Parola d’ordine: Todos caballeros!

Al di là di tutte le fantasie che gli uomini si inventano a dimostrazione di quanto sono intelligenti e onnipotenti, se fossimo onesti con noi stessi, ogni momento ci suggerirebbe l’occasione per riflettere sul fatto che la vita è altro da quel grumo di cellule che il caso o il puro accidente coaugula per farci quelli che siamo.
In un momento in cui, tutti presi a difendere i diritti – da quello delle zanzare a succhiarci sangue, a quello di “possedere” un figlio affittando un utero bisognoso, quasi fosse un diritto essere padri o madri a tutti costi, a quello di “sposarci” anche con lo specchio di tutte le brame, poiché essere coppia legalizzata è un diritto – mi rendo conto che il pensare che non tutti i diritti sono leciti, corrisponde a una bestemmia. Nel senso che in un’orgia di democratico fanatismo (se i più pensassero che la terra è cubica e diventassero maggioranza, la maggioranza vincerebbe e avrebbe ragione!) verso il “tutto per tutti”, stiamo perdendo di vista il fatto che “non tutto è per tutti”.
L’idea di fondo che ci dovrebbe guidare dovrebbe essere il senso del limite.
Ma è uno Stato strano il nostro…
Ci sentiamo tutti americani e a parole siamo più democratici di George Washington; della Magna Cartha ce ne facciamo un baffo; siamo più repubblicani di chi la res publica l’aveva inventata… e ci dimentichiamo di essere gli eredi della mentalità leguleia bizantina per cui “fatta la legge, trovato l’inganno”.
Siamo il paesaccio in cui chi uccide ha mille modi per difendersi, e chi è ucciso, poveretto, è passato a miglior vita con buona pace di tutti i sopravvissuti.
Siamo il paesaccio del dubbio fatto Diritto.
Siamo il paesaccio in cui si recede dalla difesa di un diritto, poiché non vi è certezza di poterlo difendere.
E in questo minuscolo luogo fisico, meno di un puntino sulla carta geografica dell’orbe terrarum, ci stiamo piccando di difendere tutti i diritti, partendo dall’idea che ogni desiderio è un diritto da difendere con le unghie e con i denti.
Prendiamo per esempio il gran polverone dell’utero in affitto.
La riflessione di partenza è che tutti i cittadini sono uguali davanti allo Stato con i loro doveri e diritti.
E sia!
È giusto che ci siano spazi di protezione per ogni cittadino.
E la Costituzione sancisce che il matrimonio è la prima cellula di società.
Ahimè, i Padri costituenti, di certo per distrazione, ma forse anche per estrema fiducia nelle usanze del tempo, non si sono premurati di chiarire chi devono essere i contraenti del matrimonio, ovvero a quale genere debbano appartenere.
Nei prossimi decenni, allargando le maglie, e, secondo il noto principio di investitura che fa todos caballeros, tutti potranno contrarre matrimonio o, meglio e più modernamente, unione, aspirando a figliolanze impensabili che di certo i Padri Costituenti non si sarebbero sognati nemmeno dopo l’abbuffata di un ricchissimo cenone di Capodanno.
E qual sarà, quindi, la conclusione?
Che non solo i volontari della donazione del seme diffonderanno il loro a pagamento come già avviene, ma più miserande fanciulle bisognose, come vacche figliatrici di un allevamento intensivo, si faranno ingravidare per sbarcare il lunario e permettere a ricchi benestanti di ogni sesso di spingere carrozzine al parco nei giorni di primavera.
Questa sarebbe la civiltà mondiale cui aneliamo?
Per quanto mi riguarda, sono davvero perplessa.
A parte il fatto che fare un figlio non è uno scherzo – e ogni donna che ha fatto l’esperienza lo sa bene -, un figlio non è qualcosa che si acquista e si possiede, perché un figlio è quella parte di te che va nel mondo, assomigliandoti di certo fisicamente, ma molto meno “dentro”, se non nei momenti in cui riecheggiano nella sua coscienza gli insegnamenti che gli hai dato, che ha cercato furbescamente di non far suoi, che ha contestato quando gli faceva comodo, salvo poi dirti, dopo averti tirato per anni fuori dagli stracci, che sì, forse hai ragione…
