Un motivo per restare

Martedi  2.50 am
 

L’auto  sfrecciava veloce sull’autostrada, non  curante dei limiti di velocità e delle condizioni rischiose del manto stradale, reso particolarmente pericoloso dalla pioggia battente che ormai cadeva incessante da due giorni. Dalla radio uscivano le note armoniose e struggenti di Don’t Speak. Ascoltandole Kate, sentiva crescere ancor più dentro di sè il dolore e la rabbia per una vita ingiusta, per un destino che le si era accanito contro. Per una sorte che non meritava. I tergicristalli si muovevano all’impazzata senza però riuscire ad assicurare una visibilità ottimale. Ma non importava, le sue lacrime scendevano copiose e, anche se ci fosse stato il sole, non avrebbe visto molto e non avrebbe comunque potuto evitare ciò che di li a poco sarebbe accaduto. La pioggia aumentò di intensità, ormai non si vedeva a un palmo dal naso. Attraverso le gocce scroscianti Kate scorse un cartello che segnalava un’area di sosta d’emergenza, lo fissò per qualche istante, affiancandolo, ma alla fine proseguì. Che cosa diavolo stava facendo? Correva come una pazza sulla sua vecchia auto rischiando di uscire fuori strada ad ogni curva. A un tratto si rese conto che non le importava nulla. Niente aveva più senso, desiderava solo non pensare più a niente, immergersi nel silenzio, trovare la pace. Poco dopo l’imbocco del cavalcavia la macchina cominciò a sbandare. Kate cercò invano di riprenderne il controllo. Velocemente invase la corsia opposta, da cui però non sopraggiungeva nessuno. Diede un rapido giro al volante, troppo rapido perché la macchina potesse raddrizzarsi. Cominciò un vorticoso testa coda. La macchina girò su se stessa più e più volte. Ormai era ingovernabile. L’inevitabile a un tratto si era materializzato su quel cavalcavia. Al termine dei suoi numerosi giri la macchina incontrò il guardrail. Ci si scagliò contro con una violenza tale da renderne vano il tentativo di bloccarne la corsa. Le barriere si ruppero e volò giù verso il dirupo. Kate, semi incosciente con le mani aggrappate allo sterzo, realizzò cosa stava accadendo. In un attimo tutto le passo davanti: L’amore della sua vita strappatole via con violenza, la perdita del suo bambino, il dolore cieco, la disperazione. Tutto stava per finire, tutto sarebbe cessato. Non c’era più motivo di continuare a vivere, non era riuscita a trovarne uno. L’impatto col guardrail mandò in frantumi i finestrini, poi sotto di sè, vide il vuoto. Fu invasa all’improvviso dal terrore. Era quello che voleva veramente? Morire? Forse no. “Lizz perdonami” Fu il suo ultimo pensiero. Lo schianto a terra fu tremendo, la macchina esplose e istantaneamente fu avvolta dalle fiamme.

 

Lunedì  7.00 am
La sveglia cominciò a suonare, Kate, già sveglia da ore ormai, allungò la mano per spegnerla. Erano 2 settimane ormai che dormiva a malapena qualche ora a notte. Il dolore per la perdita di Nick, del Nick, l’aveva invasa come un fiume in piena che travolge una piccola zattera. Era l’amore della sua vita, il suo amico, il suo complice, il suo amante, il suo marito devoto. Dopo 2 anni di tentativi andati a vuoto finalmente lei era riuscita a rimanere incinta. Di comune accordo avevano deciso che non avrebbero voluto sapere il sesso del nascituro. Non aveva importanza. Lo avevano talmente desiderato che, qualunque fosse stato il sesso, lo avrebbero amato infinitamente. 

Una mattina il telefono squillò, rispose Nick.
“Certo” disse, “tempo di preparare la borsa e arrivo. Sarò alla base al massimo tra 20 minuti”
Nick era un pilota dell’aviazione. Amava stare a centinaia di piedi sopra la terra ferma. Gli dava un senso di enorme libertà. Per lui il suo non era un lavoro, volare era un’occasione per stare in pace con se stesso, per staccare la spina dalla routine quotidiana.
“Chi era al telefono?“ chiese Kate, già pronta a mettere su il broncio. Quella mattina, Nick le aveva promesso che l’avrebbe accompagnata al centro commerciale a fare spese. Era al terzo mese di gravidanza, e cominciava ad aver bisogno di qualche indumento più comodo da indossare.
“Chiamavano dalla base tesoro. Al si è messo in malattia oggi, e lo devo sostituire. Ma non ti preoccupare, sarò qui per il primo pomeriggio. Faccio un volo veloce veloce e poi ti porto a dilapidare la carta di credito, ok?”
Le strinse il viso tra le mani, e la baciò dolcemente. Infilò la giacca e uscì. Kate lo accompagnò alla porta.
“Si però poi mi porti anche fuori a cena“ gli gridò, mentre lui già avviava il motore dell’auto.
La guardò e le sorrise.
“Va bene tesoro, tutto quello che vuoi“, poi con un gesto della mano la salutò e svoltò l’angolo.
Tutto quello che vuoi,
era la frase che le diceva ogni volta che si sentiva in colpa. Quando sapeva di averla delusa per un motivo o per un altro.
Fu l’ultima volta che vide il suo sorriso, l’ultima volta che sentì quella frase.
Poche ore dopo il telefono squillò di nuovo. Kate rispose pensando fosse Nick. Era già pronta a urlargli dietro per il suo ritardo clamoroso. Ormai era tardi per andare al centro commerciale, doveva inventarsi qualcosa di veramente colossale per non finire a dormire sul divano quella notte.
Sollevò la cornetta, ma con sua grande sorpresa non riconobbe la voce di Nick dall’altra parte del ricevitore.
“Signora Gordon? Sono il primo ufficiale Spencer“
Quando riagganciò le gambe le cedettero e crollò a terra. Nick, il suo Nick, non sarebbe più tornato a casa. C’era stato un problema al motore durante il volo. L’aereo era precipitato, senza che Nick riuscisse a catapultarsi fuori dal veivolo. Al telefono il primo ufficiale Spencer le disse che avevano appena rinvenuto il corpo senza vita di suo marito, e che lo stavano trasportando all’ospedale militare di Zona.
 

