Il mulino

Giovanotto tu sai cos’è l’amore?
È che tutti credono di conoscere l’amore. Invece tanti sono quelli che non sanno amare. Credono di farlo ma non lo sanno fare. Pensano che, se ci sia qualcuno che ci ami, allora noi amiamo. Ma l’amore non è solo questo.
Non amare solo chi ricambia il tuo amore. Vivi per amare tutto ciò che rende felice il tuo cuore e il tuo cuore non può amare una sola persona. Amerai, se ci guardi bene dentro, ogni ruga del viso di tuo padre così come ogni dura roccia della terra in cui nascesti.
Amerai, se possiedi un’anima, anche quello che non è tuo, ma che lo diventa col tempo. Non è facile darsi agli altri perché sulla via del regalare amore troverai tantissimi ostacoli. Non ti buttar giù in ogni caso. Alla fine rimarrà comunque quella nobile sensazione di aver dato parte di te in cambio di niente ma di averlo fatto con gioia. La gioia di donare.

Si può essere generosi, ma credo di non aver mai conosciuto una persona che lo fosse molto più di mio padre. Niente era suo perché tutto ciò che aveva lo disponeva in ogni momento per il tutti i nostri paesani.
In un paese così piccolo, mio padre nacque praticamente in mezzo al fieno ed i buoi. I miei nonni erano pastori e massari. I loro averi erano solo il gregge e le mucche. Non guardare queste mura giovanotto, i miei avi dormivano assieme al bestiame, o dentro le capanne di canne e tronchi di querce ed ulivi.
C’era poca differenza tra il pasto dei porci ed il loro. Erano quelli i tempi in cui per la fame mangiavamo anche giunchi e papaveri, era il tempo quello in cui nel nostro paese non c’erano scuole.

Il mare io lo guardavo dalla cima della collina. Seguivo con l’occhio il fiume che scorreva accanto a me e inseguivo le sue curve tra gli alberi alti e le siepi di canne, spini e fichidindia. Fuggiva via quell’acqua, passava fra le mani delle donne che più in là insaponavano lenzuola bianche e li battevano forte sulle pietre. Gorgheggiava quella corrente quando arrivava poco fuori il paese e il suo letto s’allargava e si faceva più profondo. In quel punto iniziavano le terre che mio padre curava da colone. Erano tantissimi ulivi molto grandi ed ombreggianti. Lui ci teneva a ricordarci sempre che quella terra non era nostra. Ma in ogni caso non voleva che la disprezzassimo. Avremmo dovuto amare quella terra come se fosse nostra. Un ricco barone la cedette a mio nonno affinché se ne prendesse cura, ne facesse fruttare qualcosa e quel qualcosa lo dividesse in parti uguali con lui; il “Signor barone”, che compariva da quelle parti solo il venerdì santo di ogni anno. Per quel periodo, infatti, terminava la raccolta e l’olio era stato fatto, il vino era stato travasato e pronto per Pasqua, le donne avevano iniziato a preparare i dolci e pani pasquali e i salami giù in cantina dopo il freddo inverno erano maturi. Mio padre quando lo vedeva spuntare dal cancello si sfregava le mani, guardava in alto e poi diceva sempre: “ Ha sentito l’odore”.

Il Signor barone non usava mezzi termini, chiedeva la sua parte, la pretendeva, voleva che fosse caricata sui suoi muli poi guardava noi figli e con il viso preoccupato mormorava a mio padre: “ La famiglia cresce”. Mio padre lo lasciava andare solo dopo che aveva costatato che nelle tasche del buon signore nulla ci stava più e l’ultimo filone di pane ne usciva fuori come una sciabola messa al contrario.
Mio padre pregava i Santi, amava la terra ed adorava i suoi frutti. Questa era la religione che insegnò a noi figli. Imparammo come zappare l’orto prima dell’Ave Maria. Non potei andare a scuola, non vi era tempo. Le mie amiche, ragazzine come me, mi raccontavano di aver venduto fasci di rami secchi ai fornai dei colli vicini. Con i soldi esse compravano mezzo chilo di fragole e un po’ di spaghetti. Altre andavano a piedi fino alla città più vicina per comprare nella farmacia le caramelle e poi tornavano a casa con le mutande piene. Che importava che fossero potentissimi lassativi, loro se l’erano guadagnate. Volli fare lo stesso anche io.

Il mio primo lavoro fu raccogliere rami secchi nel bosco, legarli in fasci e portarli in spalla fino al paese e venderli ai fornai. Il quinto giorno le mie spalle erano doloranti e le budella piene di caramelle si contorcevano disperate. Non sarei riuscita a raggiungere il forno di Mastro Gianni, sulla strada verso il mare sull’altra sponda del fiume; sarei arrivata morta ed il buio della sera stava avanzando.
Sulla mia destra c’era il cancello dell’altoforno e pensai che anche loro forse avrebbero comprato il mio fascio di rami.
Così fu, ma quello fu l’ultima fascina che vendetti. Mi assunsero dentro quella piccola fabbrica di mattoni a lavorare la creta ed il fango. Tornavo a casa inzuppata d’acqua e con le gambe indurite di polvere e cemento. Tornavo a casa con dolori fortissimi alle braccia ma dentro il pugno chiuso a stento portavo un paio di denari che aiutavano tutta la famiglia a mangiare nelle settimane a seguire. Tornavo a casa nelle stesse condizioni tutte le sere per nove anni, fino a quando diventata maggiorenne mi sarebbe spettato uno stipendio pieno e non da ragazzina. Per questo mi cacciarono incolpandomi di non aver saputo farne di un calderone d’argilla centotrenta forme di mattoni pieni.
Mio padre non si disperò quanto lo feci io e il giorno dopo corse dal suo adorato Signor barone.

Cucinare per la famiglia del signore non era quello che mi sarei aspettata di fare ma dovetti accontentarmi ed alzarmi alle sei per andare con le lenzuola candide di lino della villa fino al fiume e inzupparle tra cenere e sapone e poi sbatterle fortissimo sulle pietre lisciate del torrente.
Un giorno quel furbo barone mi diede un foglio e mi disse di portarlo a mio padre, di farglielo leggere e di decidere presto. Il suo viso era come al solito cupo e superbo. Io corretti verso casa ingoiando lacrime tra respiri affannosi. Mi immaginavo quello che sarebbe successo e mi chiedevo cosa ci fosse scritto su quel foglio. Io non sapevo leggere e la mia paura era che il Signor barone avesse deciso di toglierci la colonia e di sbatterci in strada. Corsi dalla Signora Lucia, la maestra del paese e tra i singhiozzi ascoltavo la lettura.
“Vi ha dato un mulino”.
Io guardavo ogni cosa stranita. Dalla radio a quelle immagini biancastre dentro quell’aggeggio quadrato e nero. Le lacrime di paura diventarono di gioia e tornai a casa sempre correndo, ma felice stavolta. Il Signor barone ci dava un mulino che era appartenuto alla famiglia di un sacerdote il quale, dedicatosi alla vita monastica ed affidato alla parrocchia di un paese più piccolo del mio al di là del mare, fu costretto a lasciarlo all’amico di famiglia che con una sola lettera lo aveva fatto diventare un futuro vescovo.

Mio padre divenne il mugnaio del paese ed io divenni la figlia del mugnaio che di giorno andava a raccogliere grano e pannocchie di mais e di notte portava farina alla gente anziana e ai carcerati della caserma della città sul mare lontana più di tre ore di cammino. Mio fratello si comprò un mulo e con esso portava la farina ai mercati delle città più lontane. Al nostro mulino tutti portavano il loro grano e poi fra risate, canti e danze al ritmo di tamburelli e organetti si fermavano al grande tavolo che mio padre teneva sempre imbandito di vino, pani, peperoni e melanzane fritte. Durante la festa di San Giovanni il nostro mulino diventava una taverna popolata d’allegria e amici di mio padre provenienti da ogni dove.
Aveva sempre il sorriso in faccia, e il bicchiere di vino in aria a brindare la fame, la povertà, la famiglia, gli amici e gli affetti. Brindava mio padre a quelle giornate di caldo e sudore, di lavoro e fatiche, di giochi e tarantelle. Brindava al suo paese, alle sue strade fatte di pietre e solcate di muli e vacche, brindava all’aria fresca che la sera scendeva dalla montagna e allontanava l’afa, brindava alla brezza del mare che qui arrivava appena.
Era felice di far felice tutti, anche con un solo pugno di farina. Ed io, che a volte avevo fame, per un pugno di farina mi ritrovavo le mani rosse per le bacchettate. A volte c’era solo quello per pranzo; pugni di farina cruda.
Altre volte non vi era nemmeno quella poiché d’un tratto boati dal cielo ci spingevano ad allontanarci, a correre verso casa e rifugiarci nelle cantine. Aerei e sirene ci avvisavano che mala gente arrivava a prendersi la vita che noi a stento costruivamo ogni giorno. La guerra cercava di distruggere il nostro presente.

