Gioca un’altra carta

Entrava verso le cinque, vestita bene ma senza quella pettinatura curata in modo maniacale che caratterizzava le altre ragazze della città. Sedeva sola, con un libro e un piccolo calice di vino rosso rubino, intonato alle sue unghie, velate di smalto. Studiava per un’oretta, poi leggeva qualcosa. A volte veniva con due amiche e allora si mettevano sul divanetto di paglia a chiaccherare e prendere il caffè. Lei restava taciturna, di solito impegnata a sfogliare un libro e beveva il suo vino. Trovo il coraggio di rivolgerle la parola allo sparire delle calze pesanti e degli stivali di pelle. Mi rendo conto che presto preferirà un gelato in riva al mare piuttosto che una libreria al chiuso in un quartiere bellissimo ma afoso. Indossa un fresco abito di cotone bianco e verde che cade svolazzante su due gambe allenate e lisce. In alto incornicia due colline splendide e accattivanti, che non descriverò per non rivelare gli aspetti più bassi e umani della mia personalità. Sta studiando un alto pacco di fogli in inglese, sola con un alto vocabolario blu che senz’altro l’aveva fatta imprecare lungo la camminata a piedi che probabilmente aveva fatto per raggiungere il locale letterario. Quel posto era aperto da circa un anno ed era molto in voga tra gli amanti dei libri e tra chi vuole fingersi tale. Lei di sicuro ama i libri per davvero, anche perchè non l’ho mai vista a perdere tempo in altri modi. Da diversi mesi mi capita di trascorrere la domenica pomeriggio con gli amici in quel caffè, aspettando la sera con l’immancabile partita a calcetto. Dopo qualche settimana mi sono accorto che avrei tanto voluto portarmi quella ragazza a cena in un bel ristorante, invece di insistere con il calcio, benchè fossi palesemente negato per lo sport. Avevo la sensazione che quella ragazza non fosse da portare in un pub a mangiare un panino e nemmeno in una comune pizzeria. Penso che il fortunato che avrà l’onore di portare una come lei a cena debba almeno cercare un ristorante con vista sul fiume e menù a base di pesce fresco, senza risparmiare sul vino naturalmente. Mi ero sorpreso a pensarla molte volte, sempre più spesso man mano che i mesi trascorrevano e sempre più anche in contesti diversi dall’unico in cui la vedevo. Mi ero scoraggiato una domenica in cui era entrata in compagnia di un altissimo ragazzo biondo, disinvolto e rumoroso, di quelli che cercano di far colpo con le loro battute a tutti i costi. Il problema era che a dispetto del mio odio per lui, invidia se vogliamo essere precisi, non si poteva certo dire che fosse un gradasso. Piuttosto uno dei tanti ragazzoni che per sconfiggere la timidezza necessitano di fare un po’ di rumore. Tra l’altro era davvero simpatico a giudicare dalle risate di lei che per una volta non stette tutto il tempo a leggere. Durante i successivi sette giorni, pensai molto a quell’episodio convinto di aver sbagliato ad aspettare così a lungo senza farmi avanti, con la mia stupida convinzione che tutte le cose debbano essere meritate e desiderate a lungo. Facevo sempre così, non solo con le donne. Un anno a desiderare un bel computer portatile, tre a cercare un monolocale tutto per me, due anni a provare le migliori macchine usate prima di comprare quella giusta. Alle superiori puntavo una ragazza, la osservavo a lungo cercando di cogliere ogni sfumatura del suo carattere, di capirne gli interessi, non solo per raggiungere la sicurezza di essermi soffermato su quella giusta, ma anche per pregustare una relazione, immaginare cosa avremmo potuto fare insieme e come sarebbe stato. Ci voleva un bello sforzo di pazienza, ma l’impegno dava i suoi frutti quando l’approccio avveniva sul serio e lei diceva: “Ho la sensazione che tu mi capisca, che sappia molte più cose di me di quelle che ti ho detto!”.
Vedere il proprio desiderio che si realizza, momenti felici che si rivelano ancora più belli di quelli sognati ad occhi aperti, dà una grossa soddisfazione. Faccio ancora così, a costo di perdere occasioni importanti e fregandomene del “Carpe diem” che Robin Williams insegna ai suoi allievi ne “L’attimo fuggente”.
Quella settimana mi maledissi nelle tre lingue che conosco per questa mia maledetta fissa della pazienza. Avevo aspettato troppo e lei si era trovata un bel biondo che pareva uscito dal telefilm Orange County. La successiva domenica andai lo stesso in libreria e lei era da sola. Il mio cervello rimuginò che se in tre ore non le era mai squillato il telefonino allora magari quello era un suo amico, in fondo non si erano scambiati effusioni, nonostante che, data la vicinanza dei posti a sedere, fossero del tutto legittimati a farlo.
