La legge di Newton

Mi chiedo quando si accorgeranno di ciò che mi sta accadendo
Mi chiedo per quanto tempo potrò ancora fingere che nulla mi stia succedendo
Ho paura

Qualcuno chiama il mio nome È Carla un’amica

– Santo cielo! Ma come ti sei combinata non hai caldo?
– Sei tu che sei la solita calorosa, guarda che siamo in febb…
– … braio ma sembra di essere a giugno! Ah quanto amo queste giornate! Mi sembra di rinascere… questa mattina…. e poi pensa che…

Ascolto, guardo la sua bocca e i suoi occhi, veloci,  come le sue parole;  strano mi sento più calma, un pensiero è nato in me Carla è così, parla e non ascolta, non serve intervenire Anche se lì davanti a lei e, lei davanti a te, ognuno è altrove, dentro un altro pensiero, un’altra storia

– … così ho telefonato a Giulia… Ottellio… ti va?
– … come? Ah si certo… ma devo fare prima una commissione… no vado da sola, tu intanto vai poi ti raggiungo

La guardo allontanarsi mentre calcolo nella mia mente il percorso che devo compiere per arrivare sana e salva a quel  bar
Controllo la distanza,  per fortuna oggi non c’è vento, tutto sarà più facile

È  da una settimana che vivo in questo continuo terrore di volare via
Tutto è cominciato quando quell’uomo mi ha urtato con la sua spalla mentre camminavo L’impatto mi ha spostato e, i miei piedi, perduto la solida aderenza con il suolo Mi sono girata per dirgli qualcosa, ma alle mie spalle non c’era nessuno Solo un brivido alla base del collo E’ stato allora che quando ho spostato il piede per muovermi e andare avanti, non ho sentito più il terreno sotto di me Come una marionetta muovevo le gambe eppure, lì rimanevo,  sospesa  La gamba aveva perso il suo peso e sembrava non trovasse la spinta, la forza necessaria ad imprimere la mia direzione
Il mio corpo sembrava non avere peso, galleggiava
Da quel giorno, le cose mi passano accanto, le percepisco, mi sfiorano, ma appartengono ad un’altra dimensione Sfioro i muri, gli alberi, i campi, le strade Per spostarmi mi afferro disperatamente agli oggetti eppure, nel momento in cui li stringo é come se mi sfuggissero So che una sola, piccola distrazione può allontanarmi da loro
Per tornare a casa, quel giorno impiegai tre ore 
Ho iniziato a riempire le mie tasche di pesi, la mia borsa di libri, ad usare strani uncini per incastrarmi nel mondo e continuare a ingannarlo

È da un mese che non esco di casa Sono stanca Preferisco starmene qui sola In fondo non è poi così brutto galleggiare Anzi a dire la verità  mi sembra che la vita abbia finalmente un senso
Il tempo mi attraversa, la luce entra ed esce dalle finestre, la polvere si posa sui mobili Qui non esiste il bene e il male non c’è Il mondo è cavo e io ci sono dentro
Sola

Sono passati ormai tre mesi, almeno credo Il telefono ha smesso di suonare Sono mesi che non rispondo, non c’è nessuno con cui vorrei parlare, nessuno che vorrei vedere Ed ora credo che il mondo abbia dimenticato il mio nome, come io non ricordo più il suo
Sono entrata in una nuova fase Ho iniziato a volteggiare Continuo a sfiorare le cose che mi circondano, ma ho smesso da tanto di afferrami a loro in cerca di stabilità Socchiudo gli occhi e guardo verso la finestra, sospiro leggermente, un giorno uscirò da quella finestra, in una notte di luna piena, con le stelle che brillano, aprirò le mie braccia e mi lascerò andare… qualcuno alzerà lo sguardo verso il cielo per esprimere un desiderio e vedendo la mia sagoma mi scambierà per un angelo…

E’ quasi un mese che non galleggio più. Il telefono aveva ripreso a squillare, sempre più spesso, sempre più fastidioso… quel trillo malefico, penetrava nella mia sospesa armonia. Per sfuggirgli, con tutte le mie forze, ho aperto la finestra… pioveva-faceva freddo… il telefono continuava a suonare…

– Francesca! Santo cielo! Ma si può sapere dove eri finita?
– … Carla sei tu?
– Beh! Almeno ti ricordi il mio nome! Allora? Piccola asociale cosa hai fatto in tutto questo tempo?
– Non sono stata troppo bene, ma….  mi sembra che adesso vada meglio… si adesso va meglio.

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