Due carabinieri, un giorno, giunsero al mulino, si guardarono attorno, bevvero del nostro vino, mangiarono del nostro pane e poi ci dissero che un quarto di ogni macina apparteneva ad uno Stato che non conosceva le sue terre e il sudore della sua gente. Non potevamo macinare più quanto noi facevamo prima. Molti mulini nei dintorni furono scoperti e alle macine furono posti i sigilli.
Mio padre, intimorito dalla guerra, dai soldati in città, dalla legge e con la paura di poter perdere il mulino promise di rispettare le imposizioni. Avremmo macinato solo quanto si poteva.

Il terrore era il vento che attraversava di notte le strade buie e vuote di questo paese. Nessuno aveva tanto fegato di mettere il muso fuori dal portone di casa. Di rado passava su di noi qualche aereo e nel frattempo i nostri cuori battevano così forte cosicché nell’oscura nottata era il solo rumore che la mente sentiva.
A me batteva ancora più forte e per ogni aereo che volava sopra di noi erano fiumi di lacrime che io bevevo rimanendo a vegliare.
Ogni pensiero era verso mio padre che in quelle tristi notti decise di dormire dentro il suo mulino, a custodire le macine e proteggere la sua farina. Pregavo affinché non gli accadesse nulla, affinché i briganti affamati non pensassero mai di derubare quel luogo e gli aerei non lo mirassero.

Di giorno la gente si recava da lui, lo pregava di dare loro un pugno di farina, gli raccontavano di miseria e fame, di figli deboli e malati. Asciugava e consolava le lacrime di umili contadini. Con la paura nel cuore promise loro che nella notte fonda avrebbe in segreto macinato il loro grano e dato loro la possibilità di avere un tozzo di pane il giorno dopo.

Per una settimana tutte le notti il nostro mulino lavorava senza sosta. Mio padre decise di macinare pochi chili ciascuno affinché tutti ne avessero. Non accettava soldi, non aveva il tempo di fare i conti e segnarsi le rimanenze, li rimandava a casa con i loro sacchi quasi pieni. Era un via vai silenzioso dentro le vie scure e addormentate di questo paese ai piedi dei monti più aspri e ingannevoli che ci siano.
La notte della domenica prima di San Giovanni d’agosto il mio amato padre continuava la sua missione seppur con la paura nel cuore. Non tutti però sapevano guardare quel cuore, quelle mani ruvide, consumate, quei calli e quelle rughe di stanchezza. Il vicino di casa del podestà – così allora i fascisti chiamavano il sindaco – signore di terre sulle alture che disprezzava tutte le donne del paese, colui che prese moglie al mare e che dal mare ella veniva per salutarlo solo una volta a settimana, portò il suo grano al mulino.
Lui doveva essere primo, a lui doveva essere macinato tutto il grano che possedeva e che si portava dietro. Fu spedito a casa senza complimenti da mio padre che non amava gli arroganti.

