L’angelo consolatore

Mia madre mi diceva sempre che quando nacqui, fuori, nevica… Era una fredda notte di fine gennaio e vedere la neve, in una città come Napoli, era qualcosa di veramente inusuale. Mia madre mi raccontava di quanto fossi bella e delicata; ero uno spettacolo così bello da guardare, che le altre mamme che erano in ospedale con lei, venivano apposta per vedermi. Quando ascoltavo quelle parole, sapevo che mia madre le diceva con convinzione assoluta, ma sapevo anche che le diceva perchè mi aveva desiderato con tutta se stessa e prima di riuscire ad avermi, aveva dovuto attendere parecchi anni. Quando ero arrivata, tutti avevano gridato al miracolo ed in poco tempo ero diventata una piccola mascotte per l’intero quartiere. Ricordo distintamente che quando le “comare” dovevano scongiurare un avvenimento infelice, chiamavano mia madre e le dicevano: “fa’ veni’ nu poc a piccirell”; lei mi sorrideva sorniona e mi dava una lieve pacca sulle spalle, non era per niente superstiziosa, ma acconsentiva comunque e si divertiva ad osservare la mia faccia buffa, contrastare con la massima serietà che, invece, traspariva da chi credeva ciecamente in quelle scaramanzie. La sera, mentre mio padre era fuori con gli amici, lei mi teneva con se, nel suo letto immacolato e mi raccontava storie meravigliose e piene d’incanto… ho sempre sospettato che quelle storie fossero semplicemente i suoi sogni, ma lei, nonostante io sapessi quanto fosse infelice con mio padre, mi rassicurava sempre con un sorriso, dicendomi che Dio l’aveva resa immensamente felice, donandole me e che questo le bastava per tutto il resto… Quando si ammalò, io avevo appena compiuto tredici anni. La vedevo ogni giorno più magra e debole, sembrava un pulcino infreddolito, distesa in quel letto, improvvisamente così grande per lei e mai troppo caldo per riuscire a scaldarla. C’era sempre molta gente accanto a lei, vedevo che pregavano, che facevano scongiuri, che piangevano silenziosamente, ma non capivo… ricordo solo la sua testa fasciata ed il suo sguardo spento, sempre rivolto verso di me, come un ultimo, inutile tentativo di rassicurarmi ancora una volta. La notte prima che morì, mio padre si ubriacò completamente; lo vedevo soffrire e quasi me ne stupii, in tutti quegli anni, non lo avevo mai visto trattare la mamma con gentilezza o affetto e non capivo quel dolore che invece, ora, sentivo trafiggergli il cuore. Le ultime parole che mi disse mia madre, furono di ringraziamento: le avevo regalato tredici anni di amore completo, un amore che mai nessun altro aveva saputo donarle e che l’aveva resa finalmente una donna serena; ora, mi disse, poteva anche morire in pace, perchè, finalmente, aveva conosciuto l’amore. Piansi disperatamente per ore e quando la chiusero nella bara, avrei voluto distendermi accanto a lei e non lasciarla mai più. I giorni che seguirono, li trascorsi in uno stato confusionale; giravo per casa come un’anima in pena, accarezzavo per un tempo indefinito tutte le sue cose e sentivo che niente sarebbe mai più potuto essere come prima. Mio padre, dal canto suo, si chiuse in un silenzio assoluto e mai tentò di confortarmi o starmi vicino, di fondere il nostro comune dolore per cercare di trarne coraggio. Continuai ad andare a scuola e mi occupai di tutte le faccende di casa; la sera ero così stanca da esserne felice; riuscivo a non pensare e questo era diventato un modo indolore per cercare di andare avanti ogni giorno. Io e mio padre vivevamo come due estranei, lui mi dava i soldi necessari per provvedere alle nostre necessità, io lavavo e cucinavo e sembrava che a tutti e due andasse bene così. In realtà io ne soffrivo parecchio, avrei voluto che lui mi stringesse forte, che mi chiedesse dei miei studi, delle intere giornate senza di lui; non successe mai. L’unica consolazione che avevo, era quando mi recavo al cimitero, da mia madre: in quei momenti la sentivo così vicina, da riuscire quasi a sentirne il profumo… quelli erano gli unici momenti in cui riuscivo a non sentirmi completamente sola. Quando compii diciotti anni, mi diplomai con il massimo dei voti; tutto ciò che riuscì a dirmi mio padre, fu un sussurro in cui mi diceva che era contento. Ma oramai lo sapevo: aspettarmi qualcosa in più, sarebbe stato per me, un’ennesima delusione. Trovai presto lavoro: fui assunta in un’azienda elettronica, come segretaria d’amministrazione e in poco tempo, divenni un punto di riferimento per tutti i miei superiori. Sapevo che mia madre ne sarebbe stata entusiasta: in fondo, tutto quello che stavo facendo, lo facevo per lei. Nei suoi racconti, erano queste le aspirazioni che, incantata, mi