Amico mio

Tutta quella frenesia scorreva sotto i suoi occhi, inermi cuori attraversati da lampi di eventi esterni si aggiravano come anime mute sulla grande piazza. Rumori, silenziosi di note dolci, saturi di pensieri sterili occupavano il vortice miracoloso della vita, non cedendo però di un passo alla sua ode gioiosa.
L’angelo se ne stava seduto sulla torre campanaria, i gomiti appoggiati alle ginocchia, i pugni sotto il mento, le gambe a pendere. Guardava.
Strani gli esseri umani, rifletteva. Tutti insieme sulla stessa piazza, nello stesso minuscolo spazio di un puntino nel mondo, un universo nell’universo, eppure lontani tra loro come le stelle. Quando Dio li ha creati non erano così nel suo progetto. Qualcosa è andato storto. Guardali, ciascuno corre nella sua direzione (quale?) eppure tutti sono fermi nel solito posto. Guardali da lontano… più lontano, dal cielo scuro… più lontano, dalle stelle… più lontano… dall’infinito. Guardali ora, non si distinguono da quassù. É piccolo, piccolissimo lo spazio su cui stanno. Si muovono a malapena, si spostano ignari che con tutta quella fatica hanno fatto solo pochi passi, un milionesimo di millimetro nell’infinito, a malapena percettibile da lassù. E poi il tempo… la durata della loro intera esistenza poteva essere tracciata dall’angelo su un singolo mattone della torre campanaria. Un segmento brevissimo, che intersecava di tanto in tanto altri segmenti brevissimi, per poi terminare all’improvviso. Si, sempre e comunque all’improvviso.
Eccolo, ancora sulla torre campanaria. Ora si, li vedo, ma non ancora i loro occhi e non sento i loro pensieri.
Una finestra aperta lasciava filtrare un raggio di luce dall’interno sul buio del vicolo visitato da qualche gatto randagio in cerca d’amore o da qualcuno di ritorno dal lavoro. La figura all’interno si muoveva lentamente, come per riempire quello spazio e quel tempo, vuoti ormai da sempre. Almeno nella sua percezione di uomo solo. Ogni tanto ritornavano alla memoria immagini lontane, cacciate subito indietro, come la lacrima che si affacciava tra le ciglia e lì restava tremolante, indecisa se proseguire la corsa sul viso o fermarsi, costringendo la mano ad una carezza nel raccoglierla. Il fuoco nel camino aveva lasciato spazio alla cenere fredda. Che importava? Le giornate erano sempre più corte per Carlo, la sua casa sempre più vuota e più fredda. Rimise a posto i cuscini sul divano che ormai avevano la sua sagoma, passò il bicchiere sotto l’acqua corrente e lo mise a gocciolare. Lì, da solo, sul lavabo. Carlo sorrise guardandolo. “Amico mio” pensò. L’angelo osservava da sopra la torre campanaria tutto quel silenzio discreto e sentiva il cuore dell’uomo battere. Pensava che era il solo, in tutto il frastuono confuso che copriva quell’universo, a cui avrebbe voluto parlare. Ecco un uomo solo, pensava, ecco uno che ha cominciato il suo count-down. Gli uomini: una vita intera a rincorrere il vento e pochi minuti, alla fine, per fermarsi e sentirlo sul viso.
Carlo indossò una giacca, aprì la porta ed uscì. Per un attimo si lasciò avvolgere dal buio del vicolo prima di imboccare la stradina verso la piazza e verso il bar. In quell’attimo chiuse gli occhi e affondò ancora nel ricordo, mentre le sue mani andarono alla ricerca di una sigaretta nelle tasche. L’accese e aspirò quel sapore gradevole, mentre riaprì gli occhi e si ritrovò in piazza.
L’angelo lo osservava, lo seguiva con lo sguardo e già sapeva. Sapeva che il buio non era nel vicolo, né il silenzio.
I piedi di Carlo si trascinavano pesanti sulle pietre che ricoprivano il centro storico e ciascuna di esse sembrava ammorbidirsi per dare a quel passo un rispettoso silenzio. Carlo si fermò davanti alla chiesa, fece un tiro con la sigaretta poi la gettò per terra, guardandosi intorno senza cercare, senza vedere. Arrivò al bar, un saluto di circostanza alle persone che, infreddolite, sedevano ai tavolini sulla pedana esterna, chiacchierando e ridendo delle loro storie. Carlo andò all’interno, il passo lento come il suo battere di ciglia stanche. Prese il solito panino con prosciutto e un bicchiere di vino rosso. La sua cena. Lo mangiò sulla porta, in piedi, mentre le briciole cadevano e lui sorrise nel guardarle “Le briciole per Pollicino” pensò. Alzò il bicchiere e brindò al suo pensiero “Così trovi di nuovo casa, amico mio”.
L’angelo lo seguiva da lontano, indovinando le sue idee e sorridendo con lui. Carlo uscì dal bar, appena fuori accese un’altra sigaretta, soffiò il fumo verso l’alto e fu allora che l’angelo ebbe l’impressione che lo avesse visto. Lo guardò perplesso, incerto del suo pensiero. Ma Carlo sollevò leggermente la mano in un gesto di saluto e gli sorrise “Sono pronto, amico mio” disse.
Si avviò verso casa, lentamente. Un gatto gli si avvicinò facendo le fusa strofinandosi sulla sua gamba e lui lo accarezzò dolcemente “Va tutto bene, amico mio”. Ripercorse il vicolo buio, aprì la porta di casa e la richiuse alle sue spalle, piano. Si spogliò e si distese sul divano come ogni sera, spense la luce e si addormentò. L’angelo stava seduto al buio in fondo alla stanza e una lacrima gli rigò il viso “Buonanotte amico mio”.
Carlo se ne andò così, in una sera come tante, sempre uguali e qualcuno tra i distratti, frenetici che si aggiravano sulla grande piazza, giurò di aver visto un angelo quella sera, sulla torre campanaria e giurò che insieme a lui c’era anche un uomo.



2 Commenti per “Amico mio

  1. Sì, qualcosa è andata storta. L’homo Sapiens è imbruttito dentro. Il tuo racconto sa di – ricerca del buono-
    5st.
    Un saluto.
    Sandra

  2. Non facile scrivere un racconto su un argomento come questo… il brano è surreale ma le metafore sono realissime, purtroppo. Quante volte ho fatto gli stessi pensieri dell’Angelo quando penso a noi esseri umani che ci muoviamo freneticamente pur essendo in realtà sempre fermi in un punto infinitesimo dello spazio… piaciuto. ciaociao.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *