Oblivion Drink

Una rapida occhiata a quella bottiglia vuota appoggiata sul tavolo lo riportò alla realtà. In bocca aveva ancora il sapore dolciastro e stomachevole del dopo sbronza, la gola secca e un disperato bisogno di bere. Ma non alcool. Doveva bere dell’acqua.
Provò ad alzarsi, ma a quanto pare le gambe risentivano ancora del torpore della sera prima. Crollò a terra rovinando su un mucchio di vestiti. Nell’impatto notò che le mani erano piene di escoriazioni, rovinate in maniera inequivocabile.  Qualcuno doveva aver assaggiato quei pugni. Ma chi? Con questo pensiero cercò di rimettersi in piedi, barcollando lentamente verso il bagno.
L’acqua gelida sembrò riportarlo in vita per qualche secondo, uno schiaffo bagnato gli risistemò le idee, facendo riaffiorare brevi istantanee della nottata trascorsa.
Si guardò intorno, si era appena svegliato, ma non c’era traccia della luce del  sole, la casa era pallidamente illuminata da un lampione e dalle tv accese in tutti gli altri appartamenti.
Che cazzo di ora era? Vagò smarrito cercando un orologio. Lo trovò  buttato sotto il letto, non aveva idea di come fosse finito lì. Erano le nove di sera, aveva dormito quindici ore. Facile a farsi, quando rientri talmente ubriaco da non avere ricordi. Si guardò, riflesso nel vetro di una vetrina. Non le aveva solo date a quanto pare. Un livido trionfava sul suo zigomo sinistro, mentre il sopracciglio destro mostrava uno squarcio. Aveva tutta l’aria di una ferita fatta con un vetro rotto. Sbronze e risse.
Un connubio che sembrava essere il liet motiv della sua vita, per lo meno in quell’ultimo periodo.
Senza un apparente motivo, si vestì, raccattando da terra quei vestiti sui quali era caduto poco prima. Quando fu completamente vestito notò che la camicia era piena di macchie brune, di un rosso cupo. Osservò meglio. Era sangue rappreso. Inutile cercare di ricordare a chi appartenesse.
Imprecando si diresse verso l’armadio, gettò in terra la camicia sporca senza badare tanto all’ordine, ne prese un’altra pulita e in uno sprazzo di lucidità infilò tutti i bottoni nelle asole giuste.
Indossò il cappotto e si diresse alla porta.
Uscì senza nemmeno chiudere a chiave, nonostante fossero passati pochi minuti da quel brusco risveglio.
Non aveva voglia di restarsene in casa, non sapeva cosa fare né aveva niente da mangiare. E soprattutto, niente da bere. Il bisogno di acqua si era esaurito. Gli era tornata la sete.
Camminò per poche centinaia di metri. Evitato dai passanti, deriso da barboni e puttane.
Sembrava più un cane randagio che un uomo.
Entrò in un bar di infimo grado. Dai cenni di assenso del gorilla all’ingresso e di due biechi baristi si intuiva che ormai era di casa. A riprova di ciò gli bastò soltanto un cenno per ordinare. Whiskey, doppio.
