Mandala Day

Mi piace il mio mestiere.
Dal basso in alto. Dalla fine al principio.
E’ un film a 360 gradi.
Cuore. Storia. Persone.
Qui gli incontri inutili non hanno mai fine.
A volte non concedo nemmeno la facoltà di rispondere ed io riesco poco a domandare in eccedenza.

Del resto, sono solo una concierge.
Consegno la chiave.
Un accesso a basso costo.
Poi sta nel coraggio degli altri varcare l’ingresso; avere abbastanza sangue freddo da strisciare la banda magnetica e bypassare il confine stabilito.

M’improvviso soggettista, produttrice e regista.
Qualche volta anche suggeritrice.
Ma non voglio figurare per quella che presenta.

Ogni mia assegnazione agevola la probabilità d’essere.
La permanenza è breve e puramente simbolica.
La quintessenza della perversione romantica; l’alchemico sostrato legato ai bisogni consunti.

Prediligo perseguire sempre il filone retrospettivo e disarmato.
Mai l’accademico e demagogico; quella sintesi carnale da ana-lista ammaestrato.

Stamani sono riuscita a scritturare due talentuosi sconosciuti.
Sono arrivati dall’uggiosa penombra di qualche località d’oltre Manica.
Vestiti di scuro, entrambi.
Vedovi.

Lui
45 anni. Un metro e ottanta circa di ossa e muscoli apparentemente ben distribuiti sotto il Doppiopetto grigio asfalto, in cashmere pettinato.
Capelli nero torba sfilati dietro la nuca con venature di grigio sulle tempie.
Atteggiamento impassibile.

Lei.
40 anni. Un metro e settanta scarsi, formosetta con almeno la quarta misura di seno.
Giacca tweed color antracite e una gonnellina di velluto a coste in tinta.
Capelli di un castano dorato raccolti sopra la nuca con poche forcine metalliche e
un bracciale allentato al polso come un rosario in grani di calcedonio di quarzo.
La parvenza da stagionata natura smorta.

Vogliono fermarsi ad ogni costo, non sono interessati al prezzo.
Due stanze Rig Veda con letto a una piazza.
Ce ne sono quattro in tutto.
Le migliori sono all’ultimo piano, adiacenti, con veduta panoramica sull’acqua.

La coppia si presenta in momenti diversi, ma libera un unico argomento.
Dopo un barocco allineamento di sorrisi, cordialità e firme nei soliti registri, mi avvicino al paniere dei loro fiori.
Dalie, Astri, Crisantemi.
Sono in trasferta nel ponte di Ognissanti per celebrare in loco i loro Cari inobliabili Defunti.

Per accostarmi al rossoruggine della tesi, offro una bevanda di benvenuto nella hall.
Vino novello e un bel vassoio di boleti di castagno.

Nell’ascolto delle loro schiatte dinastiche disgraziate, la mia lente assorbe e riprende un rondò d’olmi e faggi sanguigni e carrellate di viali di tigli intersecati a forma di croce.
In mezzo, due stele di pietra rastremate con miniature d’angioli e fregi opachi e lucidi.
Restano isolate, schermate da un rigoglioso cespuglio di tasso.

Musica di legni ed archi si gonfia sulle note nervose degli organi tonanti nella sala.
Alzo il tono della voce parandomi dietro ad una processione di condoglianze sancite in lumini di speme viva e sincera.

La melodia scema ed io li chiamo ad occupare gli alloggi designati.

Salgono insieme, in quelle stanze che si trovano crocefisse al cielo, al cospetto di un silenzio irraggiungibile.
Ambienti complessi, luoghi di un’esistenza immaginaria rivestiti di un totale altrove; dove tutto è pulito e sterile come in un’asettica sala operatoria.
Incalzano i loro passi, quasi ad intrecciare il dedalo per il quale ora sto concedendo l’adito desiderato.
Sempre più in alto, in una serie imperscrutabile di corridoi sferici che esercitano il soverchiante fascino del Mandala.

Il pavimento, nonostante la rotondità della levigatura al diamante, è perfettamente liscio e ricoperto di satina lucente.
Il greve fiato dei condizionatori comprime il peso dei passi titillanti, del respiro.
Si sente un improvviso singulto di battiti d’orologio.
L’effetto eidetico che vuole celebrare questo Caso in un solo Senso, di là di tutti i rintocchi possibili.

Le scene che mi scorrono sembrano pagine di un libro gigantesco.
Con la mia assegnazione articolata, il vecchio tomo potrà chiudersi per sempre.

Li seguo sul corrimano del mio istinto.
Rapita dal programma iniziatico m’inoltro attraverso la galleria a spirale, presentendo l’atroce impazienza di coloro che esiliati da un solenne verdetto si stanno attendendo.

