Ride Natty ride (prima parte)

(Sono più forte di loro sono più forte di loro sono più forte io)

Risate.

(È solo uno stupido scherzo non possono farmi niente non possono)

– Adam! Vieni fuori, vogliamo solo giocare con te! – altre risate, provenienti da dietro la porta di legno graffiata e con lo smalto cadente, che sussultava ad ogni vibrazione dell’aria. Adam sedeva sul gabinetto, con la testa stretta tra le mani tremanti, nudo.

(Se ne andranno si stancheranno devo solo aspettare non possono farmi nulla)

Gli avevano rubato i vestiti. Era uscito dalla doccia e non c’erano più. Avevano preso anche l’accappatoio. Aveva capito subito ed era corso a rifugiarsi in uno dei maleodoranti bagni degli spogliatoi, chiudendosi a chiave. Non ci avevano messo molto a trovarlo.

– Avanti, amico! Le rivuoi o no le tue belle mutandine? – a giudicare dal fragore delle risate erano almeno in cinque là fuori.

– Smettetela – sussurrò, mentre grosse gocce d’acqua continuavano a colare dal suo corpo bagnato sul pavimento. Plin plin plin.

– Cacasotto – un pugno si abbatté con violenza contro il muro, provocando un piccolo crollo di pezzi di intonaco. Riconosceva quella voce. Riconosceva le voci di tutti loro. Jacob Clark, Brandon Scott, Luke Carter. Solo per citare i più “affezionati”, per così dire.

– Non hai scelta! Esci fuori o questi li portiamo via con noi! –

Odiava l’ora settimanale di ginnastica obbligatoria di quel collegio. Durante l’allenamento era sempre un passo (ma forse anche due) indietro agli altri, e ogni volta finiva che una qualsiasi parte del corpo gli dolesse terribilmente, vuoi per lo sforzo, vuoi per le continue pallonate che lo trovavano sempre. La doccia cercava di farla sempre quando tutti erano andati via, da solo. A quanto pare, però, questa volta l’avevano aspettato. Avevano programmato tutto.

– Bene, allora noi ce ne andiamo –

– No! – Adam scattò in piedi, facendo gemere la ceramica della tazza.

– Conterò fino a tre – era Jacob Clark che parlava, il pezzo grosso del gruppo – se non vedrò la tua brutta faccia uscire da questa fottuta porta mi porto via tutto e lo brucio,

(Bruciare)

intesi, bambola? – Adam tirò su col naso e mosse un passo verso l’uscio, sollevando con fatica la pianta del piede dalla pozza melmosa che si era formata sotto di lui.

– uno – sollevò il capo e si scostò i capelli scuri dalla fronte.

– due – afferrò con convinzione la maniglia.

– tre! – rimase immobile, battendo i denti per il freddo e l’agitazione.

Ci fu un breve ma interminabile momento di silenzio, rotto solo dall’assillante gocciolare delle sue membra. Infine scoppiò l’ennesima risata irrisoria.

– Sporco vigliacco! – gli urlò Carter.

(siete voi i vigliacchi disgustosi codardi)

Fece scattare la serratura, spalancò la porta e si avventò su uno di loro, che sorpreso scivolò e cadde, portando con sé il corpo nudo di Adam.

– Levati di dosso, viscido! – gridò quello, con forte accento messicano. Si trattava di Aidan Morales, si era trasferito lì da poco tempo. Spinse via Adam con ripugnanza, si rialzò goffamente e tornò a rifugiarsi nelle retrovie del gruppetto, i cui componenti indicavano il ragazzo a terra piegati in due dalle risate. Adam si rannicchiò sul pavimento cercando di coprirsi il più possibile con le mani, gemendo come una bestiola ferita.

– E dai Adam! Vieni a prenderli! – La mano di Jacob si sollevò in aria, sventolando il completo intimo di Adam – Non ti fidi? Ecco, prendi questo! – appallottolò la canottiera e gliela gettò in faccia, provocando ulteriore ilarità.

– Aspettate – disse poi Luke Carter, facendo segno ai suoi compagni di rimanere in silenzio – sento qualcosa – tutti rimasero in ascolto, ed effettivamente, aguzzando l’udito, si potevano percepire dei passi scendere la scalinata che portava agli spogliatoi.

– Cazzo, c’è qualcuno! Via, via! – il gruppo si precipitò ad uscire dalla porta d’emergenza, lasciando per terra gli abiti di Adam. Prima che la porta si chiudesse alle spalle dell’ultimo di loro qualcuno gridò:

– Non finisce qui, Chesterfield! –

Poco dopo dalla porta principale emerse una figura tozza e rotonda, che spalancò gli occhi non appena vide la scena.

