I miei vicini di casa

Abitare in una villetta, in uno di quei paesi limitrofi alle grandi città, è una vera scuola di vita.
Non parlo di chi vi è nato e custodisce nel suo DNA il segreto per amare la vita tranquilla,
la vicinanza di parenti e amici che costituiscono i suoi affetti, la conoscenza per i compaesani che frequenta da sempre, ma penso agli altri, a coloro che dalla città sono fuggiti alla ricerca del verde, della tranquillità, di spazi ampi e, perché no? di prezzi più modici per abitazioni moderne e confortevoli.
Per costoro è un po’ come aprire il Manuale delle Giovani Marmotte e scoprire quante belle cose possono essere realizzate utilizzando il fai-da-te.
Non a caso ai limiti delle grandi città, ammiccanti ai lati delle autostrade o delle strade statali a grande passaggio, appaiono i vari supermagazzini del bricolage dove anche un anziano professore di filosofia teoretica può diventare imbianchino, idraulico, elettricista provetto.
Il neo-abitante di villetta o è ricco di suo, e assolda schiere di artigiani per risolvere i problemi di casa, oppure si inventa quale artista del faccio-tutto-io ed esegue in proprio tutto, ma proprio tutto, il fattibile.
Non intendo sollazzare chi mi legge con le disavventure conseguenti una fossa biologica colma, una grondaia strappata da trenta nodi di vento, il taglio della siepe di recinzione e raccontare di una famiglia, la mia, con tutti i suoi componenti impegnati nella dura fatica di fare ordine, mentre il padre distribuisce compiti e l’ultimo dei figli, piccolissimo e trascurato per qualche momento, contende al cane le crocchette a suo dire buonissime.
Parlerò, invece, dei miei vicini di casa, che durante tutta la settimana conducono un’esistenza invidiabilissima.
La madre è una rispettabile donna manager, la figlia è una diligente studentessa del Politecnico e il capofamiglia è il dirigente di una multinazionale, parla cinque lingue e va e viene da Londra dove ha l’ufficio.
Questi tre individui insospettabili il sabato e la domenica diventano semplicemente Rosi, Selena e Albino.
Rosi è una tipa ben organizzata.
Il venerdì pomeriggio alle due è a casa.
Va a fare la spesa al supermercato, torna, si infila la tuta e gli zoccoli pelosi- quelli di legno con tomaia di pelle di bue che il marito le ha portato come souvenir da un viaggio di lavoro ad Amsterdam insieme alla confezione di duecento bulbi di tulipani che interra e dissotterra nelle stagioni opportune con cura meticolosa, come dicono le istruzioni per una migliore fioritura- e si rintana nell’orto.
Innaffia, zappa, semina, lotta con le lumache che le mangiano l’insalata e, quando ha finito, organizza il riposo di fine settimana per l’Albino che torna stanco morto da Londra, o da Parigi o da New York, a seconda del caso, e deve rilassarsi.
La sveglia del sabato è intorno alle sette e io lo so bene, perché la mia è sempre alle sei.
Fermi tutti.
Se seguissi la mia naturale inclinazione, dormirei fino a mezzogiorno e veglierei fino all’alba, ma la mia dolce metà è convinto che le ore del mattino abbiano l’oro in bocca e che possiamo organizzare meglio la nostra vita facendo colazione assieme.
Per questo motivo la sveglia coincide con l’inno nazionale e il seguente radiogiornale.
Non ci perdiamo le notizie da tregenda nostrane e internazionali, quindi scendiamo in ordine sparso in cucina, pronta io ad addormentarmi sulla tazza del te.
Ho, infatti, l’abitudine di bere il te d’inverno e pur di svegliarmi, mio marito provvede alla sua preparazione e mi urla dal piano di sotto: “E’ prooonto!!!”.
In piena estate, quando fa decisamente caldo, non può urlare di nessuna prontezza, perché bevo latte freddo con caffè liofilizzato.
In quei giorni comincia a lamentarsi che è un’indecenza che debba fare colazione da solo; che non è giusto che lavori mentre gli altri, cioè io, dormono; che, insomma, siamo o non siamo una famiglia?
E siccome “siamo” una famiglia, mi alzo e come uno zombi scendo le scale, mi siedo e ascolto il bollettino di guerra della giornata.
Chiusa la parentesi.
La stessa cosa deve succedere ogni sabato nella casa a fianco, perché Rosi alle sette ha già fatto mangiare il criceto, il pesce rosso, i cani e il gatto ed ha già innaffiato l’orto, (d’inverno ispeziona l’orto, ma perché lo ispeziona se non cresce nulla?).
Albino beve il caffè sul portico, in piedi, guardando l’orizzonte sconsolato. D’inverno si rintana in bagno, si mette sotto la doccia e ci sta, perché i vetri della finestra restano appannati per ore.
Poi seguono i lavori forzati di routine.
Lavare il portico, tagliare l’erba, aggiustare, spostare, rispostare, aiutare, fare, fare, fare.
Alle due del pomeriggio, arriva da Milano il nipote quindicenne Gabriele e allora Rosi si sbizzarrisce.
Quest’anno, di weekend in weekend Rosi ha ottenuto l’impianto di irrigazione automatico, il conseguente rifacimento parziale del giardino stesso, la costruzione del barbecue in muratura e la sistemazione del gazebo.
E’ ovvio che Albino e Gabriele non possano farcela sempre da soli. Ecco che entrano in scena i due jolly: il cognato tuttofare Claudio e la sorella Patrizia.
Alle otto della domenica mattina con grande capacità persuasiva la mia vicina afferra il telefono e chiama i due malcapitati.
Non dice mai: “Venite a darci una mano”. Ma dice invece: “Potreste venire a darci un consiglio, per piacere? Abbiamo una decisione importante da prendere”.
Puntuali alle nove i due si presentano alla porta.
Io mi chiedo come facciano ogni volta a cascarci.
Quando Rosi ha chiesto “consigli” sull’impianto di irrigazione aveva già pronti vanghe, stivali e abiti da lavoro.
Il massimo è stato raggiunto ieri, sabato.
Il “consiglio” è stato necessario alle tre del pomeriggio, dopo che da un camion sono stati scaricati davanti a casa scatole e scatoloni, ed è durato fino alle nove di sera di oggi, domenica.
Rosi ha avuto il coraggio di acquistare in kit di montaggio un gazebo di legno che copre una superficie di almeno trenta metri quadri.
Hanno dato il loro “consiglio” tutti, anche la nonna ottantenne, Selena, che solitamente si fa da parte perché deve studiare, e un suo compagno di studi, Marco, che si è pure beccato una martellata in testa, certamente involontaria, ma causata dalla mancata celerità nell’esecuzione del compito affidatogli.
A fine lavoro li ho immortalati tutti in una foto.
Albino era felicissimo sia perché la fatica erculea era stata portata a termine, sia perché anche questo weekend rilassante si era concluso.
Domani, lunedì, potrà finalmente lavorare in ufficio.
….e non crediate che possa rischiare la querela per ciò che ho scritto.
E’ tutto vero, ogni riferimento a fatti e persone non è affatto casuale.
Sanno bene che io so cosa capita a casa loro, perché, quando li vediamo alle corde, io e mio marito offriamo suggerimenti e anche generi di conforto per un momento di vero relax a tutti i tizi sudati e affannati che si “rilassano” nel giardino a fianco.
….e se volessero potrebbero descrivere situazioni analoghe che succedono al di qua della rete di recinzione che separa i nostri giardini, cioè a casa mia.

