La stanza di Andrea

Andrea era nella sua camera, con le sue migliori amiche. Stavano discutendo assieme su che cosa si sarebbe potuto fare assieme quel giorno. Le idee erano tante, alcune davvero noiose, altre più interessanti.

Andrea non sapeva perchè loro fossero le sue migliori amiche, non era nemmeno sicura di volergli troppo bene. Forse le piaceva definirle così perchè erano sempre con lei, qualsiasi cosa accadesse erano sempre lì per lei. E ad Andrea ne erano successe di cose nella vita. A volte era grata per la loro presenza e i loro consigli, ma spesso le sentiva come invadenti e prevalicanti nei suoi confronti. Non metteva in dubbio la loro bontà di cuore quando cercavano di aiutarla, però non poche volte si era ritrovata in situazioni spiacevoli perché le aveva ascoltate. Non erano cattive, solo più risolute di Andrea quando si trattava di prendere delle decisioni.

Ma torniamo a quel pomeriggio. Andrea sapeva quello che voleva fare: studiare in tranquillità. Le andava bene che le sue amiche le facessero compagnia fintanto che l’avessero lasciata tranquilla. Purtroppo le cose non sono andate in questo modo. Le sue care amiche hanno iniziato a darle altri suggerimenti, sostenendo che “studiare è noioso”. Andrea lo sapeva benissimo questo, non c’era affatto bisogno che glielo ricordassero. Però doveva farlo, se voleva laurearsi prima o poi. Era già indietro con gli esami. Amelia era perfettamente d’accordo, infatti sosteneva la scelta di Andrea e aveva persino chiesto alle altre della combricola di tacere. Evidentemente non era stata abbastanza chiara o forse le altre erano troppo testarde, perchè si era aperto un dibattito durato ore. Severa aveva iniziato a dire che comunque la laurea non era così importante, non era poi quello che sarebbe servito ad Andrea per essere felice. Tricia ha sostenuto la tesi di Severea, aggiungendo che alla fin fine nulla avrebbe mai reso davvero felice Andrea, quindi tanto valeva fare qualcos’altro quel pomeriggio. Amelia si era pure fatta convincere dalle altre due. Come sempre avevano preso la decisione al posto di Andrea, che le ascoltava senza avere alcuna voce in capitolo. Era d’accordo con tutte loro, però sapeva che non poteva fidarsi. Le sue amiche erano così volubili, cambiavano idea da un attimo all’altro. Nel frattempo si era aggiunta anche Clodette al dibattito, con la sua solita aria greve a complicare ulteriormente la discussione. Era d’accordo con la conclusione raggiunta, ma aveva fatto notare che se Andrea non avesse studiato quel pomeriggio, avrebbe subito delle conseguenze. Avrebbe gettato del tempo utile fuori dalla finestra. Sensato o meno, Andrea doveva studiare. Se si basava sulla teoria di Severa e Tricia, non avrebbe mai combinato nulla nella vita. Mentre Amelia, Tricia, Severa e Clodette discutevano, Andrea se ne stava lì buona, buona in un angolo ad ascoltare. Le sue amiche facevano sempre così: parlavano, parlavano, parlavano e prima di giungere a una conclusione ci volevano ore o giorni, a volte settimane.

Non ce la faceva più ad ascoltarle, il pomeriggio ormai era passato e di studiare non se ne parlava più. Nemmeno Andrea voleva più studiare, si era arresa, come faceva quasi sempre, alle parole delle sue amiche. Ma loro non se ne erano neanche accorte e continuavano a discutere. Lo studio era bello che andato e Andrea lo aveva accettato. Ma forse poteva riconquistarsi la tranquillità, l’altra condizione che aveva richiesto per il pomeriggio. Quella non era perduta. Ovviamente doveva porre fine a quell’eterna discussione e metterle tutte a tacere. E c’era un solo modo per farlo. Poco ortodosso, forse. Non molto approvato dalla società. Probabilmente portando a termine le sue intenzioni avrebbe deluso qualche persona. Ma aveva deciso ormai.

Mentre si avviava in cucina, verso il cassetto delle posate, si domandava cosa avrebbe pensato il suo psichiatra di quel gesto. La gente comune lo avrebbe definito “stupido, impulsivo, esagerato”. Ma ad Andrea non importava, voleva sapere solo cosa ne avrebbe pensato il suo psichiatra. Intanto prendeva il coltello dal cassetto. Quel bel coltellino svizzero, rosso, che di solito lei e sua madre usavano in inverno per incidere le castagne prima di cuocerle. Le piaceva tanto quel coltello, perchè era piccolo e aveva una bella lama. Sembrava innocuo, ma poteva fare dei bei danni. Con il coltello in mano stava tornando dalle sue amiche, con un sorriso sardonico stampato in viso. Le sue amiche l’avevano subito notata ma continuavano a non stare zitte, incuranti di quel che Andrea stava impugnando. Non temevano minimamente per loro stesse, nonostante Andrea avesse un’arma in mano. Lo sapevano anche loro che quel coltellino, anche se piccolo poteva fare dei danni notevoli. Andrea non ebbe alcun dubbio, non era nemmeno tanto sicura di voler bene alle sue amiche. Senza esitazione aprì il coltellino e lo affondò nella carne una prima volta, poi una seconda, poi una terza e poi perse il conto. Si fermò quando si sentì soddisfatta, ossia quando vide fiumi di sangue e tagli profondi. La pelle era lacerata, poteva vedere i tessuti sottostanti. Questa era una cosa che la affascinava sempre. In più, era riuscita finalmente a far tacere le sue amiche. Erano ancora lì, ma erano zitte. Andrea era finalmente tranquilla. Le scocciava solo che sarebbe dovuta andare al Pronto Soccorso, il suo braccio non sarebbe guarito senza punti. Ma non le importava dei danni, era in pace. Era tranquilla e soddisfatta di aver preso una decisione da sola.

Un pensiero su “La stanza di Andrea”

  1. In un Mondo tormentato e di violenza, questo racconto, dovrebbe essere in linea con i tempi. Forse non si usa più raccontare storie d’amore, di laghi, di fiumi e di cielo, ma i disagi interni umani ci sono sempre stati come gli analisti che hanno sempre lavorato nei loro studi.
    Peccato che Andrea non avesse delle amiche vere e mature, peccato che Andrea usasse mezzi estremi per farsi ascoltare, meno male che è solo un racconto!
    Le armi bianche stanno bene in cucina per aprire il tacchino, farcirlo e metterlo in forno.
    Un saluto.
    Sandra

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