Buio

Il buio, ormai la parte predominante di me, ormai io sono buio, il buio è in me, è il mio unico amico, è tutto il mio mondo. Non ricordo più quando la luce si è spenta l’ultima volta, né cosa stessi facendo. Della mia vita precedente ho solo vaghi ricordi: studiavo, uscivo con gli amici, giocavo a pallone, mi piaceva stare in giro, scorrazzare su e giù col motorino, andare a trovare le ragazze, girare per le strade di montagna respirando l’aria buona degli alberi. Ora non respiro più, o se lo faccio non me ne rendo conto. Da quando il buio è arrivato non ho più nessuna sensazione, forse non ho più nemmeno un corpo. La mente si però, anche se i miei ricordi sono limitati a piccoli fotogrammi sparsi nello spazio e nel tempo sento che la mia mente esiste e funziona ancora. Sentire che il mio cervello era in funzione e rendermi conto che tutto il resto invece non lo era, è stato all’inizio un grosso problema. Ero in grado di sapere che qualcosa si era spento, e che forse non si sarebbe riacceso più. “Qualcosa” però, non tutto, solo qualcosa. E qualcos’altro invece restava in funzione, quel tanto che basta per rendermi consapevole che il buio c’è, che mi avvolge, che mi stringe in una morsa. Col tempo, chissà quanto poi, mi ci sono quasi abituato. So che dormo e mi sveglio, questo mi fa credere di non essere morto, ma non posso esserne certo. L’ho sempre immaginata come il nulla assoluto, la cancellazione totale, l’impossibilità di provare alcuna sensazione. Mentre una sensazione la provo, ne sono certo, ed è l’unica certezza che ho: il buio.  O forse la morte è proprio questa: un velo di tenebra che ci avvolge l’anima. O forse questo è l’inferno, e chi ha meritato il paradiso viene avvolto da un velo di luce. Non lo so, ci penso di continuo, non faccio altro, anche perché non sono in grado di fare altro, ma non ottengo risposta. Una sola anzi: che la mia mente non è in grado di rispondere a queste domande. Maledetta, è l’unica cosa che mi è rimasta e non mi serve a nulla. Alle volte però il buio può anche essere un amico: ti avvolge, incombe su di te ma nel contempo ti protegge, ti chiude come in una gabbia e ti ripara come uno scudo, e talvolta ti inebria come una bottiglia di rum. Mi ha fatto paura per molto tempo, ma ora è mio amico. D’altronde che altra scelta avevo? A cosa avrebbe giovato odiare qualcosa con cui dovrai convivere per sempre?

Certe volte arriva qualcosa: io la chiamo “l’impulso”. Spesso è una immagine che so appartenere alla mia vita di quando c’era la luce: il volto sfocato di una ragazza, una risata tra amici, una strada di montagna. Altre volte invece non è un ricordo, ma qualcos’altro di cui non conosco bene l’origine: mia madre in lacrime che mi sfiora il viso o un uomo vestito di bianco di fronte a me con in mano dei fogli. Li chiamo impulsi perché durano pochissimi secondi, ma mi danno l’opportunità di nutrire la mia mente per un po’, il più possibile, e quando l’impulso si affievolisce ricomincio a soffrire, e prego di addormentarmi e non risvegliarmi più. Talvolta credo di sognare, talvolta confondo il sogno con l’impulso, talvolta accade il contrario, talvolta vedo tutte queste cose come l’unica ancora di salvezza dalla follia, talvolta spero che queste cose mi si rivoltino contro, e mi annientino una volta per tutte.

Sto vedendo qualcosa, so che c’è un’immagine davanti a me. Calma, qualcosa sta succedendo. Mi riprendo un attimo il mio buio, ecco, così va meglio. Mi ricordo che ho dormito per tanto tempo, ma ora non sto dormendo più. C’è stato un rapido impulso, un’immagine confusa, poi ora c’è qualcosa che sto vedendo: non è un impulso né un sogno, non è un frammento di immagine, è molto di più: so che ho aperto gli occhi ed è lì di fronte a me. Il buio non c’è, forse si è solo messo da parte, ma ora non c’è. Qualunque cosa stia succedendo è bellissima: sono felice, al punto che temo che la felicità mi possa travolgere. Calma, analizziamo la situazione: è un’eternità che non faccio che analizzare il nulla, ora posso farlo con qualcosa di concreto. Vedo due cose: la prima è un sipario chiuso di fronte a me, uno di quelli che chiudono il palco di un teatro importante, di una grande città. E’ fatto di un tessuto prezioso, rosso acceso (il mio colore preferito) e con delle decorazioni pendenti che sfiorano il pavimento. La seconda cosa che vedo sono io stesso. Sono seduto su una comoda e lussuosa poltrona, indosso un elegante vestito nero da uomo, una camicia bianca ed una cravatta di seta rossa come il sipario. Non vedo il mio volto, ma sento dei lunghi capelli sfiorarmi le spalle. Mi alzo, ed il sipario è di fronte a me. Una decina di passi e potrei raggiungerlo ed aprirlo. Vorrei che si aprisse, ed il sipario si apre, scoprendo uno spettacolo che mi lascia a bocca aperta. Al posto del palco c’è una piccola spiaggia, bagnata da un meraviglioso mare azzurro. Dalla spiaggia parte un ponte che la collega ad un’isola in mezzo al mare, e sull’isola c’è un maestoso castello. Conosco quel luogo: da bambino mia madre mi raccontava spesso una favola che iniziava con una vaga descrizione di un castello, e la mia fantasia aggiungeva particolari fino a raggiungere quell’immagine fantastica che ora splende davanti ai miei occhi, autentica come la spiaggia che mi sono inginocchiato per toccare. Mi avvicino al ponte e migliaia di pappagalli colorati volano sopra la mia testa come per salutarmi. Sono sempre stati i miei animali preferiti, e nei primi momenti in cui il buio mi aveva accecato pensavo spesso ai loro colori, come uno dei simboli di ciò che di bello avevo perduto. Appoggiandosi ai bordi del ponte accompagnano il mio cammino verso l’entrata del castello, e comincio ad udire una musica celestiale. Ho sempre amato il suono del pianoforte, ma ciò che sento adesso e mille volte più sensazionale, come se mille pianoforti suonassero all’unisono appoggiati sulle nuvole. Un profumo di gelsomini si diffonde nell’aria: sono i fiori del giardino di mia nonna, e molti dei piacevoli ricordi della mia infanzia, che cominciano rapidamente a riaffiorare, sono legati a quel profumo. Ormai il portone del castello è di fronte a me, ed un pensiero mi turba in questo momento idilliaco: che questo sia solo un sogno, molto più realistico del solito, ma comunque destinato a svanire. Non lo potrei sopportare, non più: sarebbe una crudeltà che la mia mente, ormai da troppo tempo sull’orlo del baratro non riuscirebbe a reggere. Non posso che sperare, non posso che vivere questo momento finchè è reale: non posso fare altro che ciò che in questo momento mi appare la cosa più fantastica del mondo. Lo splendido portone in legno decorato si apre, rivelando all’interno del castello un luogo fatato. Il mio percorso è accompagnato da persone in abiti sfarzosi, e voltandomi in ogni direzione le riconosco una ad una: i miei migliori amici, i miei familiari più cari, tutte le donne che ho desiderato in vita mia. Il pavimento è cosparso di petali di rose e le fontane spruzzano champagne. E’ tutto così perfetto, troppo perfetto ed un nuovo dubbio si insinua nella mia mente: forse sono morto davvero e dopo un lungo e doloroso periodo di espiazione ho finalmente pagato le mie colpe di creatura mortale e raggiunto il paradiso. A differenza del dubbio precedente su cui incombeva la minaccia di ripiombare nella tenebra in questo caso la verità non mi importa più di tanto, anzi, se questo fosse davvero il paradiso avrei la certezza che questo sogno durerà per sempre.

Mi accompagnano in una grande sala, dove un grande banchetto è stato preparato in mio onore. Gusto cibi prelibati e bevande sopraffine. Tutti sono felici, e sembra impossibile in questo luogo provare qualcosa di differente dalla gioia assoluta. Mi accompagnano nuovamente nel cortile e due splendide fanciulle mi prendono per mano, pronte ad offrirmi una nuova incredibile emozione: volgono lo sguardo verso l’alto e tutti e tre spicchiamo il volo. Un mio nuovo sogno di bambino diventa così realtà: volo, provo l’ebrezza del vento, mi rinfresco attraversando le nuvole per poi riscaldarmi avvicinandomi al sole. Posso ammirare dall’alto quel mondo in cui ormai sono certo di essere, per qualche motivo, il signore supremo. Migliaia di isole come quella da cui sono partito costellano quel mare, e su ognuna di esse una nuova meraviglia: foreste color smeraldo, animali variopinti, maestose montagne e laghi cristallini. Ormai sapevo che per l’eternità avrei goduto di quel luogo e di ogni sua meraviglia. I giorni scorrevano in un oblio di felicità, e le notti ancora di più. Quanti ne erano passati da quando il sipario si era aperto? Una decina forse, ma il tempo in quel luogo non aveva alcun significato: ogni piacere fisico, spirituale, e di nuove forme di cui ignoravo l’esistenza era a mia disposizione, dovevo solo immaginarlo e sarebbe diventato reale. Quella ora era la mia vita, e la mia infinita eterna gioia.

* * * * *

“Dottore, il nuovo farmaco sperimentale non sembra dare risultati apprezzabili. C’è un leggero incremento dell’attività celebrale, ma nulla che faccia pensare ad un possibile risveglio del paziente dal coma”.

“Da quanto tempo è cominciato il trattamento?”.

“10 giorni”.

“Altri sintomi?”.

“Qualche leggero spasmo, specialmente dei muscoli del viso. Sembra quasi che sorrida…”.

“Non mi lasciano comunque tranquillo. Sospendete immediatamente la terapia.”

“Dottore, aveva ragione, la situazione si è stabilizzata.”

“I sintomi come vanno?”

“Direi bene, gli spasmi sono cessati, solo… cosa sono, lacrime quelle?”



1 Commento per “Buio

  1. Molto toccante e dal finale imprevedibile! Bravo! Di questo racconto ti saranno grate anche le persone che hanno vissuto un coma reversibile e, grazie a chi ha creduto nella cultura della vita, possono tornare a sperare, ad amare, a soffrire e a godere della vita, il legittimo diritto di tutti!

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