Il violinista

La piazza del paese era ancora deserta, il sole mattutino aveva appena iniziato a penetrare ogni cosa, le pietre sconnesse del selciato, la fontanella che non sputava uno zampillo d’acqua da tempo immemorabile, le due panchine in legno piene zeppe di scritte e incisioni fatte dai ragazzetti la domenica pomeriggio.
Il paese si stava svegliando proprio in quel momento, ancora assonnato si accingeva ad affrontare un’altra giornata bollente. Pochi suoni, pochi rumori aleggiavano ancora nell’aria, confusi l’uno nell’altro, ancora incapaci di darsi un contegno e uscire dal torpore notturno.
Solo un suono si distingueva chiaro e si stagliava fiero e risoluto su tutto e su tutti; proveniva dall’angolo della piazza dove troneggiava austera e severa la chiesetta di Santa Marinella, con il suo bel campanile forse un po’ troppo abbandonato a sé stesso.
Sui gradini che conducevano alla minuscola sacrestia sedeva Saverio, come faceva ogni giorno da almeno dieci anni a quella parte; imbracciato con cura passionale e talvolta maniacale il suo prezioso violino, iniziava a suonare la mattina molto presto e non se ne andava da quello che ormai era diventato il suo palcoscenico se non a sera ormai giunta, quando le tenebre avevano adombrato l’intera piazza, lasciando un retrogusto di fresco e un accenno di beatitudine che i paesani si gustavano fino in fondo prima di coricarsi e prepararsi in forze per la nuova giornata.
Saverio aveva un’età indefinibile o forse è più appropriato dire che era un uomo senza età. Poteva avere una trentina d’anni come anche una cinquantina, tanto i suoi lineamenti erano anonimi e sbiaditi; la gente del paese conosceva lui e conosceva bene anche la sua storia, ma quei rari turisti che si affacciavano in quel paesino, soprattutto nei mesi caldi dell’anno, non avrebbero saputo collocare Saverio in una determinata fascia d’età.
La musica di Saverio aleggiava nell’etere surriscaldato dal sole e accompagnava tutte le attività quotidiane di chi avesse a passare per la piazzetta, unico vero baricentro di un paese che contava poco più di mille anime. Quella melodia sublime e perfettamente calibrata era divenuta ormai abitudine, parte integrante della vita di tutti i giorni, quasi indispensabile come l’aria che si respira. Tanto che nelle occasioni in cui Saverio stava poco bene ed era costretto a letto per qualche giorno, i suoi compaesani si sentivano mancare di qualcosa di fondamentale per la loro esistenza, quel qualcosa che li accompagnava per mano durante la giornata e li allietava nell’affrontare i momenti belli e brutti del vivere di ognuno.
Le note che quel violino regalava al mondo intero erano assolutamente perfette, erano concatenate l’una con l’altra a formare una melodiosa e perfetta musica. Saverio suonava quel suo violino in modo sublime, ne conosceva a memoria ogni più piccola sfumatura e sapeva come trarre da quel pezzo di legno tutta l’armonia possibile e le emozioni più vive e sconcertanti.
Non aveva mai studiato in un conservatorio o da qualche maestro privato, i rudimenti glieli aveva insegnati il padre, un musicista mediocre che aveva passato parte della sua vita a suonare il violino con una piccola orchestra che faceva sporadiche apparizioni a qualche concerto. Tutto ciò che sapeva fare con quel violino l’aveva imparato da solo, con ore e ore di esercizi, di improvvisazione, con passione, dedizione e coinvolgimento totali.
Il suo amore per la musica, e soprattutto per la musica che il suo adorato violino sapeva vomitare al semplice struscio delle sue corde, lo avevano portato fin sull’orlo della pazzia, in una sorta di limbo della psiche umana dal quale, sembra, non sarebbe più uscito se non con la morte.
Una decina d’anni prima era accaduto qualcosa che nessuno dei medici che avevano visitato Saverio era riuscito a capire e giustificare in qualche modo. All’improvviso, mentre stava suonando per l’ennesima volta un’aria della Traviata, che negli ultimi mesi stava cercando in modo ossessivo di perfezionare, Saverio smise di suonare il suo strumento e nella casa prese il sopravvento uno spaventoso silenzio che il padre, che si trovava nella stanza giusto accanto a quella di Saverio, percepì immediatamente e lo fece rizzare in piedi in un secondo, nonostante l’età orami tarda gli imponesse di compiere i movimenti e i gesti con una certa lentezza.