Erano passate passate 2 settimane da quel giorno. Dopo il funerale Kate aveva interrotto quasi ogni contatto con l’esterno. Zero lavoro, zero parenti, solo qualche intimo amico, che ogni giorno a turno passava a casa sua per sincerarsi che avesse mangiato qualcosa e per asciugarle ancora quelle lacrime che sembravano non finire mai.
La sera prima si era fatta convincere da Lizz, la sua migliore amica, a tornare a lavoro. Essere impegnata otto ore al giorno l’avrebbe aiutata a riprendersi più velocemente.
Scese dal letto lentamente trascinandosi verso la doccia. Regolò il miscelatore in modo che l’acqua scendesse bollente su di sè. Si sedette sul piatto della doccia e pianse ancora. Prima di uscire fece colazione con fette biscottate e nutella. Aveva bisogno di sostanza per il suo bimbo. Si toccò il ventre per cercare di sentire quell’esserino che viveva e cresceva dentro di lei. Come avrebbe fatto da sola a crescerlo? Uscì di casa e arrivò a lavoro in tempo per bollare la cartolina. All’ingresso del suo ufficio Lizz l’aspettava col sorriso. Oltre che la sua migliore amica, era anche il suo capo redattore.
“Sapevo che non mi avresti delusa, ho fatto spolverare la tua scrivania e ho detto ai ragni e alle colonie di batteri che si erano insediate di sloggiare e di trovarsi un’altra dimora”.
Kate accennò un sorriso.
“Mi hai tolto tutte le scuse per mettermi in malattia eh? Ma io sono più furba di te sai?”
Risero entrambe, e Lizz sentì cominciare a sciogliersi la tensione accumulata quella mattina. Temeva fosse troppo presto per Kate. Il lavoro, la gente, le stupide frasi di circostanza che i colleghi idioti avrebbero potuto rivolgerle. Era sempre stata molto protettiva nei suoi confronti. Forse perché più grande, forse perchè la prima di 5 figli. Era da sempre abituata a prendersi cura delle persone a lei più care. E Kate rientrava tra queste. L’ora del pranzo arrivò in fretta.
“Ti spiace se prima di andare passiamo un attimo alla toilette? Ho bisogno di rifarmi il trucco“
Lizz era molto attenta al suo aspetto. Sia per la posizione ricoperta all’interno dell’ufficio sia per una sua naturale propensione alla vanità.
“Te lo stavo per chiedere io. Da quando sono incinta passo più tempo al bagno che altrove” disse Kate con ironia.
“Hai ancora tanta nausea?”                                                                 
“No per fortuna quella è passata”
Entrarono assieme e Lizz si diresse subito verso il grande specchio dell’antibagno. C’era una luce spettacolare li, perfetta per rifarsi il trucco. Ad un tratto senti un tonfo.
“Kate, tutto bene?” Ma Kate non rispose. “Kate” ripetè, avvicinandosi alla porta del bagno in cui era entrata l’amica. “Kate, sei qui dentro?”
Una flebile voce le rispose dall’altra parte della porta.
“C’è qualcosa che non va, non riesc…”
“Kate, parlami dì qualcosa”
“Aiutami, cerca aiuto”
Da sotto la porta Lizz vide che del sangue cominciava a scorrere tra le fughe del pavimento.
“Oh mio Dio”  Aprì la porta, per terra, Kate, era in un lago di sangue. La testa china verso il ventre e la mano stretta sulla pancia.
“Il mio bambino, cosa sta succedendo Lizz? Cerca aiuto”
Venne chiamata subito un’ambulanza che attraversò la città a sirene spiegate.
Lizz stringeva forte la mano della sua amica. “Te la caverai vedrai, te la caverai” Poi Kate
Svenne. Quando riaprì gli occhi Lizz era ancora accanto a lei e ancora le stringeva la mano.
“Ciao bambolina, come ti senti?”
“Come se mi fosse passato addosso un camion”
Entrò il medico che si avvicinò al suo letto, poi si rivolse a Lizz “Glielo ha detto?”
“No, non ancora dottore, si è appena svegliata” rispose.
Kate capì che c’era qualcosa che non andava, poi ricordò le ore appena passate. Il bagno, il sangue, l’ambulanza… il sangue. Guardò il medicò con gli occhi spalancati e capì. Capì di avere avuto un aborto. Capì che lei era sopravvissuta e il suo bambino no. L’ultima cosa che la legava ancora saldamente a Nick, anche quella se n’era andata all’improvviso. Ora era rimasta sola.
Era tardi quando uscì dall’ospedale e nonostante Lizz avesse insistito per farle compagnia quella notte, lei rifiutò. Aveva bisogno di stare da sola, di vivere il suo dolore. Appena entrata a casa salì in camera e si buttò sul letto per piangere ancora fino ad addormentarsi stanca e sfinita da quella giornata così assurda, così inaspettata. Si svegliò nel cuore della notte in preda a terribili incubi. Aveva sognato Nick che le veniva incontro dal fondo della strada, tenendo tra le braccia il loro bambino. Poi all’improvviso vide che il bambino che stringeva era nudo e sporco di sangue. Gridò talmente forte da svegliarsi. Scese al piano di sotto, si preparò un tè e comincio a guardare fuori dalla finestra. Guardava la pioggia cadere. Sulla strada si erano formati dei rigagnoli resi particolarmente abbondanti dalla quantità di pioggia che scendeva in quel momento. Portavano con sé foglie, pezzetti di plastica e quant’altro potessero trovare nel loro cammino. Guardandoli Kate si domandò se la pioggia avrebbe potuto trascinare via anche il suo dolore. Tutto a un tratto si alzò, indossò il suo cappotto e prendendo le chiavi dell’auto uscì di casa. Non sapeva dove andare, voleva solo attraversare la pioggia.
 

