Neve

Ci fermammo in una tavola calda. Erano le nove di sera e cominciava anche a nevicare. Era stata lei a vedere l’insegna. Ad indicarmela. Era stata lei ad avere voglia di mettere qualcosa sotto i denti. A chiedere. Perché non ci fermiamo? Parcheggiai dietro il locale. Non erano molte, le macchine. In fondo, chi in una sera di novembre ha intenzione di uscire e venire a mangiare da queste parti? Per noi era diverso. Dico, per me e per Giuly.
Stavamo lasciando le nostre rispettive abitazioni. Le nostre rispettabili vite. Non potevamo più stare in certi luoghi dove avevamo fatto del male a qualcuno. C’eravamo lasciati dietro anche dei figli. Uno ciascuno. Già grandi, per carità ma pur sempre figli. Giuly non aveva retto molto. Da lì a qualche mese spifferò tutto a suo marito. Raccontò di quell’ultimo viaggio. Raccontò che non era stato per lavoro. Quella volta eravamo stati chiusi tre giorni in albergo. Uscivamo soltanto per bere e mangiare. Quella volta c’era presa in quel modo. Chiamate la faccenda come volete, sta di fatto che Giuly, alla fine del racconto fu messa alla porta.
Io invece andai per gradi. Fece tutto mia moglie. Sapete le solite sensazioni, le solite frasi. Quelle parole giuste dette nel momento sbagliato. Un pomeriggio la buttò lì. Disse. Oggi hai un’aria che non è da te. Non è da te, quando siamo insieme. Disse quelle cose mentre la storia con Giuly andava avanti da diversi mesi. E credetemi, stava diventando molto seria. Per me. Per tutti e due, direi. Anche quella volta non dissi nulla, però la ripeté sino a che non ce ne andammo a letto. Facemmo l’amore. Non lo facemmo come altre volte. Come sempre. La tempesta arrivò, eccome. La settimana dopo. In macchina. Chiamiamoli contrattempi di un uomo distratto. Lei capì. Fece fermare la macchina in un sottopassaggio di un centro commerciale. Chiese. Chi è? Da quanto ti scopi un’altra? Non dissi il nome. Dissi però che l’amavo. E con tutte le mie forze. E avrei continuato a farlo. Ed io? Gridò lei. Io a che cazzo ti servo? La sera stessa feci un paio di valige. Telefonai a Giuly e affittai una stanza. Lei agli inizi si era arrangiata a casa della sorella, in una stanza tutta sua. Passammo qualche settimana in questa maniera ma mica poteva andare così. Avevamo il nostro lavoro. Il posto, ecco doveva essere lontano da chi ci aveva dato il benservito. Succedeva che Giuly veniva da me, si fermava a dormire poi ripartiva. Ci mise il becco pure sua sorella. Disse che la faccenda non poteva essere tirata troppo per le lunghe. I nostri figli, in aggiunta, ci avevano già messo fuori gioco. Il mio disse. Dovevi per forza farle del male? Sua figlia le tolse la parola. Senza prometterle fino a quando. C’era da fare qualcosa e lo facemmo. Venne fuori un appartamento libero fuori città, verso la campagna. Ci prendemmo un paio di giorni. Ci infilammo in macchina. Ed eccoci qua, in una normale sera di novembre, ad un tavolo di un locale semi deserto, con dei leggeri fiocchi di neve pronti ad attaccarsi sull’asfalto.
Giuly prese una bistecca con dell’insalata mista. Io del pollo fritto e un piatto di verdura. Giuly volle anche del vino. Disse di un bianco. Disse. Ho voglia di tirarmi su. La bottiglia di bianco poco dopo fece la sua comparsa. Mangiammo in silenzio. Due tavoli più in là, alla nostra destra c’era una famiglia. Un uomo, una donna e una bambina. Giuly li guardò a lungo. Chiesi cosa avesse. Rispose. Bella coppia, no? Dissi. È una famiglia come tante. Se facessimo un figlio? La bambina della coppia chiese ai genitori se poteva avere ancora delle patatine fritte. Il padre era d’accordo. La madre niente affatto. La bambina provò ad insistere. Guardammo la scena. Dissi. Vedi che fine faremmo. Giuly mi diede ragione e aggiunse. È già successo. Dopo quella frase la mia mano sinistra e la sua mano destra si sfiorarono. Si toccarono. Si strinsero. Forte. E per un bel pezzo le nostre mani non ebbero nessuna intenzione di lasciarsi. Da bravi mangiammo tutto, cosa che fece anche la nostra famiglia. Chiesero il conto e lasciarono il tavolo in ordine. Ora la neve scendeva davvero bene. Dal vetro la vedevamo chiaramente. Ci guardammo a