Felicità malata

Era triste. Era molto triste. Si sentiva un fallimento. Ma non lo era, paradossalmente. Proprio per questo, in un certo senso, era triste. La persona probabilmente a lei più vicina aveva deciso di abbandonarla. Glielo aveva detto quel giorno. “Sono affezionato a te, siamo in sintonia”, ma aveva deciso di abbandonarla. Era meglio così, era quello che prevedeva la terapia. Ci doveva essere una chiusura prima o poi, ovviamente. Ma non era pronta. Si sentiva abbandonata, con quelle solite manifestazioni d’affetto che però dovevano avere una fine. Tutto aveva sempre una fine. Specialmente le cose belle. Proprio perchè quel rapporto aveva funzionato, aveva fatto il suo lavoro, doveva terminare. Aveva fatto di tutto per sembrare calma durante il colloquio, aveva espresso il suo disappunto puramente emotivo riguardo questa conclusione. Aveva cercato di sopportare anche questo rifiuto, ma il suo cuore non ce la faceva più.

Ripercorreva tutte le cose belle che aveva dovuto abbandonare. Le speranze, i sogni, le persone soprattutto. Era triste e arrabbiata. Era arrabbiata perchè doveva sopportare quel dolore. Non voleva sopportarlo, sapeva che prima o poi sarebbe passato. Ma era troppo forte. L’umiliazione del rifiuto, il sapere che ci sarebbe stato poi imbarazzo quando si sarebbero incontrati per caso, sapere di non potersi più rivolgere alla propria figura di riferimento.

Non sapeva cosa provasse esattamente per lui, non provava attrazione fisica. Non desiderava un rapporto di diverso tipo, né carnale né di amicizia. Voleva, però, continuare quel rapporto professionale. Poco importava l’etichetta attribuitagli, era troppo importante. E ancora una volta era impotente, sapeva che più avrebbe tentato di convincerlo a non interrompere il rapporto, più lei sarebbe risultata irragionevole. E questa non era un’argomentazione valida a fargli cambiare idea. Lei poteva solo accettare l’abbandono. E viverlo. Poteva solo affrontare quel dolore un’altra volta ancora. Ma non ce la faceva, non ne aveva le forze. Non riusciva neanche a pensare di poter attraversare tutte quelle fasi e continuare la sua vita, la sua routine. Sapeva che sarebbe stata devastata, lo era già ora. Alla sola notizia di quel che sarebbe accaduto. Infatti aveva deciso che non avrebbe più sopportato quel dolore.
Vivere ogni giorno emozioni così intense era terribilmente stancante. Sforzarsi per non lasciarsi condizionare da esse, lo era ancora di più. Quel dolore non ce la faceva ad accettarlo. Non poteva impedire a lui di abbandonarla, ma poteva scegliere di non vivere quel dolore. E l’unico modo possibile era non vivere affatto.
Mentre ci pensava era felice, quasi euforica. Stava per liberarsi. Da se stessa. Aveva provato a cambiare, ce l’aveva messa tutta. Si era impegnata sotto ogni punto di vista, aveva raggiunto anche qualche risultato, con gran fatica. In diversi erano contenti dei suoi risultati, anche lei lo era. Ma la fatica che aveva speso per raggiungerli era tanta, e non sapeva se chi si congratulava la comprendesse appieno. Il dolore dell’abbandono, l’ansia per il non poter far nulla per evitarlo erano troppo forti. La fatica richiesta per resistere a quelli era troppa. Ma lei non doveva sopportarla, l’aveva deciso. Sapeva che prima o poi lo avrebbe fatto e sentiva che quello era il momento giusto. Il momento della liberazione eterna, da se stessa. Andava incontro al Nulla.

Con beatitudine si fece una bella doccia calda, rilassante. Mise un po’ di musica da Youtube, scelse Highway to Hell degli AC/DC. Le sembrava perfetta. Prese il coltellino svizzero rosso che aveva usato anche l’estate passata, ma per scopi meno gratificanti.
Con in sottofondo la “musica del diavolo” aprì il coltellino, lo poggiò delicatamente sul suo avambraccio sinistro, poco sotto il tatuaggio. Non voleva che si rovinasse. E poi premette finchè la lama non sprofondò nella carne. Provò dolore! Ed era eccitata dal dolore, era contenta di provarlo. Era contenta che fosse il dolore fisico l’ultima cosa che avrebbe provato prima del Nulla.
Dopo essersi goduta quella sensazione, proseguì con l’operazione. Trascinò con violenza e forza il coltello lungo tutto l’avambraccio, fino a raggiungerne la fine. Poteva vedere quello che stava sotto la pelle e questo la emozionava, era elettrizzata. Anche se si sentiva già un po’ stanca, la visione del sangue che scorreva dalle sue vene fino al fondo della vasca le diede la forza di continuare.
Strappò il coltellino dall’avambraccio sinistro e lo ammirò per un attimo: ora era tutto rosso e odorava di ferro, sentiva quasi l’impulso di ficcarselo nello stomaco. Solo per vedere che sensazione avrebbe dato, ma non in quel momento. Stava portando avanti una missione, quello lo avrebbe fatto poi come ricompensa se ne avesse avuto il tempo.
Prese il coltellino, lo poggiò delicatamente sull’avambraccio destro e dopo qualche attimo di esitazione ripetè l’operazione. Il dolore era ancora maggiore! Elettrizzante, davvero! Utilizzare il braccio già squartato, per aprire l’altro era un atto sublime.
Tolse, con altro dolore, il coltello dalla carne e lo tenne in mano. Era stanchissima, aveva voglia di addormentarsi. Faceva fatica a rimanere sveglia, ma era contenta. Le piaceva quello che vedeva: le strutture subepidermiche, il sangue che sgorgava delicatamente, la vasca che si riempiva di rosso e si scaldava mentre lei si raffreddava. L’odore di ferro nell’aria, Bon Scott che andava all’inferno assieme a lei.
Era quello che voleva, era felice. Continuò ad ammirare il sangue scorrere finchè non potè che chiudere gli occhi.
Alla fine non riuscì a scoprire cosa si provasse a conficcarsi un coltello nello stomaco.

Un pensiero su “Felicità malata”

  1. Bah!
    Che dire? Scrivi bene (ho letto anche l’altro racconto)!
    Però, cara/o Anemone, fai qualcosa. Te lo dico da essere umano ad altro essere umano, e con il cuore in mano.
    La mente è meravigliosa, e può regalarti immense emozioni. E il bello è che, quando scrivi, dipende solo da te.
    Sarò io che sono tarata, e che mi appassiono alle poesie di amore. Anche di amore deluso, non corrisposto, lontano, irraggiungibile. Ma pur sempre intenso e pieno di speranza, anche quando la speranza non c’è più. Questo sembrava il tuo racconto all’inizio. Ma, anche qui, mutilazioni e vene tagliate. Va bene. Ne prendo atto. Grazie per il tuo racconto.

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