Sassi dal cielo

Quel giorno, invece di gocce d’acqua, sono piovuti sassi dal cielo. Forse non ci crederete, ma è successo proprio così.
Strano, era da tanto che non ci pensavo, credevo quasi di essermene scordata. Invece oggi Martina, mia nipote, si è seduta proprio sul mucchio di ghiaia addossato al muro di fronte al garage e mi ha domandato “Zia, da dove arrivano tutti questi sassi?”.
Così mi è tornato in mente quel giorno. E gliel’ho raccontato.
Ma, alla fine del racconto, lei da sotto l’ala del suo cappellino rosa, mi ha lanciato uno sguardo obliquo e con aria incredula mi ha detto “Humm… è proprio vero? Zia, non raccontarmi bugie…”
Le ho risposto che era una storia, non una bugia. Una specie di favola, al che lei ha iniziato a raccontarmi quella di cappuccetto rosso.
Riflettendo mi viene da pensare che la differenza tra un racconto ed una bugia è davvero sottile e a volte non c’è.
Ma, per tornare a quel giorno in cui sono piovuti sassi, ricordo che era un pomeriggio d’autunno, assolato e ancora caldo.
Io e mio marito stavamo tornando a casa dopo aver fatto un giro a piedi per la città. Il sole stava tramontando, non c’era ormai più che qualche raggio cremisi, già soffocato dietro alle montagne.
Lui mi teneva sottobraccio, com’è solito fare quando passeggiamo. Siamo arrivati al cancello di casa e improvvisamente ci siamo accorti che proprio sopra al nostro tetto c’era una strana luce nel cielo, di un grigio cupo sfumato di viola. Una luce temporalesca, insomma, come una specie di foschia minacciosa che avvolgeva la nostra casa. Eppure la giornata era stata limpida, non si era vista una nuvola.
Ci siamo guardati piuttosto stupiti, ma non abbiamo detto niente.
Abbiamo oltrepassato il cancello e avviati incuriositi verso il vialetto che conduce all’ingresso. Io guardavo davanti a me, ma non riuscivo a scorgere nettamente il profilo delle cose. Ho ipotizzato che potesse trattarsi di fumo, che si fosse incendiato qualcosa in casa o nei dintorni. A questo pensiero ho iniziato a provare una certa agitazione.
Stavo ponderando tra me e me questa eventualità quando è iniziata.
Il primo sasso mi ha colpita su una spalla. Era grosso come una noce. Ho lanciato un urlo dallo spavento e dal dolore. Poi mi sono guardata intorno per capire se qualcuno si stesse divertendo con un crudele tiro al bersaglio – di cui la vittima ero io –  ma dopo un istante un altro colpo sulla testa e un altro ancora: un autentico bombardamento.
Ormai anche mio marito cercava di difendersi da quell’assalto improvviso, alzava le braccia sopra la testa, si copriva gli occhi, tentava di proteggere anche me.
“Ma cos’è, grandine! Cos’è?!” mi disse con voce spezzata.
“Non lo so, cerchiamo di ripararci!” gli risposi.
Per terra sassi viscidi d’acqua, rimbalzavano come palline da ping pong. Li guardavamo stupefatti.
Da dove arrivavano?
Eravamo appena all’inizio del vialetto e mancavano ancora molti metri prima di arrivare all’ingresso. Sopra di noi il cielo era nero, non c’era più un filo di luce, non si vedeva ad un palmo dal proprio naso, era come essere nell’occhio di un ciclone.
Accanto al cancello c’è un portaombrelli nel quale ne lasciamo sempre uno, non si sa mai. Mio marito se ne ricordò improvvisamente e mi disse “Torno indietro a prendere l’ombrello, ci metto un secondo.” e corse a prenderlo. I sassi cadevano sempre più copiosi ricoprendo velocemente tutto quanto. Rimbalzavano sul tetto, contro il muro della casa, sul ferro della recinzione e del cancello. Facevano un rumore incredibile!
Io ero come paralizzata dalla meraviglia. A che razza di spettacolo stavamo mai assistendo?
Cercavo ancora di proteggermi con mani e braccia, ma era inutile.
Sembrava impossibile raggiungere la porta di casa, distante una cinquantina di metri. Il terreno era cosparso di ciottoli scivolosi che rendevano difficile camminare.
Dopo un minuto mio marito è arrivato con l’ombrello. Ma nonostante la brevità del tragitto percorso, la tela era già a brandelli e le bacchette erano rotte e penzolanti.
“Cazzo, non serve a niente! E che male fanno questi maledetti sassi!”.
Lo guardai: aveva il volto tumefatto, gli colava sangue dalla testa e scivolava sui vestiti che si andavano lacerando, fino ai piedi. Improvvisamente fui colta da un pensiero e spostai lo sguardo su di me: sollevai le maniche della maglia di cotone e scoprii le braccia. Vidi che erano cosparse di lividi e tagli profondi, le gambe mi dolevano e i jeans erano strappati in vari punti. Non proteggevano più.
Perdevo sangue da innumerevoli ferite, lo sentivo scorrermi addosso, scendermi dalla testa, scivolarmi sulle guance fino alle labbra. Lacrime rosse. Ne sentivo in bocca il gusto salato e minerale. Pensai che probabilmente avevo anche le labbra ferite. Ad un certo punto fui colpita sopra all’occhio destro: un dolore lancinante, tagliente, freddo e subito tutti i colori del paesaggio presero la stessa tinta di rosso.
“Dobbiamo cercare di entrare in casa!” si mise a gridare mio marito.
Urlava per farsi capire perchè il rumore era assordante.
“Certo, andiamo.” gli gridai a mia volta.
Cercai di muovere un passo con le gambe doloranti e subito scivolai su un ciottolo bagnato e viscido che stava a terra. Non si vedeva quasi più il terreno, per quanti ne erano caduti.
Lanciai un grido mentre sentivo che stavo perdendo l’equilibrio, ma fortunatamente il braccio di mio marito mi sorresse e non caddi.
“E’ impossibile! Non ce la faremo mai!” esclamai, ormai spaventata a morte da tutta quell’incredibile situazione.
“Dobbiamo tentare! Continua a camminare! Ti tengo io! Se rimaniamo qui, questa maledetta grandinata, o cosa diavolo sia, ci ucciderà! Su, coraggio! Un passo dopo l’altro, piano piano. Non ti lascio.”
I sassi continuavano a cadere, assediandoci da ogni parte. L’aria era fredda, gelida, pungeva il viso e la pelle delle braccia, ormai esposta, come milioni di spilli. Camminavamo lentamente, come due astronauti in assenza di gravità, piegando bene le ginocchia e cercando di trovare un appoggio sicuro ai nostri passi, sopra a quel tappeto instabile.
Mi sembrava un’impresa disperata: non eravamo avanzati che di pochi metri in un tempo che a me pareva lunghissimo e, perdipiù, continuando ad inciampare e scivolare, pur sorreggendoci a vicenda. Ormai ero talmente livida che non sentivo quasi più dolore, o forse era talmente forte da essermene assuefatta. Ma dovevo continuare a camminare, mio marito aveva ragione.
Nella mente mi balenava un unico pensiero, fisso, costante: “Cosa sta succedendo?”
Ad un certo punto pensai che sarei certamente morta. E subito sperai che mio marito, invece, potesse salvarsi.
Ad un certo punto ricordo soltanto un acuto dolore alla fronte, un gusto metallico in bocca e poi il buio.
Nient’altro che nero dinnanzi a me.