lungo. Ci sembrava tutto così migliore di ciò che ci eravamo lasciati alle spalle. Alla cameriera chiedemmo se conosceva qualche posto dove dormire. Ci guardò un attimo e ci chiese se avevamo dato un’occhiata all’insegna dietro di noi. Giuly si voltò. Non l’avevo proprio notata. Disse. Sopra questa tavola calda avevano delle stanze. Non molte ma quasi tutte libere. Alla cameriera domandai il prezzo per un notte. Guardai Giuly. Tanto valeva fermarci. Costava meno di una stanza d’albergo. Fuori c’era la neve e l’indomani saremmo ripartiti con calma verso il nuovo appartamento. Pagammo il conto e prendemmo la stanza. Seguitemi. Disse la cameriera. Io andai in macchina a prendere le borse. Giuly mi aspettò dentro. Quando rientrai le due donne erano ancora lì. Non dovemmo uscire. La cameriera ci condusse davanti ad un ascensore vicino alla cassa. Entrammo tutti e tre. Poggiai le borse in terra. La cameriera spinse il tasto: primo piano. Quando la porta scorrevole dell’ascensore si aprì vedemmo un breve corridoio con tre porte sulla sinistra e tre porte sulla destra. La cameriera disse che solo una camera era occupata. La quattro. Scegliemmo la quattro perché più interna e silenziosa. La cameriera andò in un angolo in fondo al corridoio. Tornò con la chiave numero quattro nella mano destra. Ci accompagnò all’interno. Per qualsiasi cosa ci indicò di suonare il pulsante nella parte destra del letto. Ci diede la buonanotte e sparì dietro la porta che richiuse con gentilezza.
La stanza era molto semplice. Un letto nel mezzo. Un piccolo bagno di fronte con una porta a ventaglio e un armadio messo nell’angolo, accanto alla finestra, che dava sul cortile poco illuminato. Vedevamo la nostra macchina. Giuly si affacciò. C’era la neve e nient’altro. Poi andò in bagno. Quando uscì, ero steso sul letto. Con i vestiti e la sigaretta accesa. Mi piace questa stanza. Disse Giuly. Mi piaci meno te, con quella sigaretta. Aggiunse. Io dissi. È solo una stanza. Lei continuò. Vedi di buttarla e caccia via il fumo. Mi alzai. Dissi a Giuly, che questa stanza sarà pure bella ma non ha il televisore. Fece un sorriso. Lo fece spogliandosi. Anche io iniziai a farlo. Si fermò un attimo. Si accorse di aver dimenticato la veste da notte. Avrebbe avuto freddo. Nell’armadio trovai una coperta. La stesi dalla sua parte ma aveva ancora freddo, allora presi una maglietta tra le mie. Giuly la mise sopra i due pezzi. Ci stava bene. Ci stava davvero bene. Ci infilammo nel letto. Ci abbracciammo. Lei fece scivolare a terra le mutandine. Io però mi rialzai quasi subito. In bagno. Ecco dove dovevo infilarmi. Lasciai la porta aperta. Domandai a Giuly a che ora volesse essere svegliata la mattina dopo. Non sentii nulla. Uscito dal bagno la trovai con gli occhi chiusi e il braccio sinistro sulla fronte. La chiamai un paio di volte. Si scosse un poco. Questa scena mi ricordò la prima volta di noi due fuori. Eravamo in un posto che nemmeno ricordo. Avevamo ordinato caffè e paste. Ad un certo punto Giuly tirò dietro il capo e ci portò sopra la mano destra. Non dissi nulla. Per lei era normale. Solo più tardi, col tempo, capii che era un suo modo di fare. Anche stavolta era lo stesso. Aprì gli occhi. Disse. Dove sei? Ci mettemmo a parlare dell’appartamento che ci aspettava. Non ci sarebbero stati arredi, lampadari o altri oggetti. Davvero niente. Avremmo dovuto compare tutto. Giuly parlò di mobili usati, di annunci. Di lunghe camminate davanti le vetrine. Disse che ce l’avremmo fatta. Dovevamo farcela. Ci avremmo messo del tempo ma tutto sarebbe andato a posto.
Mi voltai verso la finestra. La neve scendeva forte. Chissà se il giorno dopo avremmo avuto voglia di svegliarci, infilarci in macchina per cominciare qualcosa a noi del tutto sconosciuto. C’era la neve. Forse l’unica cosa certa.



1 Commento per “Neve

  1. Un punto interrogativo per una nuova vita… una faccenda di questi tempi, confusi, irrequieti nei sentimenti e nei valori, sì, l’unica cosa certa era la neve che scendeva, come per tutti d’altra parte, chissà cosa accadrà dall’istante in cui ci stiamo pensando….
    Sandra

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