Infatti non lo vidi mai più e la mia fiducia nella tecnica dell’approccio ponderato rimase intaccata.
Il quindici giugno raccolgo coraggio e faccia tosta per sedermi faccia a faccia con lei, porgendole un bel bicchiere di birra fredda.
“Con questo caldo è meglio del vino, no?”.
Due occhi dal colore indescrivibile mi osservano incuriositi.
“Sono sicura di non conoscerti.” dice e finalmente la sento parlare rivolta a me. Ha un tono delicato, pieno di educazione ma anche piuttosto sensuale.
“Rimedio subito. Sono Fabio, ho ventidue anni e ti vedo tutte le domeniche qui seduta a studiare. Ho visto che c’è questo posto libero al tuo tavolino e ho pensato di offrirti da bere per compensare il disturbo!”. Uao! Un discorso spigliato e poco invadente, fila liscio come l’olio.
“Sei gentile, Fabio.” Mi piace il modo in cui pronuncia il mio nome, calcando un po’ sulla bi.
“Tu come ti chiami?”
“Giada. Mi piace molto questa birra, hai scelto bene.” Sorride ed è bella, Giada.
Si rimette a leggere il suo libro e dopo un po’ è lei a far cominciare la conversazione, contenta di aver qualcuno con cui fare due chiacchiere:
“Studi all’università?”
“Sì. Sono iscritto a ingegneria e la domenica vengo qui a fare gli esercizi con i miei amici, almeno non mi ammazzo di noia a casa.”
“Capisco. A me non piacciono le materie scientifiche. Le aborro proprio, ti giuro! Ci sono troppe regole fisse e non fanno per me!” sorride con un pizzico di malizia.
“Sai nemmeno a me piacciono le regole imposte, dico nella vita. Però apprezzo l’ordine e mi affascina la logica. Vedere come le cose possono tornare a volte mi carica di adrenalina.”
“Adrenalina?- ride divertita- Al massimo posso abbinare la paura alla matematica e altre brutte sensazioni ma di certo non mi elettrizza. Del resto voi uomini sbavate alla vista di un motore, quindi non mi stupisco nemmeno di questo!” prosegue, sempre ridacchiando della mia uscita, forse un tantino esagerata.
“Sentiamo un po’. Invece cosa studia di tanto affascinante la signorina?”
“Lettere.” In effetti è proprio il tipo di studi che si addice a chi ha sempre un libro sotto gli occhi.
“Emozionante! Sul serio, roba da saltare sulla sedia tutti i giorni! Spero tu non soffra di cuore!”
“Molto spiritoso! Comunque tutte e due non abbiamo scelto una strada facile. Due facoltà impegnative e che non danno accesso a un lavoro sicuro.”
“Stiamo inseguendo le nostre passioni e non avremo mai rimpianti. Lo trovo molto coraggioso da parte nostra.”
“Certi interessi non ti lasciano via di scampo. Devi seguirli, ovunque ti portino, aldilà delle scelte facili e convenienti come seguire le attività di famiglia. Non mi importa di dover percorrere una strada lunga e tutta in salita con una pendenza allucinante. Sarà più bello realizzare un sogno. I miei risultati devono essere sudati e desiderati a lungo. La penso così per tutte le cose, anche per i rapporti umani.”
Sono esterrefatto. Questa bellissima dea della letteratura vive esattamente come me. Abbiamo la stessa filosofia. La guardo a bocca semiaperta, col cuore inondato da un piacevole calore, come se mi fossi scolato mezzo bicchiere di whisky.
“Sai Giada, la penso anche io come te. Voglio un posto di lavoro meritato con studio e determinazione dopo essermi fatto le ossa. Una famiglia costruita negli anni con amore e costanza. Anche per le amicizie vale lo stesso principio. Mi serve molto tempo per fidarmi di una persona. Faccio così anche per le ragazze. Ci metto molto prima di farmi avanti. Prima devo capire molte cose.” Sto per sbottonarmi forse un po’ in anticipo rispetto ai programmi, smentendo all’istante le mie stesse parole. Le squilla il telefonino così mi blocco prima che la mia lingua rovini tutta la mia strategia.
Giada parla qualche minuto con la madre. Devono avere un bel rapporto a giudicare dalla spontaneità con cui le racconta la sua giornata. Addirittura le dice che è seduta a chiaccherare con un ragazzo di nome Fabio. Mi definisce simpatico, anche se un po’ fissato con la matematica. Sono contento che abbia parlato di me. Vuol dire che è contenta della mia presenza, non le sono indefferente e non mi trova fastidioso.
Parliamo un po’ del suo rapporto con i genitori. Dice che da quando abita da sola per l’univesità si parlano molto più volentieri e vedersi è sempre cosa gradita. “Mia madre mi prepara sempre dei dolci deliziosi quando vado a casa!” Mi racconta, rivelando tutta la sua semplicità.
“A proposito di cose buone da mangiare, sono le otto passate. Perchè non andiamo a mangiare qualcosa? Ti porto in un bel posto!”
“Da soli? Ci conosciamo da un’ora!”
“Ti piacciono i ravioli al tartufo?”
“Aspettami fuori, vado in bagno prima!”.
