Requiem a St.Paul

Un altro crimine. Omicidio di una violenza inaudita, ma c’era una mente dietro, per quanto potesse essere perversa ce n’era una. Una donna giovane, vent’anni al massimo. L’assassino, autoproclamatosi il Fantasma dell’ Opera, lasciava sempre una firma inconfondibile: un grammofono a manovella ed un vinile di musica classica. Questa volta toccava alla Tempesta di Beethoven.
Ottimi gusti musicali per un folle omicida.
Appesa a testa in giù, occhi aperti e labbra cucite. Le braccia penzolavano al vento, i capelli lunghi sfioravano l’erba. Evidenti ferite da coltello e lividi attorno al collo: aggressione. La vittima aveva cercato di difendersi invano. Era la terza in una settimana. Il suddetto Fantasma prediligeva le donne. Soprattutto quelle giovani, come questa. Una scena uguale a quello delle altre sventurate. Questa volta la donna era stata appesa all’entrata della chiesa di St. Victoria. Il prete l’aveva trovata così come stava quando eravamo arrivati noi. Anche le altre due erano state trovate all’ingresso di una chiesa. Il caso si faceva intricato.
Il freddo invernale rendeva le indagini più difficili e stressanti di quanto già non fossero. Un modo originale per festeggiare in anticipo il Natale.
Il Fantasma voleva essere trovato, questo è chiaro. Però, non da chiunque. Agli arbori di queste carneficine, gli agenti di polizia avevano trovato un chiaro messaggio sul corpo della prima vittima: Ispettore Willcox, venga a prendermi.
Modestamente, l’unico ispettore Willcox degno di nota ero io, sebbene il mio fosse un cognome molto diffuso a Londra.
Esaminando bene il corpo non vidi altri indizi degni di nota. Apparentemente tutto era “normale”.
Per prevedere un criminale bisogna ragionare da criminale.
Il mio sguardo ricadde sulle labbra cucite. Presi il coltellino dalla tasca. I fili si ruppero uno dopo l’altro con un cupo rumorino metallico. L’interno della bocca era viscido di sangue, ma sentii un qualcosa di curioso. Tirandolo fuori vidi che era carta. Sopra, una calligrafia spigolosa e disordinata. Scritta con rabbia e foga, da folle. “Tic-tac Tic-tac. Il tempo scorre. Tre sono piccole, la quarta è la più grande. Tic-tac Tic-tac. Il tempo scorre, ispettore.”
Oltre che pazzo pure enigmista. Il messaggio non aveva senso, eppure qualcosa doveva significare.
Il mio lavoro era terminato, il corpo della donna adagiato a terra coperto da un telo bianco. Una signora, placata da un agente, che piangeva disperata. La madre, con ogni probabilità. Provai una pena per lei che non si può esprimere a parole. Come avrei reagito se al posto di quel corpo ci fosse stata mia figlia Claire?

Giornata pesante. Non avevo idea di cosa fare. Questo era il primo caso così complicato che avessi mai affrontato. Gli omicidi mi capitavano di rado occupandomi soprattutto di furti o sequestri di persona. Godevo di buona fama per la mia perspicacia, la mia bravura. Questo individuo, però, stava mettendo a dura prova la mia lucidità. E la mia pazienza. Me lo immaginavo sghignazzante a scarabocchiare messaggi su uno scrittoio, trionfo della mia ignoranza in materia di omicidi. Era una gara, poco ma sicuro. Una gara tra me e lui. Chi era il più veloce era sempre più avanti. Ogni passo che facevo lui era sempre più avanti di me.
Mi rigiravo nel letto, non riuscivo a chiudere occhio. Ero sveglio da giorni per colpa di questo dannatissimo caso. Quando mi coricavo tutta la tensione mi si rigirava nello stomaco, pensavo ai visi delle giovani vittime. Pensavo ai loro genitori. Guardai mia moglie, i capelli sciolti e le forme sotto la coperte. Le baciai la nuca. Cos’avrei fatto se qualcuno si fosse azzardato a toccare la mia famiglia. Lei e Claire erano la mia vita, questo era sicuro. Però i dubbi mi stavano avvelenando la mente. Tutto appariva offuscato ed irreale. A volte a tratti. La stanchezza mi stava per crollare addosso. Le palpebre sempre più pesanti.
E se non fossi riuscito a risolvere i crimini? E se il Fantasma avesse continuato ad uccidere in eterno finchè non l’avessi arrestato? E se… E se…

Tic-tac Tic-tac. Il tempo scorre… Tic-Tac Tic-tac. Tempo scaduto, ispettore.

