Il piccolo teatro di casa Petri

Con passo svelto Massimo arrivò finalmente davanti alla porta del signor Petri, si avvicinò al campanello e con il dito si mise a suonarlo in modo quasi molesto. Era tutto trepidante, un po’ emozionato; aspettava con impazienza che la porta gli si aprisse davanti, mentre intanto si aggiustava la sua bella cravatta e guardandosi il vestito andava assumendo una posizione rigida, quasi militaresca pronta a scattare sugli attenti.
Finalmente la porta si aprì e vide apparire la signora Marta, la governante del signor Petri.
“Prego si accomodi, Il signore la stava aspettando” disse l’anziana signora facendogli spazio davanti l’entrata, e indicando la via da percorrere con la mano tesa verso il lungo corridoio che gli si stava presentando davanti.
Massimo non se lo fece ripetere due volte, sorpassò la signora lasciandola alle sue spalle incamminandosi lungo il corridoio, dove vide all’improvviso comparire il signor Petri.
“Benvenuto Massimo, in perfetto orario come sempre, bravo figliolo” e lo prese affettuosamente sotto il suo braccio imponente trascinandolo nel soggiorno dove erano già tutti gli altri.
“Heilà, ben arrivato – disse Mirco, il figlio del signor Petri, – vieni accomodati” invitandolo così a prendere posto di fronte alla tavola già apparecchiata.
Proprio in quel momento fece la sua apparizione nel soggiorno anche Anna, la figlia del signor Petri, che salutò l’ospite appena arrivato con un cenno della mano e un debole ciao.
“Bene – disse la signora Nilde sorridendo, la moglie del signor Petri, – adesso ci siamo tutti.”
“Si, accomodiamoci” disse il signor Petri che si stava avvicinando al suo posto di capotavola.
“Caro Massimo, ti voglio qui accanto a me, alla mia destra” proclamò il signor Petri sorridendo e gettando lo sguardo addosso a tutti i presenti che si stavano accingendo a prendere posto.
“Con molto piacere, ” rispose il giovane compiaciuto della particolare attenzione ricevuta da così eminente figura quale era ai suoi occhi il Signor Petri.
In quel momento fece il suo ingresso la signora Marta, con un enorme vassoio colmo di tortelli al sugo. La signora prese a girare attorno al tavolo con in mano quell’enorme recipiente, cominciando a servire la prima portata della cena.
Massimo sembrava entusiasta, quell’atmosfera che c’era attorno alla tavolata, gli ricordava le vecchie storie narrate dai vecchi romanzieri, in cui la trama si snoda all’interno delle tipiche famiglie borghesi di fine ottocento. Massimo tutto questo lo affascinava in modo clamoroso.
“Caro Massimo questa sì che è cucina, quella della nostra Marta!” esordì il signor Pedri dopo aver masticato velocemente un paio di tortelli al sugo, “assaggia”.
Il giovane ospite annuiva con la testa e mostrava un perenne sorriso che ormai sembrava essersi impossessato del suo volto.
Massimo mangiava di gusto, e ogni tanto si girava attorno per vedere che tipo d’espressioni riusciva a catturare attorno a quel tavolo, e contraccambiava eventualmente con segni di consenso ogni volta che incrociava lo sguardo di qualcuno, poi riabbassando gli occhi continuava a masticare fra se e se.
Il signor Pedri fu il primo a finire la prima portata, e con pazienza aspettò che tutti gli altri avessero finito per poi continuare a disquisire dei suoi argomenti.
Si guardò attorno attentamente, poi si pulì la bocca con il tovagliolo e lo ripose a fianco del piatto, mentre con lo sguardo andava a cercare l’attenzione del suo ospite.
Massimo percepì subito tale interesse, e subito si mise in attesa, guardando il signor Petri e aspettando un qualche interrogativo rivolto verso di lui.
“Caro Massimo, ho sentito che te la cavi molto bene, sei in gamba, inoltre vedo con piacere che bene o male riesci anche a coinvolgere Mirco.”
“Bè ci diamo da fare” rispose Massimo alzando le spalle.
“Bene, la modestia è un’ottima qualità, mi piace. Fatto sta che Mirco ha fatto progressi notevoli da quando ci sei tu.”
Massimo un po’ imbarazzato sorrideva guardando di fronte il suo amico, che intanto stava scrutando il padre con aria di sufficienza, ma senza pronunciare parola di commento.
“Bene, bene” aggiunse infine il signor Petri battendo leggermente una mano sul tavolo, mentre guardava con occhio scrutatore la figlia Anna.
Seguì un momento di totale silenzio; Il signor Petri guardava dritto verso l’entrata del soggiorno allungando leggermente il collo. Proprio in quegli istanti fece il suo ingresso la signora Marta, anche stavolta con un enorme vassoio che teneva a stento tra le mani, dove al suo interno era adagiato con le zampe mutilate rivolte verso l’alto un tacchino gigante. Sembrava di essere in una famiglia america nel giorno del ringraziamento.
“Venga Marta – disse la Signora Nilde, – lo metta al centro del tavolo che ci serviamo da soli.”
La governante si avvicinò al centro della tavola e ripose il grosso tacchino sul tavolo come gli fu richiesto.
“Ecco la seconda portata!” tuonò il signor Petri con un sorriso da bambino sulle labbra, mentre si diffondevano espressioni di disappunto sul volto dei presenti per l’uscita grossolana del capotavola, sapientemente celate però dai soliti sorrisi di circostanza, sopratutto quelli di Massimo.