narrava: una donna affermata e rispettata da tutti. Mancava solo un piccolo pezzo a quel puzzle ed era l’amore sconfinato di un giovane perbene che m’avrebbe reso moglie e madre amata e soddisfatta. Conobbi Matteo, dopo circa due anni che lavoravo lì. La prima volta che lo vidi aveva una cravatta giallo paglierino; forse fu proprio questo ad attirarmi, quel colore così forte che contrastava con il nero corvino dei suoi capelli. Era molto bello, talmente tanto da incutere timore… Quando mi chiese di uscire, all’inizio fui titubante. Avevo paura di un uomo così affascinante ed io ero molto inesperta, non volevo soffrire, solo questo sapevo. Ma Matteo non mi lasciò molte alternative, con il suo savoir faire deciso e delicato, mi conquistò letteralmente… Matteo proveniva da una famiglia molto numerosa e tanto unita e quando conobbi i suoi genitori, ebbi la certezza assoluta che si amavano tanto: si tenevano per mano e si guardavano negli occhi come due ragazzini alle prime uscite. Provai tanto invidia per ciò che vedevo, in fondo, io, non avevo mai assistito a nessun gesto d’amore tra i miei genitori e questo mi aveva reso sempre molto insicura ed infelice, condizionandomi anche nei miei rapporti con gli altri. Con Matteo, però, riuscivo ad essere completamente me stessa e a non nascondermi dietro finte sicurezze o false convinzioni: lui mi capiva e mi accettava e questo mi faceva sentire finalmente libera. Quando mi chiese di diventare sua moglie, fu naturale accettare… mi sentivo così felice e quando mio padre mi accompagnò all’altare, per la prima volta in tutta la mia vita, mi abbracciò e mi disse che mi voleva bene. Fu un miracolo anche quello, una manifestazione d’affetto che mi scaldò internamente l’anima e mi donò sensazioni che mai avevo conosciuto prima e fui sicura che la mia adorata mamma, da lassù, provava lo stesso ed era immensamente felice… Fino a quel giorno, non avevamo mai fatto l’amore e quando, la sera, Matteo mi strinse a sè e mi fece sua, capii di quanto può essere bello per una donna, essere amata completamente. E’ qualcosa che ti fa sentire viva, che ti fa pulsare il sangue nelle vene e battere il cuore con violenza… Mi accorsi di essere incinta, dopo circa due mesi che eravamo sposati: quando Matteo lo seppe, mi prese in braccio e mi fece volteggiare ed io ricordo ancora oggi il profumo intenso del suo dopobarba inebriarmi fin dentro le narici: quella era una felicità che m’avvolgeva tutta e mai niente avrebbe potuto cancellarla. Almeno credevo. Ci speravo. Ma la vita non dona mai una felicità assoluta per molto tempo, il destino, a quello non puoi mai sfuggire, ed il corso degli eventi corre veloce su binari di strade già segnate e tu, impotente, puoi solo abbassare la testa e sopportare quel peso. Avevo saputo di aspettare due gemelli: un maschietto ed una femminuccia, ma avevo saputo anche che uno dei due era affetto da una rarissima malformazione al cuore. Partorii in una calda mattina d’Agosto e mio marito non mi lasciò un attimo sola. Sapevo che era preoccupato per me, ma sapevo che aveva il terrore che Claudio, il piccolo gemellino sfortunato, avesse potuto anche non esalare alcun respiro. Ma Claudio nacque già combattente ed assieme a sua sorella Elena, pianse forte quando venne alla luce ed emise i primi, esili, flebili vagiti… erano entrambi bellissimi ed io sentivo già che avrei potuto dare subito la mia vita per la loro. Claudio fu operato dopo appena un giorno dal mio parto, ma fortunatamente, riuscì a superare l’intervento con successo, sebbene quello fu solo l’inizio di uno dei tanti. Ma ero felice e non volevo pensare già a cosa sarebbe accaduto domani… Amavo incondizionatamente i miei due figli, ma con Claudio, sin dall’inizio, sviluppai un rapporto di totale armonia, vivevamo in simbiosi, forse perchè eravamo così simili ed allo stesso tempo così diversi… Non so perchè accade questo; forse perchè era stato il figlio più fragile, forse perchè la sofferenza lo aveva segnato, forse perchè c’ero sempre stata io al suo fianco quando apriva gli occhi da ogni operazione e leggevo i suoi dolori meglio di qualunque altro… so solo che ciò segnò mia figlia Elena in maniera indelebile. Matteo sapeva che stavo sbagliando e me lo fece notare tante, tante, tante volte, ma io non volli mai ascoltare: mi chiudevo in un ostinato silenzio e rifiutai di affrontare discussioni che a mio avviso sapevano di paranoia. A volte sentivo Elena piangere dalla sua camera; avrei dovuto spalancare la porta e stringerla forte a me, ma l’ostilità che mostrava nei miei confronti, mi irrigidiva e mi bloccava… se solo potessi tornare indietro, se solo avessi capito