Mi svegliai il giorno dopo, in una camera da letto dell’ospedale. Mio marito era seduto su una sedia lì accanto. Mi ci aveva portata lui, come seppi più tardi.
Un sasso mi aveva colpita alla testa e mi ero accasciata a terra, priva di sensi. Chissà come, lui era riuscito ad arrivare alla porta di casa e ad entrarvi trascinando anche il peso morto del mio corpo.
Non riesco ad immaginare quanta forza ci abbia dovuto impiegare. Un’impresa che ha quasi dell’incredibile.
Eppure lo ha fatto.
E dopo avermi trascinata in casa ed avermi prestato le prime cure aveva chiamato un’ambulanza.
Ed eccomi qui.
Gli devo la vita.
Fummo dimessi nel tardo pomeriggio. Io avevo una leggera commozione cerebrale ed una caviglia slogata, ma nulla di grave. Mio marito era più o meno nelle mie stesse condizioni, slogatura a parte. Entrambi eravamo stati puliti, disinfettati e ricuciti laddove le ferite si presentavano più profonde.
Nel complesso ce l’eravamo cavata molto meglio di quanto potesse essere prevedibile.
Tornammo a casa e durante il viaggio in taxi, nessuno dei due aprì bocca.
Ogni tanto lo guardavo, tentando di non farmi scorgere. E probabilmente così faceva anche lui.
Mi sentivo come se fossi stata partecipe ad un avvenimento inspiegabile, di cui non era possibile condividere il dopo nemmeno con chi l’aveva vissuto con me. Avevo l’impressione di aver sognato tutto e rimanevo nel dubbio costante se parlarne oppure no, perché forse non era che frutto della mia fantasia e sarei stata presa per pazza.
Avevo anche paura: di sentirmi dire che era stato proprio tutto vero.
Ma quei lividi? Non erano forse la testimonianza che non si trattava soltanto della mia immaginazione?
Chissà, forse eravamo stati vittima di qualche incidente automobilistico ed io, nel buio del mio stato incosciente, mi ero costruita tutto quell’incredibile sogno.
Speravo fosse così.
Quando il taxi si fermò davanti a casa scendemmo e dopo aver pagato il tassista rimanemmo soli davanti al cancello.
Abbandonati.
Ci guardammo soltanto, senza parlare. Lui prese le chiavi dalla tasca della giacca leggera. Era una serata limpida e fresca. Infilò la chiave nella serratura, e mentre apriva io chiusi istintivamente gli occhi. Sentivo il ferro cigolare sulle cerniere, lo spostamento d’aria davanti a me. Il tempo sembrava scorrere lentissimo e nello stesso tempo avrei voluto gridare e fermarlo.
Quando riaprii gli occhi il mio cuore saltò un battito.
Il vialetto era completamente cosparso di ghiaia, così come il giardino e tutto il marciapiede attorno alla casa.
Ci guardammo nuovamente. Avevamo sguardi tristi.
Io dissi “E’ stato tutto vero.”
Lui rispose “Già. Speravi anche tu che non fosse così?”
“Si.” gli dissi.
“Perché? ”
“Avrei preferito essermi immaginata tutto.”
“E i lividi, le ferite che abbiamo sul corpo?”
“Poteva essere stato un incidente d’auto, qualsiasi altra cosa che si potesse spiegare. Di questo invece non potremo parlare a nessuno perché nessuno ci crederebbe. E forse noi stessi un giorno non ci crederemo più.” Feci una pausa. Poi proseguii “Spero almeno che, prima o poi, potremo avere la fortuna di dimenticarcene completamente.”
Lui non rispose ed entrammo in casa.