Un figlio non è cosa che si compra, non puoi sradicarlo impunemente dalla sua origine senza pensare che non ti si rivolterà contro.
Perché?
Perché non è un giocattolo, non puoi prevedere che non penserà di te, crescendo e indipendentemente dal lavaggio di cervello che gli avrai fatto, che hai usato un grembo prezzolato per concederti il piacere di vederlo sgambettare per casa.
Noi viviamo alla periferia dell’impero.
Non siamo sintonizzati sui casini sociali ed etici di quei paesi che disprezziamo a parole e copiamo nei fatti.
Nazioni in cui i codici di comportamento sono differenti e più garibaldini rispetto ai nostri.
Ci addoloriamo, infatti, quando un ladro entra in casa di qualcuno e non solo compie razzie, ma uccide le sue vittime; allora invochiamo giustizia e punizioni esemplari, cosa che poi non succede mai, perché leggi nazionali e codicilli permettono agli azzeccagarbugli di turno di parare le spalle ai delinquenti lasciando in tutti noi, persone normali, la convinzione che il diritto alla difesa sarà pur sacro, ma il delitto è pur sempre tale e grida vendetta al cospetto di Dio; idea quest’ultima a sua volta sempre più vilipesa, ma ancora ben radicata in chi ci crede.
In quei paesi che prendiamo a modello, invece, alcuni delitti hanno punizioni esemplari. Uno spergiuro (quanti dalle nostre parti mentono clamorosamente?) scatena la condanna nazionale e alcuni reati sono puniti con la pena di morte, i cittadini vanno al bar armati. Vivono, direi, una tradizione differente, più smart, come diciamo oggi, eppure più radicale.
Ora ci stiamo battendo per “modernizzarci” sposando idee nuove e “conquiste” sociali che altro non sono che principi in cui ciò che è discutibile eticamente, diventa legge consentita ricordando usanze da Impero Romano decadente senza progettualità sul futuro.
Quale tipo di società si ipotizza, infatti, se la procreazione si basa sullo sfruttamento di donne-utero, madri lontane e inesistenti, grembi vuoti di affetto e cuori aridi?
Impazzano sugli schermi televisivi programmi che hanno come conduttori alcuni beniamini nazionali, trasmissioni che raccontano la ricerca affannosa della famiglia naturale da parte di figli dati in adozione in anni non lontani in cui lo stato di bisogno spingeva alla scelta di allontanamento dei piccoli dalle indigenti famiglie di origine.
Eppure, nonostante il benessere raggiunto e l’affetto innegabile in cui sono vissuti, questi figli vivono il desiderio di conoscere la madre naturale come una brama profonda che non trova pace fino al raggiungimento della realizzazione di questo loro bisogno fondamentale.
È forse una questione di imprinting?
È per questo che i bambini e le madri prezzolate vengono separati immediatamente, affinchè non si stabilisca tra loro alcun legame?
Eppure si urla alla crudeltà quando questo avviene per i cagnolini e per i gattini…
E non ci commuove un bambino?
E non è questa una cosa bestiale che grida vendetta al cospetto di Dio?
Forse…
Ma è vero: un Dio bisogna averlo…
Ecco perché siamo così moderni e laici….
Todos caballeros!



2 Commenti per “Parola d’ordine: Todos caballeros!

  1. Hai ragione Anna, concordo, e ricordo ancora, che ci sono tanti bambini che non aspettano altro di essere adottati, piuttosto che “farli su ordinazione”…

  2. Appunto!
    Grazie, Ellen!
    Ci sarà pure misericordia per tanti bambini bisognosi di aiuto e vivi che aspirano a una casa e a un po’ di affetto…

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