Giovanotto tieni a mente che se esiste chi d’amore verso gli altri vive, troverai, per le vie di questo mondo colorito, anche chi d’invidia si veste, chi ama solo se stesso e niente di ciò che è oltre il cancelletto del proprio cortile. Quell’uomo magro dall’espressione perennemente superba – che cresceva il grano assieme al letame e all’ingratitudine nelle terre che disprezzava – infastidito per non aver ottenuto la sua farina, andò dal maresciallo domandandogli perché in quei giorni di guerra tutti avrebbero dovuto fare sacrifici, tutti dovevano rincasare all’imbrunire, tutti dovevano offrire figli e ricchezze allo Stato mentre il mulino, il nostro mulino poteva lavorare senza che nessuno imponesse nulla.
Fra tanta miseria e malasorte avevamo perlomeno avuto la piccola grazia di possedere un maresciallo molto magnanimo e la sua magnanimità era espressa benissimo nella sua larga stazza. Ovviamente rimaneva un carabiniere e come tale svolgeva il suo dovere. Dovette promettere al signor Franco, quell’invidioso spione dai capelli crespi e in aria color cattiveria che avrebbe provveduto a far visita al mulino.
Anche quella notte mio padre lasciò che molti suoi amici anche di paesi vicini macinassero il loro grano segretamente, brindò con un paio di bicchieri di vino e già prima dell’alba le macine avevano smaltito il lavoro. Quella mattina mio padre non tornò a casa a riposare. Forse non ci fu quella notte molto lavoro così che probabilmente aveva ancora le forze di poter raggiungere il paese vicino che già all’alba aveva il suo forno aperto. Comprò un pane e tra le mani ebbe il frutto anche del suo lavoro. Lo voleva portare a casa e con quello avremmo avuto qualcosa da mangiare per l’intera settimana. Sulla strada del ritorno si fermò nuovamente al suo mulino e appoggiò il pane sul bordo di una macina mentre sistemava le ultime cose e spiegava a mio fratello cosa dovesse fare durante la mattinata mentre lui, sveglio dalla sera, sarebbe tornato a casa a riposare.
Stavano sistemando il registro, dove si annotavano i creditori mentre si fermò davanti l’uscio del mulino l’auto del maresciallo. Ci mise un po’ per uscirne fuori e col suo passo oscillante entrò dentro senza chiedere il permesso.
“Signor Giovanni, buongiorno.”
Dopo pochi minuti mio padre si trovò a supplicare il maresciallo che aveva trovato il pane accanto alla macina e ne aveva dedotto che questa avesse funzionato in segreto.
A nulla sono valsi i giuramenti.
“Purtroppo la legge è legge e non c’è misericordia. Non ce n’è nemmeno per noi”
Così si lamentava il maresciallo mentre mettevano i sigilli al mulino. Fu quella una scena molto singolare da vedere; da un lato mio padre che supplicava il maresciallo di non apporre i sigilli e dall’altro quest’ultimo che raccontava a mio padre di come anche in caserma si soffrisse la fame.
“Lo sapete – gli disse – un terzo va allo Stato e questo chilo vien con me”.
Si portò via anche il pane con la scusa che i suoi uomini non possedevano nulla da mangiare e per la miseria non uscivano nemmeno a perlustrare il paese.

Quella conversazione continuò per un po’ e alla fine il maresciallo chiese a mio padre se sapesse togliere il sigillo che lui aveva appena posto e rimetterlo intatto al suo posto.
Mio padre negò ma quando il buffo carabiniere gli implorò di fargli avere un po’ di farina per sfamare i suoi appuntati, mio padre accettò ma si fece promettere che non avrebbe subito conseguenze.
Quella notte il mulino ricominciò il suo lavoro. Io portai la prima farina a casa, dove mia madre in tutta fretta impastò e infornò il primo pane che sempre io stessa portai in caserma prima dell’alba. Ne portammo addirittura a casa della famiglia del maresciallo come ringraziamento per la copertura data. Con la protezione dei carabinieri potemmo macinare farina e ancora per un po’ tutti ebbero del pane il giorno dopo con cui sfamarsi.
Rimaneva sempre quel tizio che se non mi vado errando lo chiamavano don Ciccio. Proprio lui la sera sul tardi se ne stava seduto davanti al suo portone e guardava l’andirivieni che c’era dal mulino. Ogni sacco di farina appena macinata che gli passava dinanzi gli faceva diventar la faccia sempre più rossa dalla rabbia.
Un giorno, indispettito, don Ciccio si rivolse nuovamente in caserma.
“Maresciallo, il mulino macina!”

“Don Ciccio, e il sole s’alza, il gallo canta, l’erba cresce e la fame aumenta. Il mulino ha i sigilli e v’assicuro su questo tozzo di pane che mi stavo per mangiare che nessuno qui attorno macina grano.”