Il giorno seguente ci alzammo presto. Avevamo parlato tutta la notte dell’accaduto. E anche di cosa fare di tutti quei sassi.
Dopo colazione uscimmo fuori. Il sole faceva capolino e l’aria era tiepida. Prendemmo pala e rastrello di ferro ed iniziammo il lavoro.
“Ricordi che non sapevamo come ricoprire il vialetto di casa? Ora lo sappiamo!” mi aveva detto mio marito, tra le altre cose, nel corso della lunga notte precedente.
Tutto sommato non tutti i mali vengono per nuocere.
Così ora abbiamo un vialetto ricoperto di ghiaia proprio molto carino.
E c’è questo mucchietto di fronte al garage. Chissà perché lo abbiamo lasciato. A volte vi sediamo sopra. Sassi che hanno reso il loro servizio. E, diciamo, gratis.
Da allora abbiamo parlato ancora qualche volta di quello strano giorno.  Ma più passa il tempo e meno ricorre nei nostri discorsi. E chissà che presto non ce ne scorderemo del tutto.
Le ecchimosi sono guarite nel giro di pochi giorni. Le ferite si sono rimarginate bene, soltanto qualcuna ha lasciato la cicatrice.
All’inizio, quando le guardavamo, il pensiero andava immediatamente a quel pomeriggio.
Ora non più.
Vediamo una cicatrice. E, a come ce la siamo fatta, dobbiamo pensarci un po’ su.

Ora, non so se qualcuno leggendo avrà creduto a questa storia. E nemmeno mi spiego perché ho scelto di raccontarla. Tutto sommato non è importante.
Noi sappiamo che è vera.
Aggiungo soltanto che, se avete dei dubbi, fate attenzione ai vialetti delle case e vedrete che molti sono ricoperti di ghiaia.
Chissà. Forse almeno una volta nella vita a tutti è capitato di veder piovere sassi dal cielo.
Non solo a noi.

 

4 pensieri su “Sassi dal cielo”

  1. Ciao, pensavo fossi stato rapito da alieni o residui di acido lisergico, ora sò che grazie a te non ho sognato. Anch’io ho visto e vissuto quella pioggia e ne porto ancora i residui in cicatrici di quelle pietre taglienti sulla cute. Grazie madeleine!

  2. Quanta strada da fare! Nel viaggio ci sono momenti belli e meno belli ma tutti da ricordare e da raccontare. E’ il sogno che ci dà la forza di affrontare le vicissitudini di tutti i giorni. Anche a me cadono con frequenza sassi su ogni parte del corpo e dopo tanti anni, non sapendo da dove vengono, cerco di comprenderne il significato. A volte capisco, a volte mi resta il dubbio. Ma poi leggo e racconti dall’incedere fluido come il tuo, cara M, mi convincono che non siamo soli e che forse qualcuno ci lancia sassi, da lassù, per farci aprire gli occhi sul mondo e su quello che ci circonda, per frenare la nostra inutile e immotivata corsa verso la fine di tutto. Ancora brava nelle riflessioni che fanno riflettere. Ciao

  3. Ciao ho letto la tua incredibile storia dopo aver sognato un episodio del genere! Nel sogno ero sconvolta e impaurita anche perché mi rifiutavo di credere che tutto quello che stavo vedendo fosse reale. Sono svariati anni che ho la netta sensazione, che qualcosa sta cambiando, faccio molti sogni di distruzione e onde anomale che distruggono tutto… vedo la terra spaccarsi sotto i miei piedi ed è mostruoso!!!! Quando ho letto il tuo racconto una lacrima è scappata via dal mio viso perché ho rivisto attraverso le tue parole tutto quello che avevo sognato io! Sognarlo è stato terribile non immagino viverlo… e per quello che vale, io ti credo credimi! Ti saluto Madeleine e grazie di cuore per aver condiviso questa terribile vicenda con noi…..

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *