Oltre la siepe

Buio. Silenzio. Da quanto tempo mi trovo qui? Non riesco a ricordare… Uno strano timore mi impedisce di parlare, di chiamare, perfino di allungare una mano per tastare le pareti di questo luogo sconosciuto. Ieri… Era ieri? Stavo rientrando a casa. Ho tirato fuori le chiavi e aperto la porta. Il gatto è venuto a strusciarsi contro le mie gambe con uno strano miagolio, i peli della coda dritti. Poi… più niente.
Provo a sussurrare, solo per sentire la mia voce. Chiedo: c’è qualcuno? Improvvisamente, la luce. Uno squarcio accecante, un bagliore così brutale da strizzarmi le pupille fino a renderle minuscole e un brivido di paura corre gelido lungo la schiena. E’ questione di un attimo, un pericoloso attimo in cui la mente si inceppa per la sorpresa, ma sufficiente a paralizzarmi e rendermi un’arrendevole preda. Ecco, i ricordi al momento si fermano qui.
Adesso il suono di qualcuno che parla mi arriva da lontano come un mormorio senza riuscire a capire da dove provenga. Sono ancora frastornato, a stento cerco di aprire gli occhi per prendere coscienza di ciò che mi sta intorno. Una cosa è certa: non sono a casa mia. Le ante della porta che tengono chiusa la camera sono imponenti, la laccatura bianca con il bordino dorato mi ricordano tanto la casa di nonna Vittoria. I soffitti alti, le grandi finestre, gli arredi sontuosi e quelle porte che ogni qual volta venivano aperte da George, il caro vecchissimo e amatissimo George, maggiordomo da tutta una vita, era come se si schiudesse dietro di lui un mondo magico. Ricordo ancora i suoi sguardi ammiccanti, il luccichio degli argenti in quel salone maestoso, i tappeti orientali che ricoprivano marmi pregiati e quei bellissimi quadri appesi alle pareti, capaci quando mi soffermavo ad ammirarli, di traghettarmi in mondi lontani e fatati. La fertilità della mia fantasia mi permetteva di sentire ogni qual volta quelle porte venivano spalancate, il brulichio della festa, il suono dell’orchestra che emanava note languide per coppie di innamorati ebbri di gioia mentre si scambiavano sguardi intensi e sussurrii melensi. Abiti fastosi e crinoline inamidate frusciavano per la sala vagando in un turbinio leggiadro e inarrestabile.
Ora dietro questa porta che mi si staglia davanti come un gigante bieco, non riesco a immaginare nulla, avverto solamente una sensazione di pericolo che mi inquieta e mi tiene desto, nonostante le palpebre vorrebbero chiudersi per la pesantezza. Una lama di luce taglia l’aria attraverso una fessura, come se al di là di quella porta delle enormi e incandescenti luci di scena stessero illuminando un fantomatico palcoscenico. La camera non è arredata, con quel po’ di chiarore che vi aleggia posso scorgere le pareti di un bianco asettico. Una sedia e una lampada spenta svettano come pennoni solitari. Ora che l’effetto del sonnifero somministratomi la sera precedente sta andando a scemare, comincio poco alla volta a ricordare. Frammenti di memoria esplodono nella mente come lampi e mi permettono di focalizzare scorci di momenti vissuti, che a pelle, solamente a pelle, mi danno una sensazione sgradevolissima di angoscia e minaccia mescolati assieme. Ormai tutto è chiaro col passare del tempo, i ricordi che cominciano a riaffiorare lentamente assumono sempre più i connotati di una situazione grottesca, quasi surreale. Per fortuna il vuoto è durato soltanto una notte.
Tutto aveva avuto inizio una settimana fa. Era una giornata fresca quel giovedì pomeriggio, il sole giocava a nascondino con le nuvole, folate di vento facevano roteare foglie ingiallite lungo il viale creando mulinelli colorati. Il giallo l’arancio e il rosso acceso delle foglie autunnali si fondevano straordinariamente insieme nel vortice creato dalla raffica e dentro quel coloratissimo turbinio, si poteva ammirare tutta la magnificenza della natura. Un calpestio insolito aveva però dirottato la mia attenzione in un’altra direzione, mi sembrava di aver sentito voci concitate e passi frettolosi che si arrestavano improvvisamente per poi ripartire. Mi ero nascosto dietro una siepe per osservare meglio senza essere visto e col cuore che mi sfondava il petto per la paura, avevo assistito a una scena raccapricciante. Una donna giaceva a terra priva di vita, la sua pelle era ambrata, i capelli le ricadevano con morbidi riccioli sul viso contratto da una smorfia di dolore, gambe lunghe e affusolate si mostravano da un lembo di vestito strappato durante la colluttazione con i suoi aguzzini. Era adagiata lì, inerme, come una bambola rotta della quale ci si era liberati perché ormai inutile. Gli occhi ancora aperti e lo sguardo atterrito mi facevano provare una pena infinita. Nel muovermi le foglie secche sotto i piedi avevano crepitato fragorosamente e questo era bastato a farmi scoprire. Con passo svelto mi ero incamminato verso casa e appena giuntovi, mi ero chiuso la porta alle spalle prendendo fiato, quasi avessi fatto in apnea l’intero tragitto.
Ieri sera l’epilogo inaspettato. Infilo la chiave nella toppa, apro la porta e mi appresto a entrare, quando una luce mi abbaglia, percepisco il pericolo, ma prima che possa avere una qualsiasi reazione, qualcuno mi infila un cappuccio in testa e mi porta via nel più assoluto silenzio da parte mia. Una pistola puntata alla schiena aveva garantito loro la mia totale collaborazione. Ora che la nebbia mi si è dissolta nella mente, ricordo chiaramente tutto ciò che è successo ieri sera. Rivedo l’interrogatorio, le percosse e la sentenza di morte emessa all’unanimità dai sei giurati che mi stavano intorno. Il mio destino era stato deciso. Non potevo sperare in un miracolo, mi rimaneva la sola cosa da fare che resta a quelli che non hanno supplementi di speranza: pregare.
La stanchezza ormai mi stava vincendo, gli occhi cominciavano a chiudersi sotto il peso della rassegnazione, ero sul punto di scivolare nel sonno quando un rumore improvviso mi aveva fatto sobbalzare. La porta si era spalancata con un colpo ben assestato, le due ante avevano sbattuto rumorosamente contro le pareti e il cuore aveva preso a galoppare senza controllo. Gli occhi si erano chiusi istintivamente in un’estrema reazione di difesa. Una veste sottile di sudore mi ghiacciava la pelle come un mantello di aghi. Non volevo guardare. Poi, all’improvviso, un tocco sulla spalla, qualcuno mi prende per mano e una voce rassicurante mi dice che è tutto finito. Apro gli occhi, vedo una divisa davanti a me e un sorriso luminoso mi scalda il cuore. Ora che non devo più temere per la mia incolumità, sento che le forze mi stanno abbandonando, ma non mi spavento per questo, so che posso sgusciare nell’incoscienza per qualche minuto con animo sereno. Le palpebre cominciano così ad abbassarsi lentamente mentre un caldo abbraccio mi avvolge, i rumori si allontanano pigramente e le luci sfumano adagio intorno a me.



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