Il carabiniere data la promessa, negò che fosse possibile ma gli disse comunque che avrebbe mandato a controllare. Quel controllo ovviamente non arrivò mai e le cose continuarono così ancora per un po’ di tempo.
Quando dicevo che non tutti sanno amare intendevo anche che non tutti sanno allontanarsi dall’odio o riescano a farne a meno. Chi è fatto per essere cattivo lo sarà fino a che non sarà sazio o sopraffatto. Don Ciccio era proprio così. Non si dava pace e l’avergli negato di poter macinare il grano era per lui un torto che mio padre gli fece e che doveva fargli pagare. Non gli importava di diventare un infame poiché il suo scopo era al di sopra di questo.
Esasperato e divorato dall’invidia, tornò per la terza volta dai carabinieri a denunciare la nostra attività e il maresciallo fu costretto a promettergli questa volta che avrebbe controllato di persona.
In piena notte, donna Leonessa, uscì dalla caserma avendo l’accortezza che nessuno potesse vederla. Lei viveva in quella casa sicura fatta di uffici, gabbie e scartoffie per fare da governante ai suoi abitanti. Anche per lei era uno strazio trovare ogni dì qualche verdura da fare in brodo agli appuntati.
Quella notte la sua minuta statura faceva di lei una volpe piuttosto che una leonessa – qual era il suo nome – fra i vicoli di un paesino ai piedi dei monti. Doveva raggiungere il mulino e parlare col mugnaio. Il maresciallo gli aveva affidato un messaggio da consegnare proprio a mio padre.
Arrivata davanti al mulino, due contadini sorressero donna Leonessa quasi morta dalla paura più che dalla stanchezza di aver corso come una matta. Raccontò a singhiozzi, mentre riprendeva fiato e colore in viso, che il maresciallo sarebbe venuto di mattino presto a controllare le macine ed il sigillo.
Tutti fummo presi dall’ansia e correvamo avanti e indietro come galline rimbambite in un pollaio. Mio padre si guardò attorno, ringraziò la governante e le diede un canovaccio pieno di farina e mandò mio fratello a riaccompagnarla fino alla caserma con il mulo. Poi riprese da dove era stato fermato. Si sarebbe macinato fino all’alba.
Quando l’auto blu dei carabinieri si fermò in mezzo alla strada, il maresciallo restò contrariato dalla quantità di gente che entrava ed usciva dal mulino.
Nella sua mente se la prese dapprima con donna Leonessa che forse s’era addormentata e non aveva eseguito gli ordini e poi forse anche con mio padre che restava in ogni caso testardo, fiero ed orgoglioso.
Al centro della stanza all’interno del mulino un lungo tavolo era stato imbandito di ogni ben di Dio. Il profumo di soppressata si sentiva dal cortile.
Mio padre sapeva perché il maresciallo fosse lì. Lui con la stanchezza che lo invecchiava di vent’anni lo accolse col sorriso, come il migliore dei suoi amici e lo invitò a sedersi.
“Don Giovanni, abbiamo macinato stanotte?”
Mio padre mentre riempiva i bicchieri con il vino fragola rispose ridendo:
“M’affogasse questo goccio che mi bevo assieme a lei. Si marita mia figlia, maresciallo e volevo festeggiare con gli amici miei. Abbiamo lavorato fin quando si poteva ma ora non si può più. Mangeremo pan biscotto”.
Il maresciallo mi fece gli auguri per un matrimonio che non esisteva. Fino a pochi minuti prima era stato macinato l’ultimo sacco di grano.
Il carabiniere dal cuore tenero si trovò ad ammettere che non tutti mangiavano pane in quel paese. Alcuni masticavano a pranzo e cena ortiche e cavoli amari e il brontolio dello stomaco si sentiva dalla caserma. Così giurò il maresciallo.
Da quel giorno mio padre non poté più macinare. Il mulino non entrò più in funzione e rimase chiuso e abbandonato. Nessuno trasportava più sacchi di grano e farina per quelle vie. Molti, il pane, lo compravano nei paesi vicini. I bambini per strada non si rincorrevano con le maglie sporcate da manciate di semola. E mio padre smise di darsi agli altri perché non aveva più cosa dare.
Dopo pochi mesi egli morì carico della sua stanchezza ma soprattutto ferito dall’impotenza di non poter più aiutare gli altri. Era affranto e non riusciva a capire che non tutti si nutrono di pane ed amore.
Ecco cos’è l’amore, giovanotto. L’amore è morire con il cuore che soffre per non aver dato abbastanza.



1 Commento per “Il mulino

  1. Pane e amore…., parole in disuso, forse. Per molti, ma, non per tutti, per fortuna, anche in questi tempi moderni di alta tecnologia…, forse qualcuno, distrattamente, ancora riesce a dare. Speriamo, soprattutto per la nostra “umanità”.
    Grazie.
    Sandra

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