La panchina nel sogno di un concerto

La panchina vuota lungo il viale li sta aspettando. Da tanto tempo.
Arrivano passeggiando fianco a fianco, come non facevano dagli anni delle Scuole Superiori.
Si erano dati appuntamento il giorno prima, dopo essersi incontrati casualmente all’inaugurazione del nuovo Centro Commerciale.
Sono soli. In quell’angolo verde protetto da alberi e da fazzoletti di campagna incolta.
Si fermano e si siedono vicini. Si guardano e sorridono.
“Sono passati quindici anni, però sembra sia accaduto tutto ieri” esordisce lui con voce fluida e profonda.
“Ricordo una sera. ‘Quella’ sera. L’inizio del viaggio. Al crepuscolo. I colori velati ad accarezzare il profilo delle montagne all’orizzonte e la fragranza piena emanata dalle piante di mais che riempivano i campi qui intorno. Eravamo in anticipo rispetto agli altri amici della nostra combriccola, che tutte le sere di quella magica estate si trovava a cantare sotto il cielo stellato.
Era il modo in cui affrontavamo le paure, le passioni dell’adolescenza e una vita ancora da costruire.
Ti eri seduta proprio su questa panchina. Al mio fianco.
Ho imbracciato la chitarra e ho cominciato a cantare la mia canzone più bella.
Dedicata a te”.
Lei si passa le mani fra i capelli ricci e piega la testa a destra. Per ascoltarlo più da vicino.
Sulla guancia sinistra una fossetta accompagna il sorriso delle sue labbra a barchetta.
Lui la guarda negli occhi e continua a parlare, cercando di richiamare alla mente le parole pronunciate quella sera: “Ascolta il testo, entra nella musica. Siete una cosa sola. Pensa alle luci, al caldo, alla folla all’afa, al palco, all’energia. Un grande concerto. È tutto pronto. Giungono gli amici. Entrano nel nostro stadio Comunale. C’è tantissima gente. Ci sei anche tu”.
La donna chiude gli occhi.
Affiorano i ricordi. Deglutisce. Sente nuovamente quel piacevole sfarfallio che le accarezzava lo stomaco tutte le volte che lui cantava; senza aver mai osato rivelargli nulla del suo amore.
Il tempo corre veloce. E non ritorna.
Le sembra che da lontano quella musica stia riecheggiando ancora nell’aria. A pochi passi.
“Io cantavo e intanto il resto della compagnia si avvicinava alla panchina. In silenzio. In ascolto. Rapita dalla magia di quello che sarebbe stato il mio concerto più bello. Il primo. Indimenticabile. Il più importante. Per i miei amici” prosegue lui con nostalgico orgoglio.
Lei riapre gli occhi e le appoggia la testa sulla spalla sinistra. Lui la cinge a sé, avvolgendola in un abbraccio. Vorrebbero che quegli istanti si potessero prolungare all’infinito per cristallizzarsi in un solo eterno battito, nel pulsare dei loro cuori.
Si sentono frastuoni e schiamazzi provenire dalla via che porta allo stadio.
Sale l’attesa per il concerto.
“Devi andare adesso” afferma lei con dolcezza.
“Fra meno di un’ora inizierà lo spettacolo. La tua band ti aspetta. Guarda in fondo alla strada: è già arrivato un mucchio di gente. Senti? Urlano il tuo nome. Ti vogliono. È il tuo pubblico. Adesso sei un professionista. Sei famoso e suonerai nel tuo paese, la culla dove tutto ebbe inizio.
Stasera la canzone più bella sarà per me. Adesso lo so.
C’ero, ci sono. E ci sarò”.
Si alzano. Si guardano. Uno di fronte all’altra. Senza parlare. Lei lo accarezza e gli sfiora le labbra con un bacio leggero.
Poi lo guarda avviarsi verso la gloria. Verso la leggenda.

3 pensieri su “La panchina nel sogno di un concerto”

  1. La ruota del tempo non conosce soste e macina instancabile i grani della nostra vita. Il bagaglio dei ricordi diventa sempre più pesante e dentro quel bagaglio finisce tutta la nostra vita.

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