Da non crederci! Ha accettato! Le ho chiesto di cenare sola con me e lei ha detto di sì! Passi che l’ha fatto per amore del tartufo e che dovrò offrirle il piatto più costoso del ristorante, cenerò con la ragazza che osservo da sette mesi!
Una gioia indescrivibile mi invade mentre l’aspetto sul marciapiede, scosso dall’improvvisa paura che Giada stia scappando dalla finestra del bagno. Dopo un paio di minuti mi appare davanti, con le labbra luccicanti e un bel sorriso.
“Allora dove si mangiano questi ravioli?”
“Seguimi e vedrai!”
La porto in un ristorante tra i miei preferiti, con vista sul fiume e i tavolini all’aperto. Mangiamo da Dio e il vino che scelgo costa davvero tanto ma ne vale la pena perchè è buonissimo e lei lo apprezza. Mi parla della sua passione per i vini e per il bere in generale. La prendo un po’ in giro. Si sta creando una bella intesa e ci è voluto così poco!
Dopo il dolce, una delicata e deliziosa mousse di ricotta, ci avviamo a fare una passaggiata nel centro storico. Le sere d’estate a Firenze ti cullano l’anima, specie se hai bevuto quanto basta per avere la sensazione di galleggiare. Intorno a te le luci e i colori sfumati dell’arte. Il profumo delle pasticcerie e dei ristoranti, il piacere di vedere tante persone anziane fuori la sera a farsi una camminata. Sorridono ai giovani che ricordano il loro passato. Un signore dai grandi baffi scuri ci guarda gioioso. Sono sicuro che gli sono venute in mente le passeggiate con la sua morosa, tanti anni fa negli anni più belli della sua vita.
Giada adora Firenze. Spera di poter vivere a lungo qui, perchè se si sente un po’ giù le basta venire in centro, vedere piazza della Signoria e riempirsi gli occhi di bellezza per stare meglio. Ci fermiamo sul ponte vecchio, insieme a qualche turista incantato da quella visione incredibile. Se colpisce ogni volta che la vedo perfino me che da oltre vent’anni abito qui, non posso immaginare cosa provi uno straniero che non ha mai visto nulla del genere. Stasera però ho occhi solo per Giada. Sto benissimo con lei, rido e parlo con piacere di qualunque cosa.
Mi giro a guardare lei che si gode l’Arno maleodorante ma pur sempre uno specchio naturale che ogni giorno ha l’onore di riflettere i monumenti più belli del mondo. Il mio viso fa tutto da solo e le si avvicina per baciarla. Come nei peggiori incubi reali e vissuti da tutti gi uomini, lei sposta la testa quel tanto che basta per mandare a vuoto il tentato bacio e lasciarti lì a fare la figura del vero cretino che ha frainteso tutto e mandato solennemente a puttane una serata perfetta.
“Scusa. L’incanto del momento mi ha fatto andare un po’ oltre.”
“Mi dispiace Fabio, mi sto divertendo con te, ti trovo davvero molto simpatico ma non me la sento di cominciare una relazione.”
“Se non ti piaccio devi solo dirlo, non occorre tirare fuori scuse vecchie come Matusalemme!”
“Ti giuro che non è una scusa, Fabio. I soli rapporti felici tra uomo e donna che conosco li ho letti in qualche libro, anche se a dire il vero la letteratura ha confermato l’idea che mi sono fatta per conto mio dell’amore. Certe volte è come un virus che contraiamo e ci rovina piano piano, ma può essere tenuto a distanza.”
“Vorresti dirmi che una bella ragazza di vent’anni come te, sognatrice, sensibile e allegra è già così inacidita dalla vita da sfuggire dall’amore?
Questo è ridicolo!”
Lei mi guarda con un espressione diversa da tutte quelle che le ho visto dipinte sul volto. Sembra triste e anche offesa, con gli occhi aggressivi.
“Le mie scelte le faccio da sola e tu non sei nessuno per giudicarle.”
La serata è seriamente compromessa. Difficile riprendere la conversazione una volta giunti a questo punto.
“Ti accompagno a casa, se vuoi.” Concludo, non sapendo cos’altro dire.
“Preferisco tornare col l’autobus, la fermata è vicina.”
Lapidaria.
Ci salutiamo senza che riesca a chiederle il numero.
Resto solo, con un bel ricordo, inquinato da quel momento orribile che potevo risparmiarmi.
Camilla, una delle mie più care amiche mi ha ripetuto tante volte che la cosa peggiore che può fare un uomo durante un appuntamento è baciare una ragazza. Difficile che un ragazzo sia in grado di interpretare i comportamenti altrui, quindi non può sapere se lei gradirà e la serata decollerà o se si esibirà in un bel rifiuto con tanto di scuse. Il due di picche è imbarazzante per chi lo riceve e spiacevole per lei che deve metterlo in tavola.
Avrei dovuto ricordarmi le sue parole invece che rivivere quest’idillio.
Maledizione, che sfigato sono! Adesso devo pure sorbirmi le telefonate degli amici che hanno terminato la partita e vogliono sapere se ho concluso.
Meglio prendersi una birra per sopportare meglio il momento.