quanto male le stavo facendo, se solo avessi avuto solo un altro pò di tempo… Quando Elena mi disse che era incinta, mi si piazzò dinanzi con aria di sfida, poggiandosi una mano sul ventre appena pronunciato. Ricordo di non essermi per niente scomposta e di averle detto che, visto i suoi risultati scolastici, le continue sbornie, i richiami abituali, ormai mi aspettavo anche quello. Lei mi guardò con occhi smarriti, forse avrebbe voluto che la sgridassi, che le chiedessi qualcosa in più, che magari le avrei dato anche uno schiaffo… tutto, ma non quell’indifferenza che mostrai. Matteo, quando lo seppe, l’abbracciò forte e la rassicurò su ogni cosa e lo stesso fece suo fratello. Claudio e sua sorella erano molto uniti e divididevano tutto: anche durante quell’esperienza, Elena fu sostenuta da suo fratello, in maniera esemplare. A me faceva una gran tenerezza: aveva appena sedici anni e vederla con quel pancione dinanzi, contrastava con l’innocenza che traspariva dai suoi occhi ancora tanto acerbi… non sapemmo mai chi era il padre della bambina che portava in grembo, non ce lo disse. Diceva che quella bambina era solo sua e che non doveva e non voleva dividerla con nessuna. Le doglie arrivarono in piena notte, quasi inaspettate. Io le andai accanto e le presi la mano per sotenerla, ma lei, anche in quell’occasione mi rifiutò e si rifiugiò tra le braccia di suo padre… non dimenticherò mai lo sguardo che mi rivolse prima di uscire dalla porta: uno sguardo così carico di rancore e dispiacere che mi devastò internamente. Quando arrivammo in ospedale, mi offrii di entrare con lei in sala parto, ma rifiutò con decisione e mi disse: non ora, mamma… non puoi far finta di volermi bene solo adesso. Restai interdetta e sconcertata e portandomi una mano al viso, per la prima volta, realizzai che mia figlia era convinta che io non l’avessi mai amata! Come era potuto accadere tutto ciò? Come avevo potuto essere così cieca e sorda? Avevo le gambe che mi tremavano così forte che credevo di cadere da un momento all’altro… dovevo gridarle che si sbagliava, che io l’avevo sempre amata con tutto il mio cuore, che lei era tutto per me e dovevo chiederle perdono per tutto il dolore che le avevo arrecato… ma non avevo più tempo. Lo capii subito: appena i dottori uscirono dalla sala parto, mi bastò guardare i loro visi per capire: mia figlia se ne era andata insieme alla sua bambina. L’urlo che lanciò mio marito, sembra rieccheggiarmi nelle orecchie ancora oggi… ricordo che Claudio mi venne vicino, che mi abbracciò forte, sentivo il suo respiro così affanoso che pensai lo trafiggesse. Io non riuscivo a muovermi, ero paralizzata e sentivo le mie ossa pesanti come macigni. E’ incredibile come possa essere crudele il destino delle persone, come gli eventi che accadono possano susseguirsi in maniera così tragica e dolorosa. Si dice che quando una madre perde il figlio, metà del suo cuore muore con lui: quella notte, il mio cuore morì interamente, per due volte. Non avevo regalato a mia figlia momenti d’amore, non l’avevo mai sostenuta, l’avevo sempre paragonata al fratello modello e lei se n’era andata così, all’improvviso, con la certezza che colei che avrebbe dovuto esserle sempre accanto, non c’era mai stata. Dopo la morte di Elena, mi chiusi nel silenzio più intenso e non pronunciai più nessuna parola. Vedevo i medici che venivano a visitarmi e lo sguardo afflitto di Claudio, ma nessun suono sembrava più voler uscire dalla mia bocca. Matteo se ne andò di casa dopo dieci giorni dalla tragedia: non mi disse mai perchè stava lasciandomi sola, ma non ce n’era bisogno, lo capii lo stesso. Non poteva perdonarmi per non aver saputo amare la sua adorata bambina, per non averlo ascoltato quando mi rimproverava sulle differenze che facevo… solo una volta mi disse che, almeno, la sua bambina avrebbe potuto morire felice ed invece le era stato negato anche quello… ma io non sentivo più dolore e niente sembrava più riuscire a ferirmi, avevo rinunciato al mio cuore e l’unica cosa che conservavo era solo il rimorso. Claudio, dopo aver cercato invano di rimanermi accanto per lunghissimi mesi, vi rinunciò: andò a vivere con suo padre ed ogni tanto, per scrupolo, veniva a vedere come stavo. Ma io ero sempre uguale, la mia vita era sempre uguale: facevo i mestieri di casa, lavavo e cucinavo, ma non facevo nient’altro. Parlare, per me, era diventato superfluo. Questa storia che vi ho raccontato è una storia come tante. Stanotte ho sognato mia madre: mi tendeva le mani. Spero che riesca ad aggrapparmi al più presto e a trascinarmi con sè. Fuori è buio. E’ Natale. Dopo Quarantaquattro anni, a Napoli, nevica…

