull’altra al centro della figura, subito sotto il seno; un angelo donna (quello che avevo sempre sognato), snello, in atteggiamento di muta preghiera, di meditazione; un abito lungo, morbido, che lasciava scoperti soltanto i piedi scalzi e le braccia; la capigliatura lunga, a riccioli rosso-castano come quel legno.

Era Novembre e un mattino avevo iniziato a lavorare con tanta paura di rovinare quel legno pregiato; ma era stato soltanto sino al primo colpo di utensile. Poi mi aveva preso come una febbre: lavoravo sino al tramonto, digiuno. La sera mangiavo qualcosa per poter prendere sonno e il giorno dopo alle nove bussavo alla villa per proseguire. Il terzo giorno mi avevano dato le chiavi e allora io iniziavo all’alba.

Il mattino dell’ottavo giorno gli ultimi ritocchi.

Al padrone era piaciuto, quell’angelo: aveva fatto tre lenti giri intorno, in silenzio, in contemplazione, mentre io temevo di essere sgridato; ma un sorriso, prima enigmatico, poi sempre più soddisfatto, aveva illuminato il viso di quel signore.

– Bravo, Marco, un vero angelo dev’essere proprio così. – E mi aveva dato un tesoretto in denaro prima che giungesse la moglie, facendomi segno di conservarlo subito.

Alla signora l’angelo era piaciuto molto meno:

– Ma gli angeli non sono maschi? E non hanno le ali e una fascia intorno ai fianchi?

Il marito aveva riso, divertito: – Ognuno ha la sua idea di angelo!

Quella statua aveva ottenuto commenti contraddittori: molti lamentavano il contrasto tra la figura angelica, mistica e la fluente chioma a riccioli.

– I capelli sono il simbolo di un’altra cosa! – diceva qualche megera ipocrita.

– I capelli rossi li portavano quelle delle case chiuse! – diceva qualche altra.

– In effetti quest’angelo è molto sensuale, troppo umano… – sentenziava qualche improvvisato critico d’arte.

Il padrone aveva anche chiamato il prete per benedirlo, ma quello si era fermato col suo attrezzo a mezz’aria e poi si era rifiutato.

Io sgranavo gli occhi sempre più.

C’era stato in verità, nel periodo pasquale, un prete danese disposto a benedirlo, ma era stato rifiutato perché luterano.

– Non sono luterano, sono riformista! – aveva protestato in un cattivo italiano.

A Maggio era venuto il vescovo per le cresime e gli avevano mostrato la statua.

– E’ un’opera pagana. – aveva sentenziato.

E così era terminata la mia carriera di artista, ancora prima di cominciare.

Il mio sonnellino termina presto, ma attendo un po’ prima di sciacquarmi il viso e andare nell’annessa chiesa per la messa vespertina: la fanno presto, all’ora del tè, e dura poco, venticinque minuti al massimo, compresi due minuti di predica.

Subito dopo si cena, perché la maggior parte del personale deve andar via. Dal termine della cena completa libertà, all’interno del parco, se il tempo è buono, sino al crepuscolo. In realtà nessuno ti cerca sino alle dieci di sera, quando molti iniziano a coricarsi: quattro ore di vera libertà, con poca gente in giro. Persino le suore quasi scompaiono.

Così, mentre il sole dà segno di volersi coricare anche lui, io gironzolo per il parco, ammirando la bella architettura degli edifici, i viali alberati, le panchine, le aiole fiorite.

L’aria è rinfrescata, perché è cambiato il vento, e qualche nuvola copre il sole. Gli altri anziani rinunciano alla passeggiata serale, se c’è qualche nuvola. Soltanto Mario, sulla sua sedia a rotelle, si fa portare in giro da una novizia; ma stanno rientrando e lui mi saluta con un cenno della mano.

La simpatica novizia mi dice:

– Buonasera, Marco. Cammini piano, non si affatichi.

– Buona serata, sorella.

Mi chiedo che cosa l’abbia portata a farsi suora.

Io mi ridurrò come Mario, tra un po’ di tempo. Poi morirò per ictus cerebrale: è una tradizione di famiglia. La dottoressa mi ha prescritto un farmaco in più, per evitarlo, e io lo prendo regolarmente, lo custodisco gelosamente, e un po’ alla volta me ne sto facendo una scorta; ma non potrà fare miracoli.

C’è un’ala del parco che s’inoltra verso la campagna: lì i viali sono sostituiti da viottoli in terra battuta e le piante da fiori e da ombra sono rimpiazzate dagli ulivi, giovani e bassi i più vicini, vecchi e maestosi quelli in fondo.

Ci fanno un ottimo olio, venduto a caro prezzo per finanziare l’istituto. Noi lo gustiamo sull’insalata nei giorni di festa:

– É quello speciale, eh?, quello da dieci euro al litro.

