Doctor tensione

Doctor Tensione aveva rinunciato all’agilità dell’enduro, primo passo verso il capovolgimento totale. Dalla spavalderia all’agorafobia portata agli eccessi più estremi.
Doctor Tensione aveva poi rinunciato al comfort dell’automobile, che la paura non riusciva più a vincerla nemmeno nello scatolotto di latta.
Per coerenza rinunciò anche ai trasporti pubblici, che la differenza con una vettura era decisamente relativa. Ma non rinunciò solo per la somiglianza; fu infatti anche il contatto indiscriminato con plotoni di anime estranee, che tanto lo turbava, a fargli irrevocabilmente rinunciare all’Atm.
Percepiva di essere fuori dal tempo. O meglio, percepiva di essere lentamente scivolato fuori dal tempo, lui che era stato un invidiabile supereroe urbano.
Ma non aveva potuto farci nulla, era stato un processo naturale, progressivo, senza fattori scatenanti o quantomeno senza una causa apparente.
La teoria dello shock lo aveva conquistato, forse plagiato da Benjamin e Baudelaire, che però a differenza sua erano pionieri in uno scenario rivoluzionato e non parte (teoricamente) integrata.
Era una crisi globale che lo risucchiava a piccoli passi che si presentavano con irruenza ed illogicità.
Doctor Tensione, quando arrivarono anche le prime difficoltà nell’affrontare le strade milanesi ben saldo sulle proprie suole, tagliò il problema alla radice trasferendo tutta l’attrezzatura necessaria per il suo lavoro di fisioterapista nell’abitazione in cui viveva. Era un po’ affranto da una prospettiva di vita che lo vedeva costantemente rinchiuso nello stesso luogo, ma confidava in una guarigione veloce e soprattutto non voleva più affrontare due volte al giorno il lungo tragitto che separava casa dallo studio.
Doctor Tensione era comunque ancora in grado di muoversi senza particolari patemi e per piccoli percorsi, cosicché poteva autonomamente procurarsi tutto quello che gli era strettamente necessario: cibo, sigarette, vino e all’occorrenza dei nuovi vestiti.
Ma la successiva rottura epistemica, come tutti i singoli tasselli dell’antecedente degradare, si presentò improvvisa e più incontrollabile che mai.
Quella mattina non aveva nessun appuntamento in agenda e stava occupando il tempo dipingendo una tela. Spenta la Lucky Strike mise subito mano al pacchetto per accenderne un’altra, ma non si era accorto che quella appena fumata era l’ultima.
Indossò le scarpe ed infilò il giaccone sopra la maglia della salute e prese l’ascensore per andare a rifornirsi dal tabaccaio.
Fu quando mise piede in strada che sentì un’orribile sensazione allo stomaco. Sapeva bene che cosa stava succedendo, ma preferì cercare di dimenticarsene poiché attacchi di panico nel fare due passi sotto casa non ne aveva mai avuti e non poteva tollerare il pensiero di averne.
Nonostante gli improbabili sforzi mentali, il panico ebbe la meglio in pochi secondi.
La vista si offuscò ed il respiro divenne affannoso.
Sentì un profondo stimolo a correre, che però con un barlume di razionalità riuscì a sopprimere prefigurandosi conseguenza catastrofiche, come per esempio l’essere investito dalla cinquantasette, che gli resero ancora più straziante quel breve soggiorno nello spazio comune.
Ma il problema principale erano e rimanevano le sigarette. Il conflitto nella sua dialettica mentale, andare o rinunciare, si risolse in un istante di tempo che però a lui parve dilatato, lento e doloroso come i pochi secondi che separano un corpo provato dallo svenire. Le voci si sfilacciano, gli oggetti cedono la propria perimetralità. Non senza riserve percorse i pochi passi fino alla grossa T che di sera è al neon rosa. Per riuscire nell’impresa si ricordò delle strisce zebrate della stessa Milano di cui parlava Bianciardi nella Vita Agra: sul suo percorso non ne avrebbe incontrate, gli fu di grande conforto. Più pallido e preoccupante del solito, anche per chi era abituato da anni a smerciargli rettangoli di Lucky Strike, acquistò due stecche.
Due stecche per scongiurare la velocità del ritorno della necessità di uscire. Perché anche se poco prima convenne sul fatto che non avrebbe potuto tollerare un simile acutizzarsi del suo disequilibrio, in cuor suo già sapeva che il progredire verso nuovi status era irreversibile, definitivo, incontrovertibile. Già sapeva che ogni volta che sarebbe uscito di casa sarebbe stata la stessa storia, questa storia.