Li trovo nel soppalco che dividono in comune, assisi su due poltrone scavate nella rovere.
Si sorreggono con parole cascanti, mormorate all’indietro e poi seccamente rigettate davanti.
Discorsi sofferenti, esclamazioni quasi epilettiche che si pestano le glottidi.
Si raccontano e rimembrano, non concedendo spazi né pause opprimenti.
Sono turbati, appassionati e vitali.

Per diramare le pieghe delle smorfie, consiglio loro un giro panoramico in riva al Mare.
La solita procedura in associazione di cabale grevi dettate dall’occhio e dalla mente.
La magia dell’acqua veicola la poetica in uno spessore infra-sottile di una comunione fatale.

Tornano presto, senza nemmeno chiedere di cenare.
La porta chiamata orgasmo gli si schiude in viso.
Si presenta il Nirvana davanti al mistero incarnato seduto su di un comunissimo talamo.
L’oscena nudità li riveste interamente.

Lui.
Torace segnato da una lunga serie di interventi chirurgici.
Piedi enormi e palmati da confermare ogni legge di gravità terrena.
Mani grossolane come foglie di fico arrese sulle ginocchia.
Pelle appesantita da un umore scorticato.

Lei.
Rossetto scarabocchiato e imbalsamato sulla bocca.
Busto intorpidito dalla fissità delle provvidenze.
Seno ciondolante pieno da latte.
Braccia conserte sul cespuglio rassegnato.

Le loro voci spesse da soprano si confondono con le accorate melodie di Schubert che aleggiano all’Aria.
Tutta la pellicola si è arrestata nel mio Centro.

Mi chiudono prontamente la porta alle spalle.
L’invito in sanscrito mi consegna innanzi a un altare ieratico che il mio ruolo di direttrice è in grado di riprendere.

Lui agguanta quel corpo accasciato e lo trascina al cospetto della sua inedia virile.
Le discosta le gambe e incornicia le orbite sugli orli arrendevoli della vagina spalancata.
E’ in bollore; pare un cratere sul punto di esplodere.

Solleva il capo per baciarla e in un attimo abbacinante lingue di Fuoco spuntano dalle loro bocche.
Urlano, sbraitano, si graffiano la pelle tentando il sodalizio nella via di fuga.

Io getto la chiave.
Il cerchio si è chiuso; la membrana si distende.

Lei si ritrova avvinghiata tra due cosce che la stringono attorno con il vigore di una tenaglia da presa.
Rimane pennellata da una lingua fradicia come una spugna ammollata.
Poi viene inghiottita da un attrito violento.
Il poderoso muggito che annuncia il godimento, con il quale ho poco a che fare.

Mi scaricano fuori con una succulenta esplosione, per abbandonarsi rantolanti sul pavimento.
Una scia di gocce di lacrime schizza sull’inquadratura.

Srotolare la pellicola per me è come revisionare l’altrui coscienza.
Riavvolgere una trama di benessere clemente, rallegrata di mitezza implicita.

Troppo forte per essere un Film.
Troppo istantanea per essere Reale.
Troppo aristocratica per la mia sconfinata Immaginazione.

Dopo esser stata lungamente fuori scena risalgo controcorrente, rendendomi conto che la parola tempo non ha nessun significato.
Mi guardo intorno; la nuova visione dapprima asciuttissima diviene tiepida.
Le pareti gocciolano di umori vischiosi.
La calura m’inzuppa i globi protesi in avanti.
Le pareti si sono fatte morbide sotto le dita inquisitrici.
I minuti hanno cessato di scorrere.
La sborra s’è fatta unguento.
Impercettibilmente dalle pareti alitano sospiri e tremiti leggeri; palpiti che premono sul mio essere in ascesa, mi risucchiano dall’esterno.

Pareti di carne e velluto morboso.
La pulsione viscerale che increspa le pressioni fagocitanti.
L’ampolla e l’ombra vanno liquefacendosi e la clessidra avverte che sopra all’aria si agitano chiome che appiccicano e tegumenti che rinverdiscono.

Un’unione miracolosa, seminale, permeata, della quale sto riscrivendo il copione.

La vista cambia.
Lei domina e modella il vaso alchemico in una soluzione dolciastra di proteine, cristalli ossalati e un bozzolo di cartilagini; per dissolversi nel mare amniotico tra le pareti del fondo, sintesi di Luce.

La prima e l’ultima dimora che riannoda la Morte alla Vita.

Ad Est, si ode una forte esplosione di petali di luce bianca che il giorno dischiude, come la stessa carne su di una profonda ferita.
E’ sempre dall’ultimo atto che si partorisce l’Opera.

Corro giù per le scale dove il soffitto non si oscura mai del tutto e vi penetrano aloni screziati di rosa, tracce salienti di lampade luminose al neon.
Sono completamente sola, impelagata nella mia dimensione terrena, dimenticata dall’onnivora imperscutabilità dell’orizzonte che sbocconcella gelidamente sulle ciglia.

