Unico indizio: la Luna Nera

La notte sopraggiunge a passi felpati e sfoga la sua fantasia capricciosa sui cornicioni smerigliati delle case.
Un febbricitante fascio isterico aleggia come un fulmine tempestoso su questa landa che gradatamente si rabbuia.
La città si disfa come un lavoro a maglia con orde d’automobili che disegnano i perimetri del regno.
Torri d’acciaio, cemento e vetri pullulano tra le corsie preferenziali dei mezzi pubblici e vanno dirigendosi sulla buccia morbida e vellutata di un cielo sempre più minuto.
Milioni di memorie sono attraversate da particelle affabulatorie; frutti opalescenti del dotto informato ed erudito.

Sono le dieci di sera e Lui è uscito di nuovo.
In un mio spazio rarefatto e metafisico, hanno iniziato a fluire rigogliose fragranze amariccie che ancora non so definire.

Mi guardo intorno.
Le pareti sono baluardi abbacinanti che si contorcono per transumare puntualmente nelle mie tempie; la cucina è una piattaforma abbandonata a strani schizzi di besciamella di lasagna.

Dove andrà ogni volta? Stanotte devo scoprirlo.

Unico indizio: la Luna Nera.

Lui sa che mi oppongo a tutti i codici di coerenza pacifica ed assoluta.
Lo spazio- tempo raccomanda strane metamorfosi, dove il paesaggio è equidistante monografia di uno spezzone dal colore e sapore incerto.

Mi vesto in fretta per uscire, cercando di non dare peso ai contorni della mia figura.
L’acqua piovana fuori ha riempito le buche popolate di rospi immobili; sulle fronde del tiglio brilla lo sguardo predace di un allocco selvatico notturno.

Divoro le strade con falcate marziali, ricalcando in ogni intersezione il territorio possibile; il bordo alienabile che può averlo invasato dalle solite triviali suggestioni.

Creature allucinate camminano brillando nelle gabbie intersecate da traiettorie di luci inquiete.
E’ una di quelle notti tempestose in cui la piovra del catrame si fa il piercing per avere un aspetto beffardo, funesto e tribale.
Ogni anima dovrebbe essere al riparo.
Ma Lui, dove si sarà diretto?

Lo potrei raggiungere secondo la meccanica delle ricerche in qualche camera d’albergo, sugli ascensori che si spostano orizzontali negli alti palazzi, in un caffè chiassoso del centro oppure ai margini elastici di qualche tavolo da gioco dove, di tanto in tanto, il verde cede il passo e si ritira.

Un esercizio penitenziale a sera inoltrata che proprio non ha nulla d’incantato; il prisma delle mie visioni sulla somma di ombre del costernato istinto.
Ma la brama fittizia è imperiosa e la sensibilità medianica, pressante.

Alla fine lo scorgo davanti alla Biblioteca Municipale, con lo sguardo assorto alla ricerca di qualche verità perduta.
Sta passeggiando lentamente su e giù nell’esedra antistante il maestoso ingresso.
Entra.

La prima cosa che vede l’usciere dello stabile, quando si apre la porta girevole è la mia mano destra incatenata da un bracciale serpentiforme che accelera sul corrimano della scalinata.
Tutti i baleni acidi delle plafoniere si rincorrono sul mio involucro di gabardine, quasi a sottrarsi dall’umiliazione di seguire con il proprio raggio questa congestione ambigua che accompagna ogni mio mediano.

L’ora è tarda ed i visitatori stanno sfollando gli ambienti.
Gente che è accorsa qui solo a ripararsi dal freddo e farebbe a meno di tutte le Opere e delle loro letture.

Lui si aggira inquieto nei corridoi del palazzo.
Sembra non avere nessuna voglia di uscire; come nella prosa sbilenca delle sue polluzioni notturne che si allargano e contraggono secondo un metabolismo furtivamente fisiologico.
Il ricorso all’armonica altalena ormonale mi suggerisce un azzardo bizzarro.

La Notte avviluppa la censura ed io mi accomodo a poca distanza da Lui.
Ristretta a pochi metri dalle sue orecchie, indovino il proemio contenuto nel suo globo, pronto ad esplodere in 100 vibrazioni d’emozione appena le prime banderille della Luna riusciranno a trafiggere la pagina prediletta del breviario.

Ovunque guardo, ci sono volumi giganti, minuscoli, bislunghi e nani.
Orde di libri come onde montanti e discendenti.
Si accavallano, si scavalcano, s’ammassano.
Sono tanti, una vera marea con Lui all’appendice come un Cristo prodigioso appostato sulla riva.
La moltiplicazione dei tomi e dei pesci.

Dischiude le labbra per pronunciare qualcosa di stratosferico; un rosario di lumi tenuti insieme da una catena di pensieri.
Alcuni morbosi, altri più teneri; alcuni più sostanziosi oppure più esili.
Con un unico comune denominatore: il membro virile che gli freme tra le gambe.

Le voci indaffarate degli avventori rimasti agli scaffali snocciolano frasi adagiate sulla coperta operata dell’immenso divano in noce.
Lui gira la testa a 180 gradi e si sbottona il colletto.
Il suo profilo s’incunea tra i ripiani, come una piantana scolpita che aspetta il libro cui appoggiarsi.
Poi gioca con la mano esperta lungo l’asta inguainata di nervature grigioazzurre, appoggiato contro un palo di ritegno.