Fattore di grosso turbamento fu per lui il fatto che si trovava ad essere attore di un’assoluta dissociazione, passando da momenti in cui la sua mente, conscia del problema che lo attanagliava, era comunque quella che si sarebbe aspettato per lineare evoluzione, a momenti in cui la parte degenerata di un cervello arrugginito tiranneggiava senza lasciare alcuno spazio al controllo.
Doctor Tensione pensò che avrebbe preferito, piuttosto, una follia più completa, a tutto tondo e soprattutto una follia non auto percepita. Era depresso principalmente perché lo svolgersi delle cose da lui indipendente, oltre ad avergli riservato grave e rara menomazione, fece di modo che lui potesse anche lucidamente valutarla, questa menomazione, e lucidamente sconvolgersene.
Quelli furono i giorni della presa di coscienza. Metamorfosò la sua intera essenza, o quantomeno decise di provarci. Prescindere dalla relazione con l’oggetto. Sopprimere l’oggetto. Una sorta di spiritualismo eremitico in totale tensione sull’Io, un’esistenza determinata dal suo solo pensiero, un’interazione evitata accuratamente con qualunque stimolo non predisposto dalla mente per evitare interferenze nella consequenzialità delle sue associazioni.

In termini pratici quelli furono i giorni che lo trasformarono in un ipotetico giudizio psichiatrico con scarsissimo diritto di cittadinanza su questo pianeta.
Provò altre due volte a raggiungere il tabaccaio. La prima fu drammatica. La seconda ancor peggio, ma fu risolutiva. Nonostante la motivazione a prescindere con l’oggetto, le sigarette furono uno stimolo tale da spingerlo a quella che sarebbe stata una delle sue ultime apparizioni sul palcoscenico della socialità. In quel secondo e ultimo tentativo riuscì a raggiungere l’ingresso della tabaccheria dopo aver lottato per quei cinquanta passi con immagini vorticose, paranoie irrefrenabili, tanto forti e divergenti da portarlo a muovere la testa incontrollatamente con brevi scatti fulminei. Pensò che in quei cinquanta passi sarebbe scomparso, sarebbe stato smaterializzato, rapito, morto forse si dice.
Nella sua tragicomica apparizione contrattò con il tabaccaio, parlando a bassissima voce, come se fosse spiato, inseguito.
“Mi scusi… mi scusi davvero…”
“Si?” il tabaccaio con faccia preoccupata
“Ho grossi, enormi problemi nell’uscire di casa. Lei, la prego, consegni due stecche di Lucky Strike al sessantadue di questa via, ogni martedì mattina. Pago le stecche e venticinque euro per il servizio.”
“Ma… mi sembra assurdo” rispose con imbarazzo “…lei non ha qualcuno che…”
“NO! LA PREGO! NO! Non ho nessuno che, io.” Doctor Tensione si scaldò pensando a un naufragio di questa sua possibilità.
”Bene, bene! Non sarà un grosso problema… e per i venticinque euro lasci stare, davvero.”
”Non si preoccupi. Lei avrà sempre quei venticinque euro. Ho molto bisogno di quelle sigarette e altrettanto bisogno di assicurarmi che vengano consegnate” la buona notizia lo fece parlare con una voce che non pensava di avere, lenta, suadente, minacciosa e impazzita. Per qualche secondo ebbe controllo di sé, ma di un sé contorto e sconosciuto.
“Bene…”
“La ringrazio moltissimo” continuò con un filo di voce e con gli occhi che stavano nuovamente abbandonandosi al panico ingestibile “Due stecche, martedì mattina, al sessantadue”
“Arrivederci”
“Arrivederci”
Così Doctor Tensione risolse per le sigarette.
Il cibo, al quale non avrebbe potuto rinunciare almeno fino a che avesse trasceso la sua dimensione corporea, arrivava in comodi sacchetti sul pianerottolo, prodigi di un epoca che annulla i vincoli spaziali e dei pakistani che consegnano per “Spesa On Line”. Anche il vino arrivava coi ragazzi pakistani.