“Cosa c’è Anna, qualcosa non va – disse il signor Pedri rivolgendosi alla figlia che gli stava di fronte, – ti vedo un po’ assente.”
“No tutto ok papà, non ti preoccupare.”
“Bene, ” sentenziò il signor Pedri, mentre allungava la mano verso il vassoio del tacchino. Si scelse accuratamente il suo pezzo preferito: andava matto per il coscio.
Poi fece scivolare il vassoio tra le mani del suo ospite, il quale lo appoggiò di fianco al piatto per scegliersi accuratamente anche lui il suo pezzo preferito.
Il vassoio ancora non aveva finito il giro, che già il signor Pedri si era avventato voracemente sul suo coscio, mentre Massimo si girava attorno un po’ disorientato.
“Che aspetti Massimo – disse il signor Pedri, – nessuno verrà ad imboccarti.”
“Si, si” gli rispose Massimo mentre gli faceva uno dei suoi soliti sorrisi, e così si mise a mangiare anche lui.
“Non hai aspettato nemmeno che arrivasse il piatto del contorno, ” disse la signora Nilde in tono di rimprovero, mentre accoglieva con le mani il vassoio delle patate arrosto che intanto la signora Marta aveva portato. Senza fare alcun commento, il signor Petri prese quel vassoio e cominciò a far rimbalzare nel suo piatto le patate che cadevano dall’alto con l’aiuto della sua forchetta.
Seguendo la solita procedura di prima, il signor Petri diede il solito indirizzo anche al piatto delle patate arrosto. Così di seguito anche Massimo prese la sua porzione dal vassoio, che a sua volta lo ripassò verso Anna secondo l’abitudine ormai appresa.
Il signor Pedri ricominciò a mangiare con gran gusto il coscio di tacchino; era particolarmente preso nel suo intento, tant’è che si poteva udire un leggero grufolio come quello dei maiali, a patto che i suoi commensali facessero un adeguato silenzio. Anche Massimo se n’era accorto, ma faceva finta di nulla e si mostrava indifferente, evitando accuratamente ogni confronto sull’argomento, persino le intese non verbali, evitando così di alzare gli occhi dal suo piatto.
“Ti vedo un po’ pallida Anna, ti senti bene?” disse all’improvviso la signora Nilde guardando la figlia che gli stava di fronte.
“Sì tutto ok, non ti preoccupare” rispose la ragazza attirando su di se l’attenzione di tutti.
Anche il signor Petri si fermò e interruppe il suo corpo a corpo con il coscio di tacchino per osservare la figlia; appena qualche secondo, il tempo di osservarla un po’ per poi riabbandonarsi al suo principale intento di quel momento.
Ancora il signor Petri esternava la sua accanita passione per il cibo, con gli ormai invadenti rumori che accompagnavano da un po’ tutti i presenti. Massimo si rendeva conto dell’imbarazzo generale dei suoi famigliari, e si chiedeva se quella fosse ormai un’abitudine che però costava condividere con un estraneo, oppure quell’imbarazzo era per loro un fattore sorpresa di circostanza causato da un inaspettato comportamento sgradevole del capofamiglia, che ormai sembrava essersi dimenticato che stava condividendo uno spazio con altre persone.
Massimo però cercava in ogni caso di essere il più discreto possibile, continuava a fingere indifferenza, temendo di lasciarsi scappare qualche reazione che poteva rivelare il suo inaspettato stupore che lui stesso non immaginava di provare quella sera.
“Massimo, lo sai una cosa, secondo me farai molta strada, ” riprese a parlare il signor Pedri, soffocando leggermente le parole con il suo tovagliolo che si stava passando sopra la bocca: stava continuando il suo sproloquio che ormai proseguiva a tappe tra una porta e l’altra.
“Io riesco a riconoscere quelli come te, che hanno fin da principio gran talento.”
“Del resto anche lei lo è stato, no?” rispose Massimo, “bè sì modestamente…” Rispose gonfiandosi in petto il signor Pretri con un sorriso compiaciuto che gli stava cavalcando piano piano il volto, accompagnato a quello ormai abitudinario di Massimo.
A quel punto la conversazione dei due fu interrotta dal rumore stridente della sedia d’Anna che slittava piano sul pavimento.
“Scusate, devo andare in bagno, ” disse con voce sommessa una volta accortasi di aver fatto convergere l’attenzione di tutti su di se.
Così usci dal soggiorno, e una volta sicura d’essere libera da occhi indiscreti cominciò ad accelerare il passo portandosi una mano alla bocca. Aprì la porta del bagno con la mano destra mentre l’altra ancora era impegnata a soffocare gli attacchi isterici del suo stomaco. Una volta dentro s’inginocchiò davanti al cesso e cominciò a vomitare.
Finalmente liberata si rimise in piedi e andò davanti allo specchio che stava sopra il lavandino, aprì il rubinetto dell’acqua mentre intanto si risistemava il viso davanti alla sua immagine riflessa.
Poco dopo rifece la sua comparsa nel soggiorno, tra gli sguardi attenti dei presenti che sembravano non aver mutato posizione da quando era uscita.
“Va tutto bene Anna? Ti vedo un po’ stravolta, ti senti male?” disse la signora Nilde.
“No mamma, non ti preoccupare va tutto bene, ” rispose la figlia mentre riprendeva posto tirandosi dietro a se con le mani la sedia da cui si era alzata.

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