Ha sempre adorato le collezioni; quella fila di natiche secche rilegate in pelle scurita e abbronzata.
Ne custodisce cataloghi interi: mini, poker, tascabili e levigati.

E’ sempre lo stesso, con lo sguardo vellutato e il naso diritto, teso con le nari frementi.
La bocca ben disegnata e il sorriso a due piani rifulgente.

Ma starà leggendo oppure fa finta di farlo?
Non respira; è come in apnea.

Si concentra qualcuno allo stessa sezione.
Libri di sesso.
Libri proibiti.

Un rumore sordo; un volume è caduto.
E’ “ La Luna Nera”.

Tante mani si chinano a raccoglierlo.
Tanti lettori-boleto con una testa grossa a cappella, madida di gocce di sudore.
Gesti rapidi, brevi, disegnati davanti il transetto a montante invischiato di perni apprezzabili.

La mia testa entra nel libro per conformarsi al desco di membri.

Ce n’è per tutti.
Cavalle domabili con frange setolose sugli occhi, le cui trame di scevra innocenza non impediscono di realizzare le postille più maliziose.
Ninfette dall’aurea liceale, che si leccano con piacere come un cono gelato, con le commessure delle loro boccucce a cuore debordanti di panna e vaniglia.
Orsi di peluche di discreto fardello, in copulazione con verghe mitra.
Risoluti collegiali dal corpo ingannevolmente preadolescente, muniti d’arieti da 30 centimetri come trapani da perforazione.
Capelloni in jeans aderente, sovralimentati e anabolizzati, incurvati su veneri plastificate dai lineamenti corvini, in rotta di penetrazione.
Quarantenni ossigenate dalle curve statuarie, asservite da petti siliconati al fianco di squisite orchidee asiatiche, esili e delicate.
Pericolose come un fiore carnivoro.

Le principali star della costellazione genitale.
Una lunga Collana degli Errori, in edizione imbrattata, senza colori né sfumature.
Nuda e cruda così come esce dall’archetipo del lettore.

Scocca la Mezzanotte e si smorzano le candele.
Me ne ritorno a casa, rassicurata da un’immortalità assoluta, che con il sacrificio di sé illustra in quale modo può salvare la chiusa.

Non è accaduto niente.
A lungo andare l’appariscenza intrigante delle scoperte viene alla noia.
D’inverno, quando l’astro nel cielo prorompe da falce sottile; quando la terra, perché sia tutto più arcano, nasconde nella sua ombra la complice rilucente del demone corrotto; in Notti come questa si può dire che la Luna sia Nera.

Così continuerò a vivere sotto un Astro disorientato che splende di un bel viola minaccioso.
Come un occhio contuso che annienta ogni vigore ed ha la languida bellezza di una cupola di fresia selvatica pigiata a seccare tra le pagine del mio diario.

Domani il Sole non corromperà nessun eroe chiamato dal caso ad investire per sinistra combinazione il ruolo di Principe Azzurro.
Solo Luce, nell’aria.

Infondo, il sesso è solo una circostanza.
15 minuti di assalto e due minuti d’orgasmo.
Non ci s’innamora delle scopate così come non si transita a lungo davanti a delle facce di bronzo.

Alle azioni bestiali non resterà che portare a termine il lavoro iniziato dai termini barbari.
Poi verrà il momento in cui la parola stessa tirerà le cuoia e resterà solo la possibilità di leggere per non capirci piu’ niente.

Lui è rientrato tardi e non ha fatto nulla per non farsi sentire.
Come se il mio riposo non avesse importanza.
I suoi passi risuonano a lungo tra le camere vuote, con tutte le luci del corridoio accese.
Lo sento frugare dappertutto ed entrare nella sua stanza.

Questa volta l’ho seguito.
Se è vero che il corpo non decide, mi adagio su di Lui e gli affondo nell’oscurità trasparente un bacio lento, sfigurato.

Non riesco più a ricordare nulla.
Forse è un’allucinazione provocata dal Plenilunio.
Non ho bisogno di chiudere gli occhi per trovare una Donna che ha stregato anche la malia della Luna.

Ora Lui è nel letto che russa ed io non potrò piu’ riaddormentarmi.

…“Un uomo grigio mi ha fermato nel mezzo del cammino di non so quale vita.
E’ senza testa e la voce gli proviene dalla mano.
Mi sono arresa perché ho sentito un tintinnio alle spalle, un segnale.
Aspetto il buio pesto per mordere in segreto la sua tristezza.
Resterò seduta in questa Notte senza stelle fino all’ultimo istante, qualunque cosa accada.
Resterò ad aspettare finché la lampada a olio non consumerà il suo barlume.
In quel preciso momento la Luna Nera uscirà e brillerà a lungo.
E Lui dovrà cedere alle mie falangi il miele oscuro che trabocca dalle sue labbra”…

 

Un pensiero su “Unico indizio: la Luna Nera”

  1. I tuoi racconti son sogni, nei sogni tutto è possibile. Riammiro la scaltra dialettica che depista di volta in volta il tuo essere.L’irrisolto va risolto, l’es affrontato e portato alla coscienza, fatto sedere là, quasi sbattutto sullo sgabello più basso. Noi siamo uomini, noi siamo donne; noi siamo noi!

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