Quando una Nazione diventa un paese…

Eravamo una Nazione per la quale molti dei nostri parenti – nonni, bisnonni, zii – avevano combattuto o erano morti sui campi di battaglia difendendo ideali che hanno costruito lo Stato in cui viviamo.
Non so se ora si stanno rivoltando nella tomba osservando da lí dove si trovano, i discendenti che siamo, sbrindellati protagonisti di vicende pubbliche che farebbero rabbrividire chi della serietà e coerenza personale ne aveva fatto una legge di vita.
Non parlo – è notizia di oggi – di una Roma che piange e di una Milano che non ride, perché la Magistratura in questo vuoto di potere politico risolverà.
Sto pensando, per esempio, a quel Presidente tanto rimpianto, indipendentemente dalla fazione politica a cui idealmente apparteniamo, che viaggiava in treno o in taxi e si pagava il tragitto di tasca sua.
Sto pensando ai politici che sapevano discutere di questioni e idee in tv, pur da fronti ideologici decisamente opposti, senza scendere a volgari e becere rappresentazioni della politica parlandosi addosso, urlando, dando un pessimo spettacolo di sé.
E penso ora anche all’onorevole diventata ministro che si è data un falso titolo di studio. Si è inventata una laurea e il fatto se la sia inventata lei o il suo staff, pubblicizzando la cosa su un social, poco importa.
È una bugia.
Se fosse un ragazzina, capiremmo, ma in una persona di quasi settant’anni la faccenda intristisce, perchè a settant’anni una donna dovrebbe avere ormai definito il suo posto nella vita con o senza laurea che sia.
E mi viene da pensare ancora…
Qualcuno – forse in quel continuo e smidollato permissivismo intellettuale e morale che caratterizza questi anni del “tutto possibile e tutto concesso” per non offendere, per non decidere, per non scegliere, per non assumere responsabilità, per non giudicare, per non essere giudicati e soprattutto per non autogiudicarsi, diventando responsabili di sé e delle proprie azioni – sta ora dicendo che in politica i titoli di studio non servono.
L’onorevole, dal canto suo, si sente colpita da un’ingiusta aggressività verso il suo “infortunio lessicale”. (Cara signora e caro staff, non è stato scritto un “pò” invece di un “po’ “: questo sarebbe un infortunio lessicale!)
E questo è davvero un serio affronto alla ragionevolezza di tutti.
Certo che non valutiamo le persone dai titoli di studio!
Ci sono persone che non hanno potuto studiare, non possono farlo ancora oggi; i motivi, purtroppo, sono più che validi e la vita è la loro unica maestra.
Ma, diamine, un personaggio pubblico da più di 15 mila euro al mese, una persona dedita alla politica e navigata, una donna di quasi settant’anni, una che dovrebbe dalla posizione autorevole di cui è stata investita, dettare linee di comportamento e scelte relative alla Pubblica Istruzione, che bisogno ha di sembrare diversa da ciò che è divagando sul suo titolo di studio? E se mente su questo, su cosa ancora avrà mai mentito?
Cosa penseranno tutti coloro che nella scuola in ogni ordine e grado trascorrono le loro giornate e, in particolare, da discenti si formano per diventare i cittadini di domani?
Prenderanno anche loro la scorciatoia di Cappuccetto Rosso (singolare ed emblematico quel rosso fiammante in testa!) e penseranno che i titoli di studio non servono a niente, tanto potranno darsi alla politica, perché in quel campo
la quasi-verità e la simil-onestà concedono ogni licenza?
Sono sconcertata.
E non dall’ignoranza di onorevoli parlamentari che non conoscono la storia, la geografia, la letteratura, la matematica, che restano muti davanti a domande elementari di cultura generale di insidiosi intervistatori televisivi che li sminuiscono con domandine da scuola dell’obbligo, ma credono di dover dare direttive a una popolazione che nel complesso è meno ignorante di loro.
Mi turbano, invece, i regali milionari “a propria insaputa” e il fatto che coloro che sono stati eletti per rappresentare un popolo, diano esempi di comportamento dscutibilissimi.
Che peccato!
Per quanto mi riguarda, ho avuto la fortuna di poter studiare e per questo motivo consiglio a tutte le giovani donne di non perdersi in illusioni e distrazioni vane, di concentrarsi nello studio per sè stesse al fine di costruire un valido futuro.
Mi spiace, però, da donna anziana e quasi settantenne qual sono, che un’altra donna anziana di quasi settant’anni possa essere esempio di scorciatoie e fraintendimenti per le ragazze e per le donne di questo paese che una volta era una Nazione…



1 Commento per “Quando una Nazione diventa un paese…

  1. Io sono certa che una Nazione ancora lo siamo. Lo voglio sperare. Questo antico, vecchio stivale, sono convinta che ancora possa farcela, perché non posso pensare che la gente onesta sia solo una piccola minoranza, voglio sperare che l’Amore per la politica e per il bene del Paese, sia ancora una passione sincera senza la – lotta alla poltrona – spero, non per me, donna adulta che ha già scollinato, ma per i giovani, per quello che abbiamo insegnato e per quello che anche loro, andranno ad insegnare.
    Certo che il Presidente Sandro Pertini, che era il mio Presidente e il Presidente di molti, smuoverà la terra dove è sepolto davanti a queste – disonestà – ma non posso pensare che un Paese come l’Italia non possa ancora essere una Nazione degna di rispetto.
    Studiare migliora la propria vita, non vi sono dubbi, ma c’è qualcosa che non si trova nei corridoi delle Università; la s’impara subito se si ha la fortuna di avere accanto chi te la insegna, ma la si può anche apprendere da soli: l’onestà, la correttezza e il coraggio di mostrarsi senza armature che potrebbero poi andare in frantumi con facilità, essere se stessi sempre, con la conoscenza dei nostri limiti e delle nostre possibilità, pronti a migliorarsi ma senza vendere niente che non sia veramente nostro.
    Grazie, Anna.
    Sandra

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