Non ho mai dimenticato come Fuoco, Terra, Aria e Acqua m’ignorino.
La consapevolezza piena di sentirmi correre dietro l’abiezione dell’esistenza; una viltà con cui ogni giorno devo girare per il Mondo.
La complessa dinamica dei grandi circuiti geniali che nel profondo scivola dentro le correnti tubolari dell’emozione.

Ora, mi sta suggerendo di abdicare.
Sarò accompagnata in un riparo tra gli scogli.
Baciata in fronte e da lì dovrò cavarmela da sola.

Riaffiorare dalle paludi richiede uno sforzo enorme, un passaggio soffocante.
Si presenta come rivolo sfocato, mentre il bagliore ceruleo delle lenti trasmette nuovi stentati s.o.s.

Messaggi di ritorno.
La conferma dell’esilio irreversibile.
Il mio viaggio attraverso i crepacci continua in questa piccola sacca lussuosa piena di echi.
Il salone di specchi all’ultimo piano dove ci ho mirato la vita.

Oggi, sono riuscita a filmare tutto.
Oramai gli Ospiti non nascondono piu’ la loro intimità dietro variabili di ricordi.
Ho già la bocca piena di Madeleine al bergamotto inzuppate nell’Earl Grey Tea, che riceverò in dono per il prossimo anno.
Tra strati di calcare conchilifero e granito levigato al più eccelso splendore, li rivedrò lassù, all’ultimo piano.
Nella Suite Brahman a tre posti, allietata dai cinguettii dei fanatici uccelli marini.

Mi piace la mia vita.
Dal principio alla fine. Dall’alto in basso.
E’ un impegno a 360 gradi.
Nascita, Vita, Morte.
Un fotogramma ardito di pallide dune, instabili strutture erratiche, assemblaggi calcificati di rosso e una fila di rapide comparsate.

Ogni volta è come ritornare al primo giorno, quando sono annegata in un Mare di orgoglio.
Da allora il rumore dell’Acqua è divenuto sempre più onnipresente.
Non cancellerà mai l’Origine perché la trascina a se, fino al luogo in Terra dove hanno soggiornato tutti i remoti fantasmi.

La favola ha superato il mito e l’ha reso sempre più obsoleto.
Il solito bastione eroico di Fuoco che ha cercato di capovolgere la Storia, non sapendola trattenere tra le mani.

Ma per quanto io possa rivoluzionare tutta la simbologia, comprendo che la volontà possiede sempre un ritmo personale.
Percorre Aria stabile.

Trombe e cimbali rimbombano dietro le quinte.
Ecco la risposta alla carrellata conclusiva.
La fine del turno la ritrovo qui, nel surrealismo del mio ingranaggio che non richiede né militanza né rassegnazione.

Esco fuori dallo studio.
Posso dire di essere rinata.
Anche questa volta, non ho girato a vuoto.

2 Novembre.
Mandala Day.

 

3 pensieri su “Mandala Day”

  1. E’ sempre difficile leggerti, almeno per me, a volte é pure faticoso, ma sono talmente attratta dalla tua scrittura che, appena leggo il tuo nome, mi metto gli occhiali per leggere meglio.
    La tua immaginazione, la tua fantasia si mescola alla realtà, le tue descrizioni sono molto forti, ma mai volgari.
    A leggerti.
    Ciao. Sandra

  2. La creatività ti deve l’inchino, io un semplice complimento…

  3. Solo un racconto per commemorare la sacralità del giorno dei Morti, dove oltre al banalissimo computo letterario, sono riuscita a smembrare la procedura funeraria di queste due persone rimaste sole, ancora giovani, in stato di sgraziata conservazione.
    Così è stato, qualche tempo fa, in un mio rituale d’Altrove psichico, tramezzo divisorio in due vuoti “letti” singoli e disperati; la possibilità e fattibilità con cui ho mosso e destinato le chiavi d’accesso.
    Smontando l’ordigno lutto/solitudine e vestendolo di desiderio e naturali abitudini.

    Nell’Es femminino di cui mi ritengo seguace, è stato facile per me prendere atto di una smania segreta e di una forza nuova che, proprio nell’istante in cui sembra vergognosamente distanziare la coppia; la riunifica, la accoglie in una dimensione di complicità rischiosissima, sospesa tra l’estasi carnale e lo sgretolamento definitivo. L’astinenza in vista di un’accumulazione mostruosa propria di tutti i soli di cuore, che eiacula nell’estatica liturgia di un tripudio finale (come si legge), una rinascita. Nel passaggio che accoglie gli amanti per “farsi” e “rinnovarsi” coppia procreatrice.
    Nessuna creatività questa volta, solo osservazione e sussidio.

    A prescindere da quanto io possa da voi farmi comprendere, grazie per la lettura e i commenti.
    Greta

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