– Adam! Cosa ti hanno fatto? – era Lewis, l’inserviente di colore del collegio. Adam non rispose, e si trascinò fino al mucchietto dei vestiti, cercando di indossarli

– Adam, devi dirmi chi è stato… Vuoi? – il ragazzo lesse compassione negli occhi dell’uomo, e questo lo fece imbestialire. Si alzò, con i vestiti che si incollavano sul corpo ancora bagnato, e superando il bidello imboccò le scale.

 

Era steso sul letto della sua camera, un piccolo quadrato fornito del minimo indispensabile: un materasso, una scrivania e un piccolo armadio. Era in quel collegio da tre anni, da quando i suoi genitori avevano deciso che “era il momento di vedersela da solo con il mondo”. Gli scherzi erano iniziati praticamente da quando era arrivato. Adam non avrebbe saputo dire se fosse perché parlava poco con tutti, o per la sua poca attitudine atletica o più semplicemente perché il destino o chi per lui aveva deciso di affidargli quella croce. Fatto sta che le aveva subite tutte: silicone nella serratura, sgambetti a mensa, notti invernali trascorse al freddo su di un pianerottolo senza la possibilità di rientrare, oltre a mille altre piccole punzecchiature che neanche più ricordava. Era stanco, ma non sapeva come reagire. L’unica cosa che gli dava un po’ di sollievo era la musica: si metteva lì sul letto, cuffie nelle orecchie e stava ore intere ad ascoltare i suoi brani preferiti. Ed era quello che stava facendo anche quella sera.

Ascoltava un vecchio album di Bob Marley, uno dei suoi artisti preferiti. Amava le parole dei suoi testi e il ritmo delle melodie. Stava scorrendo la lista delle tracce, quando sullo schermo apparve un titolo di cui non aveva mai sentito parlare. Ride Natty Ride. Incuriosito, premette il triangolino del play e fece partire la canzone. Immediatamente restò colpito dal ritmo dei tamburi, dalla melodia caleidoscopica delle chitarre e infine dalla voce espressiva del cantante giamaicano. Gli dava un certo senso di allegria, ma dentro di sé iniziava a sentire che quella canzone non era venuta per caso, ma era lì perché voleva dirgli qualcosa. E dopo circa un minuto e mezzo la spensieratezza delle note non poté più nulla davanti alla durezza delle parole, che suonarono ad Adam come una rivelazione:

Ma la pietra scartata dal costruttore/ diverrà architrave/ e non importa a che gioco giochino/ c’è qualcosa che non potranno/ mai portar via/ ed è il fuoco, è il fuoco/ che brucia ogni cosa (bruciare!)/ senti il fuoco, fuoco, il fuoco, il fuoco…

Adam sentiva quel fuoco,

(brucia brucia!!)

che finalmente aveva preso vigore dentro di lui. La canzone continuava ad andare col suo ritmo incalzante, ma Adam non ascoltava più, non era più lì; ora sapeva cosa fare, e non capiva perché ci fosse arrivato così tardi.

Non c’è acqua che possa estinguere questo fuoco/ corri Natty corri!/ ora il fuoco sta bruciando.

Il giorno dopo era un sabato, e, come qualsiasi altro giorno, all’ora di pranzo lasciò la sua camera e si diresse verso la mensa. Entrò, prese un vassoio e delle posate e si inserì nella coda di ragazzi ansiosi di ricevere il pasto. Tra le varie scelte, si limitò a prendere una fettina di carne e una mela, e lentamente iniziò ad aggirarsi per l’enorme stanzone alla ricerca di un tavolo vuoto. Ne trovò uno sul fondo, e mentre vi si dirigeva, non poté non notare gli sguardi di scherno e i sorrisetti maliziosi degli altri ragazzi. Ma non gli importava, non più.

Quella mattina aveva approfittato della assenza delle lezioni per mettere a punto un piano soddisfacente; già da tempo aveva studiato le mosse dei suoi aguzzini, le loro abitudini, i loro luoghi, quindi non era stato troppo difficile arrivare ad una conclusione. Dopo essersi seduto, iniziò a tagliuzzare la carne, quando un foglio di carta volò sul suo vassoio. Non ci mise troppo a scoprire la sua provenienza: qualche tavolo davanti a lui, Jacob Clark e la sua banda sghignazzavano dandosi vigorose pacche sulla schiena. Adam distese la palla di carta e iniziò a sudare freddo: sul foglio c’era una fotografia, di lui, nudo e bagnato, rannicchiato sul pavimento. Non poteva crederci. Ma non ne fece un dramma, ormai sapeva che l’avrebbero pagata molto cara.

(oh sì ridi Clark ridi finché puoi)

Strappò il foglio e si concesse un sorriso di soddisfazione. Non si era mai sentito così elettrizzato.

…continua: Ride Natty ride (seconda parte)



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