Carminiddu

Stanco, dormiva disteso sotto la grande quercia; Igor, un vecchio segugio dal pelo crespo, suo fedele amico, ansava con la lingua penzoloni. La calùra estiva si faceva sentire; e in quel corpo, abituato a sfidare persino le intemperie, oramai debole e consumato dagli anni, quell’afa aveva oramai avuto il sopravvento. “Carminiddu”, lo chiamavano in paese, non perché avesse un’esile figura, anzi, riusciva con le sue enormi e poderose braccia a cingere persino quella secolare quercia che adombrava quasi mezzo tumulo di terra. Quel “Carminiddu”, diminuitivo di Carmelo, uso inconsueto di storpiare i nomi nei paesi del meridione, specie in quel paesino di Belmonte Mezzagno e farli divenire sempre più piccoli, era sicuramente dovuto a quell’innata cultura contadina dell’economia. Quel senso del risparmio era quasi un’ossessione per la gente del luogo.
Il suo primo nome avrebbe dovuto essere Cristoforo, come quello del nonno paterno; Carminiddu gli era sicuramente arrivato da mamma Teresa per via della devozione alla madonna del Carmelo;  donna pia, dall’animo puro, quasi in via di beatificazione.
– Bisogna lavorare, lavorare e amare il prossimo senza dimenticare di lodare e servire Dio.
Non si stancava mai di ripeterlo al suo Carminiddu, il quale cresceva sempre più timorato da Dio, e, nello stesso tempo, orgoglioso, orgoglioso e fiero di essere un buon soldato di Cristo.
Il senso dell’economia in Carminiddu era oramai diventato un chiodo fisso, non bisognava buttare gli avanzi di quale che sarebbe stata la loro origine; quante volte il pane rimasto del giorno prima si conservava avvolto in un tovagliolo di stoffa per il giorno dopo e per altri a venire.
– C’è il corpo di nostro Signor Gesù nel pane; non bisogna gettarlo per terra.
Ripeteva Teresa nel veder tozzi di pane in strada, buttato da gente che poteva permettersi simili sfarzi. Persino durante la raccolta delle olive, Carminiddu, dava grande esempio di economia, col sacco pieno si chinava a raccattare un oliva, lungo il tortuoso viottolo che conduceva al magazzino evitando così di calpestarla, la metteva dentro una delle due grosse tasche, quasi sempre rattoppate, e, orgoglioso, la buttava in mezzo alle altre, una grossa montagna di olive messa li in attesa di essere trasportata al frantoio per la macina; e pensare  che se ne calpestavano tante durante la raccolta, ma quella li sul viottolo, per Carminiddu, stanco sotto quel pesante fardello e col rischio anche di una maldestra caduta, rappresentava il vero frutto dell’economia, quel non lasciare per strada il bene che Iddio ci dona, quindi doveva essere presa ad ogni costo.
Ricevette un duro colpo per la perdita di mamma Teresa; il padre gli era venuto a mancare quando ancora andava alle elementari, in seconda precisamente, perché fu li che ebbe a lasciare gli studi; studi per modo di dire, era riuscito appena a saper scrivere il suo nome, e lui era già abbastanza fiero di questo e quasi s’inorgogliva nel vedere i suoi coetanei, in età avanzata, apporre il segno della croce nei documenti.
Avrebbe potuto diventare sacrestano della chiesa Madre se lo avesse voluto, don Luigi ne sarebbe rimasto molto contento quando allora glielo chiese; lui, niente, preferiva lavorare nei campi e stare a contatto con la natura, quella vera, dove si può ancora assaporare il tubare dell’allodola in amore, il raglio dell’asino stonato, lo squittire delle rondini al tramonto, gli odori dei fiorellini di prato appena sbocciati e tante altre bellezze che solo madre natura sa regalarti.
Quel dì del mese d’Agosto si faceva sentire, e all’ombra della possente quercia, quell’appiccicosa calura infastidiva come non mai prima; persino il dispettoso frinire della cicala smise di sentirsi, tanto che Igor riuscì a prendere sonno ai piedi del suo padrone.
Un raggio di sole, creatosi un leggero varco tra i fitti rami, andò a posarsi sulla fronte di Carminiddu, destandolo.
I grandi occhi scuri, in quel viso scarno ed increspato, fissavano ora il vuoto sfogliando pagine di vita vissuta; mentre sul pero, li accanto, una gazza guardava Carminiddu frastornato dal quel capriccioso raggio di sole, assaporando un frutto ancora acerbo.
“Amare il prossimo”, si ripeteva, solo e abbandonato da tutti. E’ facile dire prossimo; il difficile è esserlo. Quanto amore donato, quanto aiuto dato, quante volte quel pezzo di pane ebbe a dividerlo in due, in tre, per donarlo a quel prossimo, senza assaggiarne un boccone… e ora, era li, solo, dimenticato persino da chi vestì i suoi panni in uno di quegli inverni rigidi.
A Carminiddu le forze sembrava stessero per abbandonarlo; Igor capì quanto stava per accadere e cominciò, latrando?, a leccare le mani del suo padrone; la gazza sembrava leggesse negli occhi tristi di quell’uomo l’amara delusione della sua umile vita, e non sapeva che fare; smise di beccare quel frutto e si mise a pensare come potere intervenire per alleviare quello sconforto, l’ultimo. Non si può morire pensando che nessuno ti ama, che qualcuno non ti stia vicino in quel breve passaggio di frontiera che è la morte, bisognerà fare qualcosa pensò lesta la gazza, e cominciò, nel suo linguaggio, a chiamare più animali che poteva. Sembrò un miracolo; in un batter d’occhio, sotto quella gran quercia si radunò un numerosissimo gruppo d’ogni genere d’animali improvvisando un bellissimo concerto. Carminiddu raccolse le ultime forze, guardò tutti: dal coniglio allo scoiattolo, dall’allodola, al cuculo; poi abbassò lo sguardo, ed una lacrima bagnò Igor intento a leccare quel corpo di Carminiddu che sussurrava grazie, spegnendo gli occhi commossi, nel vedersi circondato di quel grande e sincero amore d’animali.

Un pensiero su “Carminiddu”

  1. Tutte le persone dovrebbero leggere queste piccole frasi, ma di grande insegnamento.

    Buon proseguimento!!!

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