Il terreno sotto gli ulivi è morbido, ben lavorato e innaffiato un po’, con regolarità.

A oriente spuntano le prime stelle e intravedo un lampo:

– 1001, 1002, 1003, 1004, 1005… – mormoro.

A 1013 mi arrendo: sono stati i miei occhi o, peggio, la mia mente. É che il mio desiderio del fresco e della pioggia sta diventando bramoso, chissà perché.

In definitiva il bilancio della mia vita è pieno di occasioni mancate. Persino l’affetto dei miei fratelli e sorelle pare che si sia esaurito col regalo di quella casa rimasta a mia moglie e al ragazzino. Infatti soltanto mia sorella maggiore mi viene a trovare a Natale, a Pasqua e per il mio compleanno. Una volta è venuto il proprietario della villa e mi ha portato una riuscita fotografia della “nostra” statua, che ho messo in bella mostra nella mia camera.

In realtà faccio ancora qualche lavoretto per le suore e per il personale dell’istituto, ma non ho la mano ferma di un tempo e scelgo soggetti più semplici, con poche volute barocche.

Ecco, sono giunto all’alta recinzione del parco: un metro di muro in cemento e un metro e mezzo di ringhiera metallica sopra il muro, di disegno tale che è impossibile arrampicarvisi. E a che pro?

Mi siedo per terra a guardare le stelle: vedo subito Venere, che non è una stella, ma è ben visibile perché vicina, poi la grande Sirio, poi verso nord (sempre il nord!) i due carri e in coda al piccolo la stella polare, fissa nel cielo a indicare la rotta.

Stasera la luna tarda ad alzarsi e forse potrò rivedere la Via Lattea, ai cui margini viviamo, e intuire i milioni di stelle di cui è composta, e chiedermi se ci sono pianeti abitati e se lì si soffra di meno o di più che qua.

Non posso fuggire, soprattutto perché non posso sopravvivere libero alla fuga, ma posso sognare, quindi mi distendo sulla morbida terra a guardare, tra i rami colmi di drupe, le stelle.

A sessantacinque anni prenderò la pensione e sarò libero, perché già il prossimo Gennaio chiamerò il mio amico avvocato e chiederò la separazione legale, visto che quella di fatto dura già da tanto. Lo pagherò col tesoretto che ho da parte, e mi rimarrà comunque molto (il signore della statua è stato generoso, Dio lo riguardi!).

Andrò a vivere a … Non deve saperlo nessuno, ma ho in mente un paesino di montagna, qua, nell’Isola, un po’ fuori dal mondo, come uscito da un pianeta immaginario, come appartenente a un’altra epoca. Troverò qualche donna che mi assista un po’ a buon prezzo. Io in casa so fare quasi tutto, non ho problemi. Meno male che a suo tempo ho nascosto il mio tesoretto, un sesto senso mi ha guidato, meno male!

Manca solo un temporale alla mia felicità, ma all’orizzonte vedo lampeggiare e forse già stanotte pioverà. Quasi quasi vorrei addormentarmi sotto questo ulivo e farmi svegliare dalla pioggia. Chiudo gli occhi e vedo ugualmente i lampi: devono essere molto potenti. O è uno scherzo del mio cervello?

Quant’è lontano il temporale? E’ lì, in fondo a quel tunnel che porta fuori dalla mia gabbia dorata, che forse mi ridarà la libertà. Non può essere lontano. Mentre mi addormento perché stanco, stanco della mia vita, conterò:

“1001, 1002, 1003…”



3 Commenti per “Storia di Marco A.

  1. E… meno male che Mario è in una gabbia dorata…., pensate a quelli abbandonati e magari legati impasticcati…
    Faccio un po’ di provocazione perché mi sono venute le lacrime agli occhi.
    Triste, molto triste, tuttavia, veritiero.
    Il Nord… chissà come poteva andare?
    La tristezza più grande non è tanto la malattia, ognuno poi, ha la sua malattia segnata già dalla nascita, ma, l’aridità in casa, la mancanza della famiglia che ci sarebbe, ma…, non c’è.
    Fortuna che esiste il tesoretto…. e non è poco.

    Buona fortuna e visto che sei disteso ad aspettare la pioggia, osserva anche le mie 5 stelle….
    sandra

  2. Ogni volta che ti leggo ti temo…..
    Non è facile veramente farlo, sei intenso e sai raggiungere dimensioni anche molti tristi.
    Mi preoccupo sempre un po’, il folletto non capisce, qual è la finzione? Quale la realtà?
    Spiegami dai.
    Una cosa so, Sai scrivere!

  3. Grazie per i commenti. La storia è vera e Marco è deceduto. M.F.

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