Mi svegliai di soprassalto. Un urlo nero. Mi si ghiacciarono le ossa: Claire. La porta era chiusa a chiave da fuori. Cercai di sfondarla a spallate. Dannatissimo legno antico, troppo duro da buttare giù. Dall’altra parte rumori, passi. Vetri rotti. Pensai di avere avuto un infarto, il cuore mi scoppiava. Mia moglie piangeva rannicchiata sul letto. Presi la paletta togli-cenere dal camino provando a scassinare la porta. I rumori si facevano sempre meno concitati. Un rumore secco mi disse che ce l’avevo fatta, ma quando entrai in camera di Claire non c’era più nessuno. Era tutto un disastro: letto disfatto, la lampada ad olio in frantumi, libri sparsi a terra. Quando vidi del sangue fui certo di essere sul punto di svenire. Andavano dal letto sino al davanzale del terrazzo. La finestra era spalancata e rotta in mille pezzi, le tende ondeggiavano al vento. Sul vetro c’era una scritta fatta col sangue. Chiara a caratteri cubitali. Era la SUA scrittura, l’avrei riconosciuta tra un milione:
Toc-Toc.
Camicia e cappotto mi precipitai subito alla centrale di polizia, feci riunire tutto il commissariato. Appena seppero che Claire era stata rapita mandarono all’istante delle truppe a setacciare l’intero quartiere. Non poteva essere andato troppo lontano trascinandosi dietro una persona.
Il Commissario mi ordinò di rimanere in centrale, perché il coinvolgimento nella faccenda avrebbe potuto compromettere le indagini. Ero sul punto di avere un crollo emotivo. Mia figlia. Perché proprio lei? Perché a me?
Passarono le ore e non si era trovata traccia di nessuno dei due, sembravano scomparsi nel nulla. A quel punto potevano essere ovunque. Claire poteva già essere morta. La tensione mi stava uccidendo. Gli occhi mi bruciavano, non mangiavo dal giorno prima.
L’alba era arrivata. I primi raggi del sole illuminarono la stanza, Il Commissario mi appoggiò la mano sulla spalla. Nulla da dire. Una stretta e basta. Alzai lo sguardo, vidi la cartina di Londra illuminata dal sole. Agli estremi Nord, Est ed Ovest della città erano puntati gli altri tre omicidi successi: St. Victoria, St. Jacob e St. Jospeh. Tutte piccole chiese. Mi accorsi che erano equidistanti l’ una dalle altre.
Mi venne un lampo di genio e mi alzai all’improvviso. La sedia cadde all’indietro creando un baccano tremendo. Scorsi tutta la cartina con il dito indice, gli occhi che vagavano da una parte all’altra cercandola. Gli agenti mi credevano impazzito, ma non fecero nulla per fermarmi. Tremavo mentre balbettavo tra me e me. Nord, Est, Ovest. Mancava il Sud. Tre sono piccole, la quarta è la più grande. La vidi, scritta in caratteri vittoriani: La Cattedrale di St. Paul. Tre chiese piccole prima, ora toccava alla cattedrale, la più grande. Ci ficcai dritto un pennino dalla scrivania puntandolo sul nome. Il Fantasma stava portando Claire lì. Ne ero certo. Ecco svelato l’enigma. Voleva che io lo trovassi a St. Paul. Forse c’era ancora della speranza che fosse ancora viva. Non le avrebbe fatto nulla finchè non saremmo stati faccia a faccia. O almeno, speravo con tutto il cuore che non succedesse.

La Cattedrale di St. Paul. Maestosa, imponente.
La polizia aveva fatto sgomberare l’intera piazza nel caso fosse successo qualcosa di grave. Erano state create delle barriere tutt’intorno il perimetro: nessuna via di fuga. Il Fantasma stava per fare il suo canto del cigno.
Persino da fuori si sentivano le note importanti della Toccata e Fuga di Bach all’organo. Una tenacia degna di nota quest’ uomo, ma non gliela feci passare questa volta.
Non stetti a sentire le grida del Commissario che mi ordinava di non avvicinarmi alla Cattedrale. Non lo sentivo. Ascoltavo solo la richiesta di aiuto di una figlia al padre. La immaginavo legata a terra, le lacrime a rigarle il viso, ferita o peggio. Penso di non aver mai avuto a che fare con un individuo tanto immorale come questo. Potrei trarre la conclusione che costui è l’incarnazione del male. Anzi, l’incarnazione della follia, della perversione. Volente o nolente, aveva ucciso delle persone innocenti senza motivo. Se avesse torto soltanto un capello a Claire l’avrei ammazzato con queste stesse mani. Avesse anche implorato pietà strisciando ai miei piedi non avrei esitato a piazzargli un colpo in fronte. Parola mia.
Ad ogni passo la struttura si faceva sempre più alta. I due torroni ai lati si stagliavano controluce, verso il cielo. I portoni erano spalancati, da fuori non si riusciva a vedere dentro. Qualche passo in avanti e finii inghiottito nell’oscurità. Odore di incenso e luci fiche di candele.
Voleva confrontarsi con me? Era questo che voleva, giusto? O forse voleva mettermi alla prova se ci fosse stata la possibilità di poterlo ammazzare?
Bene, i miei buoni propositi al momento erano svaniti completamente.
Eravamo solo io e lui. Era la resa dei conti ed io non gliel’avrei fatta passare liscia. Mai e poi mai, a costo della vita.



3 Commenti per “Requiem a St.Paul

  1. Male, perversione, follia…. componenti di un libro giallo, ma protagoniste anche di un quotidiano che stupisce e terrorizza l’ascoltatore inebetito da tanta crudeltà a firma, -Homo Sapiens-.
    Quando ritroveremo pace e serenità? Forse, mai.
    Sandra

  2. Sante parole, davvero belle Sandra! Prendo il tuo commento come apprezzamento, visto che hai voluto pubblicarlo! Grazie! Eleonora

  3. Bello questo testo… all’inizio quando diceva che tre erano piccole ma la terza era grande credevo l’omicidio… ma quando l’ispettore disse i 3 punti cardinali capii che la ragazza era nel quarto punto… cioè al sud!

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