La fucilazione

Questo racconto tragico, se succedesse oggi, nel 2015, agli occhi dei bambini moderni, sarebbe preda di tutti i titoli dei quotidiani e ambito da tutte le TV italiane e forse anche del mondo.

Mileto: luglio 1954, a quell’epoca ero ancora un bambino e frequentavo la quinta elementare. Quel pomeriggio, seduto sulla soglia in granito grigio, del portone dove abitava la “massara Concetta” all’incrocio tra la via Roma e via Saccari, sotto la parabola in porcellanata bianca, l’unica lampadina, ad incandescenza, attaccata ad un cavo, penzolava cullata dalla brezza sottile. Quel lampione, unico protettore simbolico, ci teneva sotto la sua luce, come una chioccia sotto l’ala i suoi pulcini. Lui, testimone delle nostre marachelle, dove, quasi tutte le sere dopo cena, noi bambini giocavamo ai quattro cantoni, mentre alle nostre grida, faceva da sottofondo la musica dall’altoparlante della radio, il suono a tutto volume, usciva gioiosa dalle finestre aperte dell’appartamento dell’avvocato e si diffondeva in un quarto del paese, oltre il perimetro della piazza in terra battuta, la dove noi bambini, giocavamo con una palla fatta di stracci, sollevando ad ogni calcio, nuvolette di polvere rosa.
Le giornate di quei tempi oscuri, dove la disoccupazione, la miseria e la fame era di casa. Quando dell’immediato dopo guerra, la miseria, era un male comune, tangibile. Tanto era la differenza soggettiva fra bambini poveri e bambini ricchi, che il Ministero dell’istruzione pubblica, emanò l’ordine tassativo: tutti i bambini delle scuole elementari, dovevano indossare un grembiule nero con il colletto bianco. Detto decreto, tendeva ad uguagliare visibilmente le classi sociali, onde evitare che il bambino povero vestito di stracci, risaltasse l’indigenza e la differenza con il ricco, vestito elegante.
Erano epoche di esodi di massa; L’emigrazione della gente del meridione verso il nord Italia, verso paesi europei del nord e perfino nelle Americhe. La maggior parte era obbligata a fuggire da un paese come l’Italia dove solo i ricchi, mangiavano tre volte al giorno e si potevano permettere certi lussi, come la radio, il giradischi, l’automobile, la servitù.
Dunque, fatto il quadro della situazione precaria del popolo, continuo il racconto di quel pomeriggio di Luglio. Quella musica che si diffondeva festosa nel paese, aveva il potere di attenuare la percezione nella nostra mente a causa della calura africana. La grande piazza in terra battuta, là dove eravamo noi bambini all’imbrunire quando la calura del pomeriggio si era assopita, la brezza marina proveniva dal mare della vicina Nicotera, lambiva il monte poro, slittava a valle portando il profumo del mare nelle vallate dell’estremo sud della bella Calabria. Quel giorno, l’apparecchio radio, trasmetteva una dopo l’altra le bellissime canzoni dell’epoca. Stavo lì seduto su detti gradini, aspettavo mio nonno “padre di mia mamma” che finisse la pennichella pomeridiana, per poi sedersi accanto a me, e sentire sul fondo schiena la frescura refrigerante del granito; tanto, la massara Concetta era in campagna, per lavorare le sue terre. Rientrava solo la sera tardi. La sua presenza era segnalata dal suo asino, ancora col basto e finimenti, mentre roteava la coda per scacciare il fastidio delle mosche. Le sue redini erano annodate all’apposito anello in ferro forgiato, murato sulla facciata della casa, accanto al portone, in attesa che la sua padrona, tirandolo per le redini, e attraversando il modesto appartamento, dalla camera da letto alla cucina e lo portasse nella piccola stalla sita nell’orto, dietro la casa. Mio Nonno, reduce di guerra, aveva combattuto sul Piave, lo fregiarono con la croce di guerra, per questo lui ne era fiero.
Il sole a picco alle tre del pomeriggio, nella piazza della chiesa, la brezza alzava mulinelli di polvere giallastra disperdendosi nell’aria e ricadeva poi sullo sterrato polveroso, che a sua volta rifletteva la luce accecante del sole, sulla facciata della Chiesa e delle abitazioni. Il calore ondeggiava sui quattro gradini in granito blu scuro, per salire sul Sagrato facevano da cornice al grosso portale in legno della chiesa, lavorato in bassorilievo.