Non era roba di qualità. Era un bourbon economico, giusto per ubriacarsi in fretta e a poco prezzo.
Più passava il tempo e più aumentavano i cenni.
Neanche un’ora dopo era già in profondo oblio. Con le membra pesanti si accasciò di peso sul bancone.
Nessuno sembrava sorpreso da quella situazione. Nient’altro che la normalità.
Bang.
In un attimo era in terra, con un dolore lancinante alla testa. Si portò la mano alla nuca, ancora intorpidito. Grondava sangue.
Mise meglio a fuoco.
Un tizio dietro di lui brandiva una bottiglia rotta.
Ok, ma chi era? Nemmeno il tempo di riflettere, una serie di calci gli tolse il fiato.
“Amico… Ma che cazzo fai?” biascicò, non riuscendo a parlare sia per la sbronza che per le percosse.
“Che vuoi da me?” continuò, non capendo i motivi di tale aggressione.
“Hai perso la memoria, figlio di troia?”  Rispose l’altro, visibilmente eccitato da quell’escalation di violenza.
Non riuscì a comprendere la risposta.
Una seconda razione di calci lo fece contorcere a terra come un verme.
Sentiva chiaramente in bocca il sapore del sangue. Quel sapore metallico, davvero inconfondibile.
“Bastardo, ora imparerai a portare rispetto!”
“Striscia, come il verme che sei!”
Quel mix distruttivo di insulti e percosse continuò.
Le forze lo stavano abbandonando. Si rese conto che stava per svenire.
Raccolse le ultime energie, voleva parlare, ma emise solo un sibilo.
L’assalitore, incuriosito, si chinò, ponendo la testa davanti a quella aperta dell’uomo.
“Cos’hai detto? Parla più forte. Femminuccia” provocarlo sembrava ormai la parte più divertente.
Le parole di quel tale cominciavano a rimbombare. Gli occhi si chiusero.
“Avanti. Ava…”
Il bruto smise bruscamente di parlare. L’ubriaco aprì gli occhi a fatica. Non trovò nessuno.
Guardò meglio, quel fottuto bastardo era steso vicino a lui.
Tramortito.
Non capiva. Non immaginava nemmeno cosa fosse accaduto.
Si sentì improvvisamente sollevare da terra, a corpo morto. Prima che potesse rendersi conto di qualcosa, venne scaraventato sul sedile del passeggero di un’auto. Sentì aprire la portiera del guidatore. Lo vide.
Un sorriso gli venne spontaneo, e lo obbligò a mettere in mostra i suoi denti coperti di sangue.
L’uomo più gigantesco che avesse mai visto lo guardò con pietà. Fortunatamente era un viso amico.
“Quando smetterai di farti nemici mortali?” Il gigante lo rimproverò, con un tono severo, ma comprensivo.
“Andiamo in ospedale, sei messo piuttosto male. Se non arrivavo io, questa volta ci lasciavi la pelle!”
“Anzi, in ospedale fanno troppe domande. Conosco un tale discreto, un tipo fidato.”
Blackout. Le forze lo avevano finalmente abbandonato.