Un brivido corse lungo la schiena del padre di Saverio, quando entrò nella stanza del figlio e lo vide lì, seduto davanti allo spartito ancora aperto, il violino appoggiato sulle ginocchia appena accostate, lo sguardo perso in una direzione inesistente e fisso, come se stesse guardando oltre la finestra che gli stava di fronte, chiusa.
Da quel giorno Saverio ha iniziato a suonare il suo violino ogni giorno, dall’alba al tramonto, ma sempre e solo in piedi sui gradini della chiesetta di Santa Marinella; da allora non ha più proferito parola con nessuno, neanche con suo padre, che gli regalò quel violino che per lui era la cosa più preziosa potesse esistere, suo padre, che dopo pochi anni da quel tragico giorno morì, lasciando il figlio Saverio alle cure di sua madre.
Non passava giorno che i compaesani di Saverio gli rivolgessero la parola, gli chiedessero qualcosa, lo salutassero, per vedere se potesse avere qualche reazione dalla quale intuire un miglioramento se non addirittura la guarigione da quel male oscuro e ingarbugliato. Mai una risposta, mai un gesto, mai una volta che Saverio indirizzasse lo sguardo verso la persona che gli aveva rivolto la parola. Però l’acutezza e la profondità dei suoi occhi davano l’idea che lui capisse perfettamente tutto ciò che gli veniva detto o chiesto.
Poco alla volta la storia di Saverio aveva fatto il giro della regione e la leggenda del violinista pazzo aveva portato in paese addirittura il direttore di un’orchestra molto prestigiosa e rinomata, che si esibiva non solo in Italia ma addirittura in mezza Europa. Più che la drammatica storia umana di Saverio, il direttore d’orchestra era stato attirato in quel paesello remoto dalle voci che volevano Saverio un violinista divino, di una perfezione mai sentita prima, da portare quanto prima al conservatorio e far integrare con gli altri musicisti.
Il direttore lo aveva ascoltato per buona mezza giornata nella piazzetta del paese e dentro di sé non aveva potuto non ammettere la bravura di Saverio e la superiorità della sua tecnica rispetto a tutti i violinisti sentiti fino a quel momento.
Dopo varie insistenze con la madre di Saverio e non poche resistenze da parte di Saverio stesso, il direttore dell’orchestra riuscì a portarlo con sé al conservatorio, dove avrebbe potuto continuare a studiare e sarebbe entrato a far parte della prestigiosa orchestra sinfonica. Ma, dopo che mise piede dentro al conservatorio, Saverio smise di suonare, o meglio, smise di suonare come sapeva fare e come lo aveva sentito fare il direttore. Era come se d’un tratto avesse dimenticato come si estrapolassero le note da quel violino, come se lo avesse preso in mano per la prima volta in quel preciso momento.
Nonostante il direttore del conservatorio gli avesse dato tutto il tempo di ambientarsi e riprendere a suonare il violino come l’aveva sentito fare alla piazzetta, Saverio sembrava apatico ed insensibile ad ogni stimolo che gli proveniva da quel nuovo ambiente. Il direttore comprese la situazione e capì che sarebbe stato meglio rimandare il suo pupillo al paesello.
Saverio se ne tornò quindi a casa, alla sua vita di sempre, al suo paese, alla sua piazzetta ed ai suoi gradini, dall’alto dei quali riprese a suonare divinamente, come mai nessuno aveva suonato e come nessuno poté suonare dopo di lui.



2 Commenti per “Il violinista

  1. È vero. A volte, l’ambiente nel quale affondiamo le nostre radici, è quello che più di ogni altro, ci fa sentire protetti e a nostro agio, permettendoci, così, di esprimerci al meglio. Noi, apparentemente, siamo sempre gli stessi, ovunque, ma nella realtà delle nostre effusioni abbiamo bisogno di sentirci capiti, amati, incoraggiati, e questo, per Saverio, è accaduto, soltanto, nel suo luogo di origine. È una questione anche di forza interiore… quella che ci consente di non aver timore degli estranei al nostro mondo.
    Ho trovato interessante il racconto… magari Saverio, in un altro momento troverà il giusto equilibrio interiore che gli consentirà di “suonare divinamente” non soltanto per se stesso.
    Saluti, Lellanapolitano

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