Primavera

Col primo sole, febbraio si mutava in primavera. Pei campi seminati s’andava spandendo la quiete dell’attesa; slarghi incolti trattenevano a stento la procace esplosione di colori selvatici, che di lì a poco avrebbe aperto al risveglio.

Così andavano mutando gli animi, la propensione della gente alla gente. La vista si faceva più chiara, gli occhi mutavano il cristallino in allegri sguardi. Si guardava per vedere e non solo, si guardava per vedere il bello e gioirne. S’invitava l’anima a sorgere dal fondo del petto, fin su alle pupille per farla partecipe della gioia della visione ora disponibile.

Sempre così i giorni delle prime emozioni, come un innamoramento, ogni anno si ripeteva il prodigio. Il presentimento nell’aria prometteva frutti più grandi, più maturi, succulenti. Giornate più calde, crogiolanti, sature di vita, si profetizzavano non dette.

Ma quell’anno, come in un sadico gioco di seduzione, le grazie offerte, improvvisamente si celarono: l’attesa si fece padrona dei campi, delle città, dei borghi. La promessa primavera tardava ad arrivare, il freddo strideva contro il desiderio di abiti leggeri, contro il bisogno dell’aria aperta. Sembrava un castigo divino il vento gelido sulla faccia, il bisogno di chiudersi nei cappotti, la sospensione nell’attesa.

Allora gli sguardi tornarono cupi; ci si risolse a rassegnazione, a vivere la cattiva stagione come unica esistente perché l’attesa del piacere s’allungava, si tendeva troppo, fino a fare dolore. Non soffrire, si fece imperativo. Si dovette dimenticare la primavera, si dovette rinunciare ad essa, si dovette negarne l’esistenza passata, la futura speranza.

Cappotti, sciarpe e cappelli presero il posto del caldo sole paterno. Colori tristi ricoprirono i corpi sostituendosi ai colori smaglianti della terra materna.

Primavera non fu più nominata, come per pudore rinchiusa. Dimenticata.

Quando tutte le speranze furono esaurite, oscurate, spente – ovviamente – la primavera, quella dea implacabile, si presentò, come ogni anno. Nessuno ebbe il coraggio di rimproverarle il ritardo, ognuno le si attaccava disperatamente, come alla prima goccia di nutrimento insperato.

Era ormai maggio; ognuno germogliò.



3 Commenti per “Primavera

  1. Quando ormai anche la speranza sembrava spenta per sempre, ecco che un nuovo miracolo torna a far bella la Natura che insieme alle persone si schiude con nuovi e rinvigoriti germogli di vita e d’amore.
    Grazie, Francesca, per questo racconto che in senso metaforico esorta a non abbandonare mai la speranza perchè un tempo migliore è sempre possibile.
    Ciao e a presto.
    Lucia

  2. Una descrizione convincente della stagione e del rapporto con le sensazioni che suscita negli animi. Una prosa un po’ all’antica o per dire classica nell’uso di parole desuete, ma piacevole. Saluti. Antonella

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