Luglio, caldo insostenibile mescolato con esami tremendi, di quelli che rimandi per tutto l’anno sperando nell’abolizione del corso o in qualche altro miracolo e alla fine devi dare in piena estate col cervello fuso e i genitori in ferie al mare. In teoria questa è una fortuna perché ho la casa a disposizione, ma dato che non ho nessuno da invitarci vuole solo dire che devo lavarmi i vestiti e cucinare. Senza contare la solitudine, mal compensata dalle telefonate da Forte dei Marmi, dove la famiglia se la spassa alle mie spalle.
Ogni giorno mi maledico per non aver studiato di più quando la biblioteca assomigliava ad un riparo dalle intemperie più che il forno dove il diavolo tortura le anime peccatrici.
L’unico posto dove godersi un po’ di refrigerio è il supermercato, peccato non poterci studiare.
Giada non l’ho più vista, da quella sera ha evitato il locale eppure so che non è partita, stando a quello che mi ha detto durante il nostro unico appuntamento.
La certezza di aver rovinato tutto con le mie mani anzi con le mie labbra, mi fa sentire ancora più accaldato.

Settembre. Reduce dagli esami più sofferti della storia e da un mese e mezzo a badare alla marmocchia di mia sorella Arianna, torno alla vita da studente in sede, fatta di lezioni, biblioteche, litigi con i genitori e nottate interminabili a far baldoria festeggiando nessuno sa bene per quale motivo.
Resisto un paio di settimane, poi guardo gli orari del terzo anno di lettere e comincio a piazzarmi in bella vista nella facoltà in pieno centro, in Piazza Brunelleschi, col suo popolo di studenti che riflettono il tipico stereotipo dello studente universitario. Un proliferare di barbe lunghe e capelli incolti, cappelli giamaicani e pantaloni a bracaloni. Tutto condito da canne e lattine di birra già di prima mattina. L’odore d’erba è inconfondibile e sono sicuro che Giada sia un pesce fuori dall’acqua in questo ambiente fumoso e soporifero, dove ogni scusa è buona per attaccare il sistema. La vedo da lontano, sola con una pila di libri frutto di una bella ricerca in biblioteca a giudicare dall’aspetto logoro delle costole. Com’è abbronzata! Deve essersi fatta dei bei fine settimana al mare.
Avremmo potuto goderceli insieme, ma lei mi è sfuggita. Non posso arrendermi se davvero desidero una possibilità con lei. Bisogna lottare, sopportando gli schizzi di fango sulla faccia.
“Che ci fai qui?”. Salto per la paura, non mi sono accorto di averla tanto vicina.
“Ciao Giada. Aspetto un amico. Come stai?”
“Bene, grazie. Così hai un amico a lettere?”
“Sì”. Devo mentire. Tra l’altro ho amici sparsi per tutte le facoltà ma nessuno a lettere.
“Ho un po’ di tempo, lo aspetto con te.”
“Potrebbe metterci tanto, sono in anticipo e lui è a lezione.”
“Non importa, tanto ho da studiare e qui c’è un bel fresco.”
Prende il primo libro della pila e comincia a leggere. Forse non sta leggendo davvero e il libro l’ha preso a caso, comunque questa farsa va avanti più di un’ora.
“Bene, caro Fabio penso che ora tu possa anche ammettere di aver inventato la storia dell’amico, anche perché le uniche lezioni già iniziate sono del mio anno e guarda caso, siamo tutte donne.
Che ci fai a lettere?”
Arrossisco, sbugiardato alla grande e mi gioco il gobbo di briscola.
“D’accordo. Ti stavo aspettando. Mi bastava vederti. Ti ho pensato tutta l’estate, ho visto il tuo volto in mille visi del tutto diversi dal tuo e sperato di incontrarti nei luoghi più improbabili. Ho cercato di resistere ma non posso farci nulla. Ho sofferto tanto per il caldo quest’estate e avevo bisogno di un po’ di aria fresca. Con te accanto mi sento di nuovo bene.”
“Perché non ti metti a scrivere poesie con tutto questo miele? Sarebbe più produttivo e più onesto che usarlo per raccontarmi cazzate.”
“Hai ragione, non dev’essere facile credere a un semi sconosciuto che viene qui a farti la dichiarazione. Dev’essere addirittura impossibile visti i maltrattamenti che avrai subito in passato. Non sono venuto per importunarti. Ho passato un periodo bellissimo l’anno scorso. Tutte le domeniche vedevo una ragazza splendida chiusa nel suo amore per i libri, semplice e sorridente. Illuminava la mia vita, mi rendeva leggero e felice. Vivevo nella speranza che lei si accorgesse di me e nel frattempo immaginavo i suoi gusti, le sue giornate e le espressioni del suo bellissimo viso. Poi un giorno sono riuscito a parlarle. Ho fatto di più e l’ho invitata a cena, come sognavo da mesi. Poi sono andato oltre, ho ceduto all’impulso non ho tenuto a freno la brama di vivere il momento più bello che posso immaginare e ho distrutto ogni cosa. Per giunta l’ho offesa, non ho avuto rispetto delle sue idee e mi sono meritato la fine di quello splendido inizio.
Spero tu non te la prenda a male se ho bisogno di riempirmi gli occhi di te ogni tanto, come fai tu con Palazzo Vecchio.
Se poi un giorno mi vorrai dare una carta diversa dal due di picche, il mio numero è scritto qui sopra. Ciao piccola, buono studio e buon tutto. Scusa ancora.”
Le ho infilato un due di picche nel libro di storia, con sopra il mio numero scritto con l’Uniposca viola.