Quasi al centro dell’ampio ballatoio, con la testa contro il grosso portale, una cagna in calore, sopportava le zampe del maschio che stringeva i suoi fianchi. Si stavano accoppiando. Alcuni bambini allineati vicino al primo gradino, incuranti della calura del sole che gli arrostiva la pelle delle spalle, già bruciata e spellata tante volte, ridevano si spanciavano divertiti osservando quella curiosa ma non insolita scena che avevano già visto altre volte in giro per il paese. Di solito, quei bambini, una scena del genere la finivano a sassate, quasi lapidando quelle povere bestie quando non se la davano a gambe terrorizzati. Quel fatidico pomeriggio, non ci furono sassate, forse per il motivo che di sassi lì attorno non c’è n’erano. Sulla sinistra della piazza, un’antica fontanella, segnalava la sua presenza con lo scroscio continuo dell’acqua, che sgorgando dalle grosse fauci in bronzo, raffigurante la testa di leone, cadeva nella vasca in pietra grigia, quasi tutta coperta di muschio verde scuro, perennemente piena fino all’orlo. Quella vaschetta era molto utile la sera, quando i contadini o i pastori, al ritorno della campagna, facevano abbeverare i cavalli, asini, pecore, prima di portarli nelle stalle. Quel rumore, si confondeva con un cigolio della ruota di un carretto e il ticchettio degli zoccoli di un asinello, magro, esile, lo trainava sbattendo la coda a destra e a manca. Di fianco, un uomo di mezza età, capelli grigi arruffati, il volto da contadino rustico, con la pelle arrostita dal sole, abituato a stare perennemente all’aperto. La canottiera quasi nera, in origine doveva essere bianca. Le gambe magrissime spuntavano dai pantaloncini di stoffa scozzese, sfilacciati tagliati al ginocchio. Trascinava i piedi nella polvere di tufo bianco, che copriva la piazza, faceva alzare dietro i suoi talloni screpolati, una nuvoletta di polvere. Piedi scalzi coperti di fango secco fino alle caviglie. Le mani con il dorso imbrunito dalle intemperie, e le palme, e le dita quasi bianchi spiccavano le unghie nere. Tirava per le redini, l’asinello sudato e stanco di trascinarsi il carretto sotto quella canicola insopportabile. Di fianco a quell’uomo, un distinto signore in divisa estiva, pantaloni lunghi neri sorretti dalla cintura bianca. Camicia a manica corta: era la guardia municipale, con tanto di odiati mostrine e bottoni lucidi cromati che spiccavano sulla stoffa nera. Il portamento deciso e scorbutico, incuteva soggezione, anche perché; oltre alla pistola nella fondina bianca, portava a tracolla sulla spalla destra, un grosso fucile da caccia. Sulla sinistra una cartucciera piena di cartucce.
Uso l’aggettivo odio verso quella divisa, poiché quell’uomo, era particolarmente cattivo verso di noi bambini. Non ci permetteva di giocare nella villa comunale, e ci sequestrava la palla di pezza per non farci giocare a palla nelle piazze del paese. Sul carretto traballava, una lunga sottile pertica con un cappio di filo di ferro a molla; come una lama da sega senza taglio alle estremità più sottili. Comunque l’attrezzo che usano di solito ancora oggi, gli accalappia cani. La comitiva intanto si avvicinava furtiva al Sagrato. Preso dalla curiosità mi avvicinai assieme agli altri bambini, che stavano guardando la scena dell’accoppiamento. All’avvicinarsi ai gradini, ci scostammo quel tanto che bastava, per lasciare spazio al carretto. La guardia ci fece cenno, con l’indice sul naso, come per intimarci di fare silenzio assoluto.
L’uomo in canottiera, afferrò la lunga pertica con il cappio, l’avvicinò con maestria sulla testa del povero cane ancora intento a dimenarsi sulla cagna, non si accorse del cappio che gli scattò intorno al collo fu una stretta mortale. La povera bestia trasalì, ma non ebbe il tempo di rendersene conto della tragedia imminente. La povera bestia, fu trascinata con forza compreso la cagna che rimase attaccata al cane. L’uomo in canottiera aiutato dalla guardia, li trascinarono giù con forza dai gradini, fu allora che la cagna riuscì a staccarsi e scappare emettendo un guaito di terrore. Il povero cane non riusciva neanche a guaire, soffocava nella la stretta mortale, il cappio non gli dava tregua, più si dimenava e più si stringeva. Forse in quell’istante fu consapevole che per lui era la fine. Sentiva quel maledetto filo di ferro che si stringeva sulla giugulare, gli mancava il respiro, gli occhi quasi fuori delle orbite, erano diventate bianche. Quello strumento lo alzava dal terreno come fosse impiccato. L’uomo in canottiera balzò sul cassone del carro, per sollevare meglio il cappio. La povera bestia pendolava e roteava. Dalla bocca spalancata con un rantolo disperato indescrivibile, gli usciva la lingua. Schiuma bianca gli colava giù lungo i fianchi, ma era ancora vivo. Mantenendolo alzato da terra, l’uomo in canottiera, faceva in modo che il povero cane, strisciasse la schiena nella polvere mista a pietrisco della piazza. I sassolini taglienti gli dilaniavano la pelle, lasciando una scia rossastra. La guardia