Dopo i primi incontri con il tabaccaio e i ragazzi pakistani della spesa, rigorosamente celebrati sulla soglia di casa, Doctor Tensione chiese ed ottenne da entrambi che le consegne fossero portate a termine senza contatti, i soldi li avrebbero trovati in una busta, sotto allo zerbino naturalmente. Le consegne sarebbero state segnalate da un breve trillo del campanello.
Inutile dire che ben presto il trillo, interferenza dirompente nella consequenzialità dei pensieri, fu abolito. Erano troppe la paure e gli scompensi determinati da quel suono.
Come si è probabilmente potuto dedurre dalla descrizione della situazione che si andava delineando, anche quelli che erano i contatti lavorativi, anche la sua professione di stimato fisioterapista, professione così materialmente legata al contatto, svanì. Non potè più ricevere alcuna visita, e se il solo incontro con un’altra persona era di per sé pensiero ingestibile, non avrebbe nemmeno osato immaginare quali reazioni avrebbe avuto nel toccare, massaggiare un paziente.
A qualcuno, compiendo un grosso sforzo, telefonò e comunicò che per gravi problemi non avrebbe più potuto esercitare; per gli altri si rese semplicemente irreperibile.
Avendo naturalmente preso atto di quelli che si sarebbero potuti prospettare come scenari futuri, disponendo di svariati beni convertibili in moneta, convertì dall’interno della sua casa, che oggi si può anche questo, tanti di questi beni in moneta da poter così fronteggiare quelli che sarebbero stati i prossimi isolati avvenimenti.
Per prendere pieno possesso di quella che sarebbe stata la sua nuova figura di ascetica essenza confinata dalla sceneggiatura imposta dallo svolgersi indipendente delle cose, per potersi realmente permettere di non oltrepassare mai più la soglia che separava la tana dal resto del mondo, nonostante i pluricitati intenti astrattamente filosofici, non poteva prescindere dal denaro.

Doctor Tensione trovava che in quel nuovo e forzato stile di vita ci si potesse scorgere qualcosa di simile ad un’investitura, preferì pensare che in quella che era una malattia vera e propria ci fosse un significato massimo, ci fosse una missione e ci fosse tutta la sua indiscutibile superiorità.
Esiliarsi dalla massificazione nella consapevolezza che comunque la massa avrebbe trionfato.
Il nichilismo di una vittoria che si vuole ottenere escludendo la totalità di diramazioni, eccezion fatta per il pensiero.
Presto avrebbe messo in discussione l’utilità del corpo.
E anche lo stesso pensiero.
Preferì credere che gli fosse stata riservata la possibilità di concentrare qualunque sforzo creativo nel campo in cui sempre aveva pensato avrebbe potuto eccellere: la speculazione.
Pagine, penne, bere inchiostro e divorare pellicole per la creazione di una personalità talmente plasmata e fine da poter soddisfare l’unica meta nonché unica possibilità del nuovo vivere: l’autocelebrazione.
Tanto valeva cercare gli indiscutibili aspetti positivi.
A che gli serviva il resto del Mondo?
Sarebbe servito a spingerlo verso livelli ancora più ingestibili. Infatti la follia e lo squilibrio avrebbero continuato a cercare di insediarsi in lui a livelli sempre più radicati, e non gli sarebbe bastato pensare di aver risolto confinando il creato e le allucinanti fobie che causava al di fuori dell’appartamento da cui non sarebbe più uscito.