Aprì gli occhi.
Una specie di scantinato, ecco dove si trovava. Era su una barella, un ago al braccio, fasciature, bende. Si toccò la nuca. Poteva sentire al tatto dei punti di sutura.
Risveglio addirittura peggiore di quello precedente.
Almeno stavolta qualche ricordo, minimo e confuso, lo aveva.  Il bar, i drink, le botte. Il suo salvatore.
Lo cercò con lo sguardo, ma una tenda, neppure tanto pulita, gli impediva di vedere qualsiasi cosa.
“L’ho trovato in quello stato, anzi, se non atterravo l’altro probabilmente stavolta lo ammazzavano”
A quanto pare il suo angelo custode non se n’era andato. Che sollievo.
“Ma che aveva combinato?” Una voce sconosciuta, con tono curioso, rispose a quelle affermazioni.
“A quanto pare, il giorno prima il tizio gli aveva soffiato il drink, e lui per tutta risposta lo ha aggredito. Anzi, gli ha buttato giù tre denti. E si era preso una bottigliata. Solo che era finita lì. Anzi lui nemmeno ricordava nulla mi hanno detto. Stasera invece  il tizio era ritornato per cercare vendetta”.
“E ha trovato te invece. Non lo invidio proprio” Una fragorosa risata concluse l’intervento dello sconosciuto.
“Speriamo gli serva da lezione”
“Ma dimmi, perché ti sbatti tanto per quel tale? Ha tutta l’aria di essere un barbone. Anzi, un beone da taverna. Cos’è un tuo parente? Amico fraterno?”
“Quello che a te sembra un miserabile straccione è…”
Sentì proferire il suo nome. A pensarci bene, era parecchio tempo che nessuno lo chiamava per nome.
“Ma come, quel  poveraccio? Ma lui, l’imprenditore? Il miliardario? Non ci credo, mi prendi in giro”.
Lo sconosciuto a quanto pare sembrava diffidare delle parole del suo amico. E non ne aveva tutti i torti. A guardarlo bene, era sdraiato su quella branda squallida in condizioni pietose.
“Si, in persona. Fino a quattro anni fa io ero la sua guardia del corpo. Se gli svuoti le tasche noterai che nonostante i vestiti logori, sono piene di soldi. E’ un vizio che ha da sempre.”
“Ma, ma si è ridotto in questo stato dopo quella storia? Ma dimmi, come è andata di preciso? Avevo letto qualcosa sui giornali, ma non c’ho mai capito granché.”
Le domande dell’ignoto interlocutore si moltiplicavano. Era curioso di sapere tutta la vicenda.
Lui invece si sarebbe strappato le orecchie pur di non sentire nuovamente quella storia. Quella orrenda storia. La sua storia. Purtroppo non aveva nemmeno la forza di urlare per farli smettere. Rimase in silenzio.
Il suo amico cominciò una dettagliata narrazione dei fatti.
“Dunque, due anni fa, al ritorno da un viaggio d’affari all’estero, arrivato a casa notò che il portone era spalancato e si insospettì. Entrò di nascosto dal retro, corse nel suo studio, estrasse la sua pistola dal cassetto e salì al piano di sopra. Sentendo una voce sconosciuta minacciare sua moglie e sua figlia, fece irruzione in camera da letto. Teneva sotto tiro il ladro, sembrava aver sventato il furto, quando questi, non so come, riuscì a scappare.
Momenti di caos, non c’è nulla di veramente preciso, solo racconti e ricostruzioni della polizia.
Mentre scappava riuscì ad afferrare sua figlia di dodici anni, lui non se ne accorse, sparò verso il ladro e quello stronzo pensò bene di farsi scudo con la ragazza. La prese in pieno petto, uccidendola all’istante.
Mentre la madre cercava di soccorrere la figlia, continuò a correre, vide il ladro sul vialetto di casa e lo freddò. Cinque colpi, tutti alla schiena. Fortunatamente, dopo tutta la vicenda, almeno non lo condannarono per omicidio. Solo che non si ripresero più da quell’incidente. Tanto che lui divenne un alcolizzato cronico, la moglie cadde in depressione. Un anno fa, stanca di quella vita, si suicidò con dei farmaci. Da allora lui ha venduto tutto, ed è sparito dalla circolazione. Ha una montagna di soldi ma non sa che farsene. Vive come uno straccione, provoca risse, si ubriaca dalla mattina alla sera. Solo io e pochi altri sappiamo trovarlo ormai, e vigiliamo su di lui come segno di riconoscenza.”
Gli era toccato di sentire nuovamente la sua miserabile sorte. Ora preferiva quasi che il suo amico non fosse intervenuto, che quel tizio del bar lo avesse finito. Si faceva schifo da solo. L’alcool era l’unico modo per cancellare quella storia. L’unica medicina, l’unica consolazione. Mentre si auto commiserava, tornò di scatto alla realtà.
Un sapore particolare gli pervase la bocca.
Non era metallico come quello del sangue. Non era acuto come l’alcool.
Era salato.
Erano le lacrime che gli scendevano giù dalle guance.



4 Commenti per “Oblivion Drink

  1. Un racconto alla “Felix”.
    Le lacrime, in fondo, restituiscono un po’ la dignità dell’essere umano protagonista del racconto. Toccare il fondo è triste e pericoloso, qualsiasi siano state le cause scatenanti, ma, costui, nel suo tramonto, ha un’alba vicina, l’amicizia. Converrebbe afferrarla e combinare qualcosa di buono mettendo a frutto il proprio danaro in altre cause, così dette perse.
    Un saluto, Felix.
    Sandra

  2. Bel racconto! Si sviluppa bene e fa venire voglia di leggere man mano che si va avanti…
    Bravo!
    Ciao a 5 stelle!

  3. Grazie per i complimenti, ho tentato una “rivoluzione stilistica”, frutto di letture “diverse”, quali fumetti noir e romanzi gialli. Una prosa più ruvida e cruda, situazioni scomode e sporche, ma con un barlume di umanità a rischiararle.

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