tirava e strattonava le redini dell’asinello allontanandosi verso una stradina di campagna, lasciando una striscia nella polvere che mischiata al sangue, era diventata nera. Dietro il carretto, noi bambini con il cuore tremante e piedi scalzi, curiosi e ammutoliti, camminavamo lenti attratti da quella orribile e insolita scena. Seguimmo il carretto con il triste fardello della povera malcapitata bestia. Finché arrivati su una stradina si campagna, costeggiata da un filare di pioppi, fuori del caseggiato. Dopo circa cento metri, il carretto si fermò, l’uomo in canottiera, trascinò il povero cane quasi morto, ancora prigioniero del cappio, che cadde dal carretto con un tonfo sul terreno. La corda fu girata più volte in torno al più vicino fusto di un giovine Pioppo. Il povero cane guaiva, cercava di divincolarsi, approfittando della distrazione degli uomini. Tentò persino di nascondersi dietro quell’albero, quasi intuisse quello che stava per accadere. La disperazione si leggeva nei suoi occhi sgranati. Il guaito si tramutò in un rumore angoscioso. Poi in un rantolo di chi non respira più. Nel dimenarsi la corda gli bloccava la testa quasi schiacciata contro una grossa radice. Terribili guaiti disperati mentre respirava la polvere marrone argillosa. Ma la guardia, sorda, senza pietà alcuna, simile a feroce belva, non si commosse. Imbracciò il suo fucile, lo aprì con lenta maestria e con fare deciso come un attore protagonista di un film, infilò nelle canne due cartucce rosse da caccia grossa, chiuse il fucile il sinistro scatto metallico, ci fece sobbalzare, i nostri piccoli occhi esterrefatti fissavano il povero cane che aspettava la morte per finire quel sofferente supplizio.
Il mio cuore da bambino, batteva impazzito, mi tremavano la gambe. Un grande interminabile silenzio improvviso invase la scena, gli uccelli e le cicale smisero di volare, smisero di cantare. Noi bambini non ridevamo più, dentro di me, dentro di noi, si faceva il tifo senza fiatare, per quella povera bestia, ma non potevamo fare niente per salvarla. Una bestia condannata a morte da chi bestie non erano! Il povero cane smise perfino di respirare, con gli occhi sgranati, guardava terrorizzato le canne di quel fucile che, minacciose lo puntavano. Le stesse canne, uguali a quelli del fucile del suo padrone. In quell’attimo, forse, lui credette che si trattava di caccia; quando quel fucile puntava la selvaggina mentre lui, ne segnalava la presenza e immobile nell’atto della punta, aspettava il botto. Quel botto che lui conosceva bene. Con un boato il fuoco improvviso uscì da quelle canne, quell’odore di polvere da sparo che lui sentiva, quando si precipitava a raccogliere la bestiola insanguinata per portarla al suo padrone. Fu il quel momento che lui ebbe un fremito istintivo e si girò dalla parte opposta del fucile come, per vedere o sentire se ci fosse una bestiola insanguinata da raccogliere per il suo padrone. Ma non c’era nessuna bestiola, questa volta era lui la bestiola da ammazzare. Il tuono echeggiò tremendo nei campi, insieme all’urlo straziante del povero cane in quel preciso istante, schiacciò il muso nella ferita, nel ventre, nel sangue, nelle costole! Sorgente rossa che quasi ne bevve. Ma non fece in tempo a rendersi conto che stava per morire, un altro boato dilaniò l’aria e il suo povero corpo questa volta non urlò… Finì di soffrire… La sua bocca rimase immobile, nel sangue. L’uomo con la canottiera, alzò il cappio con attaccata la povera carcassa del cane che tremava mentre la morte lo gremiva e la gettò sul carretto, con un tonfo macabro. La guardia, apri in silenzio il fucile, astrasse i bossoli vuoti e li gettò nella polvere vicino a una grossa macchia di sangue non ancora coagulato. La guardia, rimise in spalla il fucile, l’uomo in canottiera afferrò le redini dell’asinello, il carretto si allontanò verso il paese.
Noi bambini rimanemmo lì ancora un poco, a guardare quella grossa macchia di sangue. Teste chine, di chi si sente colpevole. Non osavamo guardarci negli occhi perché… Avevamo vergogna, vergogna per il povero cane, vergogna di far vedere le nostre lacrime. Nessuno piange, era solo un cane.



1 Commento per “La fucilazione

  1. Di tempo ne è passato molto. Ho fatto fatica ad arrivare in fondo perché amo i cani più degli umani, certamente molto più di quella categoria di cui Tu, hai menzionato il racconto. Mi auguro che la fine riservata nel tempo a quelle belve, sia stata all’altezza dei loro comportamenti. Che ognuno raccolga ciò che ha seminato. Per giustizia.
    Sandra

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