Ben presto nelle pellicole, l’aura della personalità che in un tempo passato furono dietro la macchina da presa si fece troppo concreta, troppo palpabile, tanto da rendere quello che Doctor Tensione prima percepiva come tempo dignitosamente dedicato alla settima arte, tempo in cui lo svolgersi lineare del suo pensiero orientato verso l’ipotetica concezione solitaria e totalizzante veniva scosso, atterrito, minacciato. Il panico determinato da un particolare concetto di invasione da parte dal Mondo esterno lo portò ad abbandonare anche il cinema.
Con le pagine scritte il processo fu più lento e graduale, ma identico. Alle prime manifestazioni di una intollerabilità anche nei confronti della lettura cercò di mentire a sé stesso convincendosi che fossero lievi ansie che partoriva per stretta filiazione con quelle che un lungometraggio ormai non poteva non riservargli. Cercò di convincersi che da un libro, che era rimasto insieme allo scrivere l’oggetto a cui offrire la totalità della vita cosciente, non si sarebbe potuto far schiacciare; cercò di convincersi che l’immagine di un libro sarebbe stata competenza solo della sua elaborazione mentale, diversamente da un fotogramma filmico che lo costringeva al contatto diretto e determinante.
Ma anche i caratteri impressi su cellulosa racchiudevano al loro interno un frammento di realtà indipendente, non avrebbe potuto continuare a mentirsi a lungo senza riconoscere che la letteratura altro non è che interpretazione di una creazione altrui, generata con la specifica finalità di interferire, modificare e direzionare lo svolgersi consequenziale e lineare dei pensieri.
Qualunque lettura divenne quindi uno scivolare inevitabile verso lo status di follia con cui Doctor Tensione continuava a dover convivere. Non avrebbe più potuto leggere senza provare l’esigenza di voler morire. Non avrebbe più letto.
Anche l’idea che l’oculocentrismo nello scorrere una pagina fosse solo mezzo e non una quasi totale saturazione delle possibilità come nel cinema cadde ben presto. L’ascetismo intellettuale dietro a cui, volente o nolente, dovette barricarsi lo portò quindi a percepire la scrittura come la più vivida e accecante fonte di immagini altrui, e le conseguenze di queste invasioni erano sempre le stesse.
L’esistenza di Doctor Tensione divenne silenzio, scrittura, gambe incrociate, occhi chiusi.
Ancora ci credeva, forse ci sperava, anzi talvolta era quasi esaltato da come la missione che gli era stata riservata divenisse sempre più difficile, sempre più delegata unicamente all’interno del suo cervello.
Ma anche queste speranze e queste fatue esaltazioni si spensero ben presto.
Il livello del problema si spostò ancor di più verso la totalità, abbracciando fra le fonti della psicosi tutto ciò che era oggetto. Alla radice di qualunque creazione materiale v’è la presenza, per quanto recondita, di un qualsivoglia essere vivente, e quindi per proprietà transitiva del pensiero esterno.
Da quando la fobia veniva stimolata anche da tutto ciò che sarebbe da considerarsi intellettualmente neutro, un’arancia come lo stesso pavimento sul quale non poteva non reggersi, la situazione divenne esasperante e senza alcuna via d’uscita.
Abbandonò anche la scrittura per l’insostenibilità del contatto con la penna.
L’ossessione di un’indipendenza inesistente e sodomizzata da qualunque materiale.
L’assillo del pensiero di dover convivere con una predeterminazione ipnotica e alienante metastizzò anche l’idea di corporeità. Per Doctor Tensione anche il suo stesso corpo divenne un demone manovratore. E anche il pensiero, il suo pensiero. L’idea di attività mentale propria mutò, per prendere la forma di uno sterminato complesso di interazioni assorbite e ricombinate secondo un numero di schemi finito.
Ormai il terrore aveva conquistato ogni aspetto della vita reale, compresi i due più intimi e che fino a quel momento aveva creduto realmente indipendenti: corpo e anima.

Gli ultimi giorni di Doctor Tensione furono orrore.
Rinunciò al cibo e ai liquidi non per scelta, ma per paralisi.
Il minimo contatto imposto dalla forza di gravità con qualche superficie fu per sei lunghi giorni l’irriducibile motivo di una fobia terrorizzante, di un’esperienza apocalittica da cui pregava di staccarsi al più presto.
Per sei giorni il suo corpo accasciato sul pavimento fu scosso da spasmi e martoriato da una perpetua paura che non gli permise nemmeno di orinare.
All’inizio del settimo giorno il suo corpo straziato non resse.
Aveva trasceso. Forse, dopo tutti questi aiuti, dopo tutti questi indizi ci era riuscito.
Forse ora era pensiero puro.

 

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