Ottobre. Sono passati undici giorni dal mio incontro con Giada e mi sento meglio, perché il mio l’ho fatto.
Vado in facoltà alle nove di mattina per una spassosa sette ore di lezioni. Lascio il motorino davanti ai cancelli ed entro nel regno del tedio quasi eterno.
Alle sei ne vengo fuori, stupito dall’essere sopravvissuto alla noia. Monto in sella. C’è qualcosa attaccato al fanale con un pezzettino di scotch.
Incredibile.
Una carta.
Una donna di cuori. Sul retro una scritta:
nessun uomo può sfuggire all’amore, ergo anche nessuna donna. ChiAMAMI.
Sotto c’era il suo numero di telefono.
A volte basta continuare a giocare.

 

6 pensieri su “Gioca un’altra carta”

  1. carissima,
    questo tuo racconto mi è piaciuto.
    ne ho apprezzato la struttura, lo studio dei personaggi, la realtà in cui sono inseriti, lo sviluppo della vicenda.
    quando ti parlavo di un linguaggio a volte troppo vicino al parlato, intendevo alcuni modi di dire del genere:
    – “andai lo stesso”, anzicchè “andai ugualmente”
    – “far cominciare la conversazione”, invece di “avviare ….”
    – “il mio l’ho già fatto” invece di “ho già fatto la mia parte (evitando il doppio compl. ogg.)
    – “morosa” (evitiamo di scriverlo quando il tono è più serio perfino noi lombardi!) meglio una normale “fidanzata”
    – all’inizio, a proposito della cena, ripeti più volte “portare”
    – “semisconosciuto” spero che sia un’unica parola.
    come vedi non sono solo criticona ed è chiaro che se riuscissi a limare queste imprecisioni saresti un drago!
    ciao
    anna

  2. È forte l´idea della carta, sia il due che la donna, é una bella storia giovane. Attento Moccia! Ti abbraccio. Tilly

  3. Bella la cornice di Firenze, beh, lo sai, sono di parte. Mi é piaciuta molto, e penso che la sincerità é una carta semplice e apprezzata, naturalmente dalle anime sensbili ed oneste.
    Brava.Ciao. sandra

  4. è sempre un piacere leggere i tuoi racconti tra una lezione e l’altra grazie di rallegrare i miei pomeriggi

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