Notte Solenne

L’Avvenimento è sulla bocca di tutti; la serenità protetta da questa parola è un eco rimbombante dove fluisce persuaso il circo montato da giorni in ogni punto nevralgico del paese.
Il gran tendone in cui tutto può darsi; l’indomita passerella di figuranti pronti a prendere il volo, liberando salmi e dispendiose venture.
L’armonia giocosa della comunità offre al voyeuristico piacere dei presenti un nuovo favoloso spettacolo.

In compagnia della noia perenne ho comprato il biglietto che mi aiuterà a schiudere un pensiero controverso dal guscio del primevo cordoglio.

Strano il traffico delle automobili e della gente: scivola oltre i parati per diramarsi fuori della rinomata mangiatoia, verso traiettorie che portano ai fasti.

Devo cogliere il simbolo e la sua inviolabile portata.
Nella scala dei valori una moltitudine di cori rastrella veloce il segnale ampolloso.
La cittadina piccola e bruna ha messo il vestito della festa come una cortigiana pronta alla grande Notte del Sol Invictus.

Mi trattengo davanti alla rappresentazione.

I fiocchi multicolori di stoffa scendono lungo le fiancate aderendo alla grande scia lucida del corteo di persone che si allunga verso gli ingorghi in un frastuono dignitoso.
Sono partiti dal grande Santuario e raccolgono schiere di seguaci con i volti sbiancati di cerone e le braccia congiunte in remissione.

Nell’afflato di un esito variabile sfioro il ricordo di qualcuno che amavo.
Il Sentimento per Lui è ancora talmente forte da non aver subito il deragliamento nel tempo.

In Cielo, la Cometa scende fuggevole sullo Spirito Santo ed i passanti camminano lungo l’argine in un ammasso di ceste rovinate e di giocattoli rotti senza nome.

Questo Evento pascola nelle mie viscere, ma nessuno chiama e si fa garante.
Sono gli altri a rispondere all’appello in una decolorazione dorata che l’incarnato di oggi ha impreziosito di ghirigori e sfarzi vellutati.

Le strade verso la periferia finiscono di colpo, interrotte dalla barriera delle contingenze.
Sotto la depressione chiassosa avverto un tanfo ributtante d’unto e di dolci caramellati; il vitalizio espresso messo a cuocere sul braciere.

Sull’Universo è scesa una tranquillità instabile, come se l’istante divorasse ogni colpa.

Passo accanto ad un’ossatura legnosa assicurata al corrimano di una scala.
Seguo i gradini a chiocciola sino ad un arco imponente di una struttura in pietra.
Entro e nell’oscurità della spelonca scorgo una donna piccola ed esile, che tiene a se un minuscolo neonato.
Il bimbo è rannicchiato sul suo grembo e succhia il bianco latte puerperale.
Ha gli occhi socchiusi e le manine puntate sui capezzoli.

Lei mi parla del padre che svolge umili mansioni di falegname giù al porto vecchio.
Si trova lì al riparo, perché la creatura ha una tosse impertinente e le labbra cianotiche.
Sta aspettando la liturgia, l’acqua santa, la benedizione solenne.
Una rinascita.

Il chiaroscuro trama sulle bordature del pavimento sconnesso.

Nella maestosa attitudine a scalfire ed abradere, è il momento in cui il presente diviene passato.
Fuggo fuori all’ombra di un maestoso campanile.
Procedo nell’asfalto rorido tra i corpi intabarrati nei cappotti di nobile lana.

Ovunque continua la sventolata d’Amore per un mistero che appare perfetto.
Scarabocchio di orme che non fanno mai assestare il mio scompiglio.

Sono sempre senza qualcuno e il firmamento si fa filo spinato d’arteria dove non c’è irrigazione né esumazione.
La scia celeste di ghiaccio illumina l’Oriente come appesa ad una cortina lacerata dal Mare e dal transito delle nuvole.

C’è un’ordinaria pace nel cosmo natalizio; un similoro che annuncia l’evidenza di una nuova era.
Prevedo un’altra musica tormentosa di note scordate che non si sanno sciogliere.
S’attendono trapezi, osanna e gloria.

Devo resistere.
Non sarà un’avventura improvvisata e tra mille peripezie la manifestazione finirà per compiere la sua metamorfosi.
La Cometa indicherà il passaggio ideale; il presepe sarà una trasmissione d’immagini e l’infante risorgerà destinando la cronaca del mondo.

Nel mormorio della mia umile prece soffierò su questa prodigiosa candelina rossa e saprò alla fine tutta la verità sull’unico uomo illustre ed eterno sopravissuto a chiunque.

Un’altra Notte Solenne.
Dormono le antiche risonanze, forse tacciono.
Qualcuno esclama: “E’ nato”.
Io non lo vedo.

“Beva pure il suo latte che non toglie mai la sete”.

La volta in cui lo vedrò rinascere, forse inizierò a dimenticare.

Un pensiero su “Notte Solenne”

  1. Il nostro cuore è consacrato
    con fraterna fedeltà
    a tutto ciò che fugge
    e scorre,
    alla vita,
    non a ciò che è saldo e capace di durare.

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