Il pescatore

Marco correva veloce, l’aria gli spazzava quel suo viso da bambino e si insinuava leggera tra i capelli, serpeggiando rapida e fuggevole.
La strada, nel suo ultimo tratto, era in leggera discesa e, per questo, arrivò all’ingresso della pineta senza quasi bisogno di pedalare. Arrestò la sua corsa e uno stridore acido e prolungato proveniente dal freno posteriore della sua bicicletta infranse la calma addormentata che regnava in quel verde angolo di costa.
Appena Marco si fu completamente fermato e scese dalla bicicletta, improvvisamente il silenzio e la placida tranquillità che erano appena stati violati ripresero il sopravvento, impadronendosi nuovamente del territorio che l’uomo aveva incoscientemente disturbato e derubato.
Marco appoggiò la propria bicicletta alla recinzione posticcia che delimitava il cortile di una vecchia casa abbandonata ormai da anni; era probabilmente una di quelle case che i pescatori usavano nel periodo invernale, quando non dimoravano nelle baracche del porticciolo perché le uscite in mare si facevano più rade a causa del maltempo.
L’aria era molto calda, soffocante, piena dell’odore acre della resina dei pini marittimi che affollavano la pineta e si confondeva con il profumo carico e melenso, quasi fino a stordire, di piccole siepi di fiorellini giallo intenso.
In lontananza arrivava roco il borbottio di tuoni e l’orizzonte verso ovest si era fatto di un blu intenso. Molto probabilmente quel temporale avrebbe portato molta pioggia, ma a Marco importava poco di bagnarsi: la sua pineta, con le folte chiome dei pini una a ridosso dell’altra, all’occorrenza, lo avrebbe certamente riparato dall’acqua.
Imboccò un sentiero che serpeggiava tra i tronchi dei pini, un viottolo appena battuto e visibile solo agli occhi esperti di Marco, che quel percorso lo faceva ogni giorno da quasi due anni.
Camminava veloce e ad ogni passo scricchiolavano sotto i suoi piedi gli aghi dei pini secchi, caduti da mesi a formare una specie di pavimento di moquette sopra la terra nuda.
Una folata di vento ogni tanto scuoteva le fronde dei pini e lasciava cadere sulla testa di Marco una pioggerellina di aghi e di insetti, scossi malamente dal loro torpore e scalzati dal ramo dove stavano oziando.
Giunse al termine della pineta, dove si apriva una piccola spiaggia sabbiosa chiusa all’interno di un’insenatura, due costoni rocciosi a picco sul mare divisi da una sottile e timida strisciolina di sabbia, color orca scuro e in parte umida di risacca.
Il vento intanto stava alzandosi e, strisciando con veemenza sulla superficie sabbiosa, alzava a tratti un leggero strato di nebbiolina polverosa, che costringeva Marco a socchiudere gli occhi per poter vedere distintamente innanzi a sé ciò che avrebbe trovato sul suo cammino.
L’intensità del tuono si faceva ad ogni passo più consistente e già ad est erano ben distinguibili dei nuvoloni grossi e molto bassi, le cui sfumature colorate partivano dall’azzurro intenso e, dopo un breve viaggio sulla tavolozza da pittore, terminavano nel blu profondo, carico di striature nerastre.
Marco uscì dalla pineta ed approdò alla piccola spiaggia che si affacciava su un mare appena mosso, di un colore limpido ed intenso; camminò alcuni metri e poi si fermò per togliersi le scarpe e riprendere più libero il suo itinerario.
La sabbia in quel punto era dolcemente granulosa, consistente; camminarci sopra a piedi nudi era come attraversare uno strato di argilla, con la differenza che la sensazione che nasceva dal contatto della pianta dei piedi con i granuli sabbiosi non era di fastidioso solletico, bensì di spossatezza e rilassamento beati ed inebrianti.
Iniziò a piovere copiosamente.
Le gocciolone di pioggia si infrangevano contro qualsiasi cosa trovassero sulla loro traiettoria, producendo di volta in volta un rumore o un suono differente; solo dalla superficie dell’acqua non proveniva alcun rumore, non dipartiva alcun suono o rimbombo. Lì le gocce di pioggia venivano come assorbite e l’unico effetto che ne derivava erano dei piccoli buchi nell’acqua subito riempiti da altra acqua.
All’improvviso, apparve una barca, che dal largo si avvicinava rapida alla riva.
Era un piccolo peschereccio, completamente colorato di azzurro brillante, eccezion fatta per la parte superiore dello scafo, che era dipinta di bianco.
Lo governava un uomo sulla cinquantina, abbastanza robusto nella corporatura e piuttosto placido nei movimenti che si potevano intuire da lontano. Aveva un viso bonario, all’apparenza tranquillo, con due baffi neri che davano a quella fisionomia un po’ rigida un tocco di plasticità.
Quella barca era apparsa dal nulla, forse dalle acque del mare o forse dal vento; proseguiva la sua corsa in direzione della riva e, d’un tratto, virò a sinistra e si diresse verso il puntone roccioso posto ad est.
Marco si avvicinò più che poté all’acqua, per vedere meglio l’inquilino del peschereccio, arrivò con i piedi fino al bagnasciuga, dove le onde lambivano delicatamente le sue caviglie nude.
Alzò il braccio destro e lo sventolò a destra e sinistra in segno di saluto verso il pescatore, che ricambiò anch’esso alla stessa maniera, accennando anche un sorriso misto di compiacimento e rimpianto.
La barca completò in poco tempo la propria manovra e giunse al promontorio est della spiaggia, dietro al quale scomparve definitivamente dopo solo qualche minuto.
Prima che l’imbarcazione venisse sottratta alla vista di Marco, questi alzò un ultima volta il braccio per salutare quell’uomo, che, ancora una volta, ricambiò pronto e gentile.
La barca oltrepassò lo scoglio e scomparve nel nulla.
Marco tornò verso la pineta, indossò nuovamente le scarpe e, bagnato fradicio di pioggia, si incamminò per lo stesso percorso che aveva fatto solo poche decine di minuti prima in senso inverso.
Uscì in strada e inforcò la propria bicicletta avviandosi verso casa, mentre il temporale, in procinto di abbandonare definitivamente quel tratto di mondo, stava scaricando le ultime goccioline finissime d’acqua, meno eclatanti ma più fastidiose.
Marco pedalava felice, con un sorriso disegnato in viso e, soprattutto, stampato dentro al proprio cuore, perché anche quel giorno era riuscito a salutare il pescatore.
Quel pescatore era suo padre, morto in mare poco più di due anni prima, quando un temporale violentissimo lo colse mentre era fuori a pesca e spinse la sua barca contro la scogliera, proprio nel punto in cui oggi la vide Marco scomparire.



2 Commenti per “Il pescatore

  1. Un bellissimo racconto, complimenti. Voglia di mare e profumo di mare… e non solo, di sentimenti buoni, di affetto e di anime vicine che hanno trovato un modo, in questa vita, anche se in dimensioni diverse, di incontrarsi, salutarsi ed essere vicine. Non è poca cosa, una ricchezza per chi riesce a farlo.
    Sandra

  2. Complimenti per chi ha scritto questo brano, è bello perché contiene un finale a sorpresa!

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