Mentre si girava e rigirava nel letto il telefono di Lizz squillò. Era la protezione civile, la macchina della sua amica Kate era stata rinvenuta ai piedi di un dirupo. Il suo cellulare era stato sbalzato fuori dall’abitacolo e trovato nei paraggi con in memoria il suo numero come ultima chiamata.
Si precipitò sulla sua auto continuando a maledirsi per non essere rimasta accanto alla sua amica, per non aver capito che non avrebbe potuto reggere da sola a tutto questo. Arrivò velocemente sul luogo dell’incidente, nel frattempo aveva smesso di piovere. C’erano i vigili del fuoco, la protezione civile, una pattuglia della polizia e un’ambulanza, ma era vuota. Corse verso un’uomo che apparentemente sembrava il capo dei vigili del fuoco.
“Mi scusi, mi chiamo Elisabeth O’Brian, mi avete chiamato per avvisarmi dell’incidente della mia amica, dov’è? E’ ferita?”
Il capo dei vigili del fuoco la guardò con aria seria e drammatica. “Signora O’Brian, il corpo della sua amica non è stato ritrovato, presumiamo che sia rimasta all’interno dell’auto durante la caduta dal cavalcavia”.
Caduta? Cavalcavia? Lizz guardava l’uomo con aria interrogativa. Con una mano lui le fece cenno di guardare in alto, sopra le loro teste. E li lei vide il guardrail sfondato, pezzi di auto un po’ ovunque e l’auto che ancora bruciava.
“I miei uomini spegneranno tra breve le fiamme e…”
Non poteva essere vero, la sua amica, era morta. E lei non aveva fatto nulla per impedirlo. Le scoppiava la testa. Come aveva potuto permetterlo?
Poi qualcuno cominciò a gridare. “Ehi venite, c’è qualcosa qui. E’ ancora viva”
Freddo, sentiva freddo e c’erano dei suoni, delle voci. Aveva in bocca il sapore della terra misto al sangue. Non riusciva a capire. Cosa stava succedendo? Tentò di muovere la testa ma un dolore lancinante bloccò il suo tentativo sul nascere. Poi all’improvviso sulla sua fronte, del calore e una voce ancor più calda. Aprì gli occhi e riconobbe a stento la figura di Lizz.
“Hai fatto un bel volo bambolina, fortuna che il tuo stramaledetto vizio di non mettere la cintura ti ha permesso di volare fuori dalla macchina prima che tu ti schiantassi assieme a lei”
Aveva male ovunque. Pensò che se sentiva tanto dolore forse era un bene, voleva dire che non aveva perso la sensibilità in nessuna parte del corpo. Guardò l’amica intensamente negli occhi. Non era sola, non lo era mai stata nemmeno per un istante. Lizz era sempre stata accanto a lei. Kate sorrise, ora aveva trovato il suo Motivo.
“Lizz” le disse con l’aria di una bambina piccola che si è appena messa nei guai “Lizz, ho combinato un casino”
Lizz la guardò con aria serena e con il sorriso “Te la caverai bambolina, te la caverai”.

 

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