 

12 pensieri su “L’angelo consolatore”

  1. Carissima, ho pianto. I rapporti fra genitori e figli sono i più difficili. Sembra impossibile, là dove c’è tanto amore incalcolato è difficile capirsi!
    Ho letto e ti sono nel cuore; se posso, un aiuto…,
    sei giovane e dentro di te c’è tanto amore e poca voce. Gli sguardi parlano per loro conto. Riavvicinati a tuo marito e al figlio rimasto. Lei, non ha fatto in tempo a capire, ma per loro e per te c’è ancora tempo. Sforzati e pensa che lei vorrebbe solo questo, adesso.
    Una carezza. Sandra

  2. Certe storie non possono essere inventate, come sempre accade la realtà supera l’immaginazione. Ti voglio bene…….

  3. davvero bello questo racconto sembra reale, credo che l’autore avrà un futuro nel mondo della letteratura. Un bacio a chi l’ha scritto

  4. E’ stata davvero una storia commovente, penso che nella vita bisogna essere forti per poter affrontare le difficoltà che il destino ci riserva, so che tu lo sei un bacio e tvb. maria

  5. Questo racconto è colmo di dolore. Da madre posso capire quello che provi, ma non fare lo stesso sbaglio due volte, Claudio ha bisogno di te! devi farlo per lui, è un suo diritto avere una madre.
    Grazia

  6. Ringrazio tutti per i commenti che mi avete lasciato. Devo precisare, per una questione di onestà, che questa è una storia che non è stata vissuta da me. E’ stato il racconto struggente di una donna che ho conosciuto e che mi è rimasto nel cuore. Ho cercato di raccontarlo a voi come meglio ho potuto. A breve, vi racconterò come è andata a finire.

  7. Cara liberty penso che la precisazione andava fatta prima del racconto. Ritiro il mio commento in quanto voglio bene alla protagonista reale e non alla scrittrice con cui mi congratulo ma che anch’io avrei potuto far piangere e poi dire: ho fatto finta…

  8. penso che la sincerità di Liberty va apprezzata e non giudicata. Sono sicura che lei non credeva che noi lettori potessimo pensare che fosse autobiografia, in fondo che importa, ci ha reso partecipe di una storia molto commovente ma comunque vera. Un bacio alla protagonista e alla scrittrice. Diana

  9. Gentile Laerte,
    non ho mai scritto che si trattasse di una biografia. Puoi ascoltare una storia e farla tua, in qualsiasi luogo tu ti trovi in quel momento. Non ho voluto raccontarla per far piangere nessuno e se è così è stato, è solo perchè quella storia l’ho fatta mia. Il racconto di quella madre, come di tante altre persone, se lo si ascolta veramente con il cuore, ti entra dentro e ti rimane per sempre. Un famoso scrittore diceva di andare per strada, per raccogliere le storie più significative e coinvolgenti, riportantole poi su fogli di carta, affinchè il tempo non potesse mai cancellarle. Non sono andata per strada. Ma è lo stesso. Spero che tu abbia colto il significato di ciò che volevo dirti.
    Penserò se scrivere il seguito di ciò che è successo a quella donna. Un saluto.

  10. Nessun problema mi sembrava più corretto non dire niente o dirlo prima, ma va bene lo stesso. Ciao…

  11. troppo bello… vorrei tanto sapere come finisce …ma a volte la bellezza di un racconto è data dalla semplicità e dalla curiosità lasciata al lettore.

  12. Un racconto, inteso, scorrevole, tristemente incompleto.
    A parte qualche piccolo errore ortografico e grammaticale, è ben scritto e ha tempi letterari contemporanei e immediati.
    Mi piace anche questo oltre alle tue meravigliose poesie.
    5 stelle.
    Tanat

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