 

7 pensieri su “I miei vicini di casa”

  1. Moto spiritoso cara Anna, in questo modo una famiglia é unita, in tutti i sensi, soprattutto nelle fatiche, e non ha il tempo neppure per la depressione., quindi risparmia pure sull’analista!
    Per il fai – da -te-, mi hai ricordato che marcello ha fatto un mobile in legno giù da Simone, che è venuto come quello in vetrina, il quale, aveva un costo altissimo. E’ la nostra soddisfazione. Più i lavori di giardinaggio che ama curare personalmente.
    Ma tutte queste piacevolezze per la casa sono arrivate in età matura…
    Ciao. sandra

  2. Molto simpatica.Attenta a non farci troppo amicizia, potrebbero chiederti un “consiglio”.

  3. Ancora un lavoro di gran pregio uscito dalla penna dell’amica Anna. Un racconto che si legge senza pause, un modo di descrivere i personaggi che li rende vivi e palpitanti, trasformando la lettura in visione, come in video clip. Sa cogliere e descrivere con linguaggio chiaro e scorrevole i tratti di ognuno, proponendoli al lettore con signorile humor e con occhio sorridente e benevolo. Ne risulta un racconto piacevolissimo e molto divertente e distensivo.
    Bravissima, Anna, tanto di cappello!
    Ignazio

  4. I peggiori uomini sono i piccoli borghesi. Non sono né grandi, né borghesi. (Salvatore Castaldo)

  5. Mi è piaciuto molto, del resto che tu sia una fuoriclasse è ormai assodato. Soprattutto mi è piaciuta la frase finale, con la quale ti poni sullo stesso piano dei tuoi vicini e quindi non critichi (come invece tendenzialmente la maggior parte delle volte accade). Credo che siano persone fortunate ad averti accanto. Come sempre BRAVA!

    p.s. ora che ho letto dove vivi (siamo relativamente vicine di casa anche noi) posso meglio immaginare lo scenario in cui hai immerso il tuo racconto. Ciao!

  6. cara Madeleine,
    grazie per il tuo commento.
    effettivamente i miei vicini hanno un debole per me e devo proprio a Rosi l’inizio della mia avventura letteraria.
    non sono, però criticona, è che talvolta mi cadono i chiodi dalle mani…
    ciao, vicina di casa….

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