La poesia di Giovanni Pascoli

Fra Ottocento e Novecento la poesia italiana ebbe la sua voce più originale in Giovanni Pascoli, e nel primo Novecento voci altrettanto significative nei cosiddetti crepuscolari come Gozzano e Corazzini e in qualche solitario come Campana.
Leggendo Pascoli, bisogna ricordarsi di due fatti importanti della sua vita e della sua spiritualità: da un lato, l’assassinio impunito del padre, Ruggero, amministratore della tenuta La Torre dei principi Torlonia, avvenuto nel 1867 mentre tornava dalla fiera di Cesena (cui seguì a breve distanza la morte della sorella Margherita e poco dopo della madre Caterina Allocatelli Vincenzi e dei fratelli Luigi, Giacomo e Ruggero) che fece nascere nel poeta un’idea pessimistica dei rapporti umani (come se fossero fondati esclusivamente sull’odio, sulla rivalità, sulla violenza) e gli fece sentire forte il bisogno di battersi per la solidarietà sociale (di cui il suo socialismo e il suo umaniterismo); dall’altro, la convinzione radicata (derivatagli forse dal Positivismo) che il mondo è senza Dio, abbandonato a se stesso, che tutto è perciò mistero, mistero il cosmo, mistero la vita che viviamo, e la vita in un certo senso simbolo di tale mistero.
Fu così che egli nella sua poesia non seppe fare altro che ritornare con la sua memoria al triste passato della sua famiglia, alla morte del padre, alla figura dolente della madre, ai suoi morti; rievocare le creature che soffrono, che languono nei tuguri; e considerare, rappresentare tutto questo, tutto ciò che gli veniva offerto dalla memoria, come un simbolo di tutta la misteriosa esistenza del mondo e degli uomini.
Anche in Pascoli erano crollati i grandi ideali tradizionali dell’Ottocento: la famiglia distrutta(rimase con due sorelle, che non poterono mai ripagarlo di quel dolore e non poterono sostituirsi a nuovi diversi affetti che nel poeta non s’imposero mai e non cambiarono il corso della sua vita), caduta la fede religiosa (anche se l’anelito rimase vivo e profondo), spenta ogni fiducia nell’umanità (si pensi alle amarezze del carcere subito per aver partecipato a una manifestazione anarchica nel 1878). Di questo egli soffre profondamente, avverte intera l’angoscia della sua condizione e della condizione degli altri, dei vivi ancorati al sofferto ricordo dei trapassati e il tutto rende come simbolo di realtà più grandi, in immagini nelle quali la corposità degli esseri e delle cose si risolve in parvenze sottili, nelle quali le figure non hanno consistenza perchè sembianze evocate dalla memoria e trasformate in simbolo. Per questo il Pascoli diventa il nostro più rappresentativo poeta decadente.

 

2 pensieri su “La poesia di Giovanni Pascoli”

  1. L’ARTE DI GIOVANNI PASCOLI CON IL DECADENTISMO

    L’opera del Pascoli si inserisce in un’atmosfera di cultura e di gusto profondamente mutata da quella della generazione carducciana, ed è la sola che svolga, in Italia, una sua coerente e personale esperienza nel senso del decadentismo europeo, se pur con scarsi legami diretti ai modelli d’oltralpe. Già in “Meyricae” la sensibilità moderna del poeta si rivela nei suoi motivi essenziali: paesaggi sentiti con un’aderenza sofferta che esclude ogni compiacimento idillico e descrittivo; palpiti e smarrimenti dell’animo, colti nella loro immediatezza, senza intrusioni culturali o intellettualistiche; e una tendenza a fondere le componenti impressionistiche e simbolistiche dell’ispirazione in un gioco di analogie, fra figure ed emozioni, condotte su un filo di pura musicalità; inoltre il ritrovamento di un nuovo linguaggio, di un tipo di discorso poetico ricco di spezzature e di dissonanze, di sospensioni e di sussulti, un discorso appena intonato sul livello della prosa quotidiana, ma reso vibrante dall’intensità del ritmo interno, fitto di oggetti, di tecnicismi, di onomatopeie, eppure piuttosto suggettivo che realistico.
    L’opera del Pascoli è di quelle che attingono la loro pienezza solo in rari momenti di felicità; ma grande è la sua importanza per l’influsso che ha esercitato, ed esercita, sui lirici del Novecento.

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