Un progetto: ovvero quando i compiti van fatti e basta

Bartò si trovò un giorno a dover fare un progetto per un determinato corso universitario, il cui nome era difficile da ricordare, come a sua volta gli argomenti che trattava.
Aveva avuto fortuna: era un progetto facile facile. E aveva solo una settimana per farlo.
Si disse: lo farò in poche ore; basta applicarsi. Aprì tutte le finestre digitali, Word, Power Point, perfino Excel, e si disse pronto. Poi però si sentì sopraffatto da una noia micidiale.
Scoprì che davano in quel momento alcune dirette in streaming su Youtube. Lasciò le finestre del progetto lì, e cominciò a seguire il tutto. Insomma, stette al computer a cazzeggiare.
Per quel giorno si disse che non l’avrebbe rifatto; anzi, domani avrebbe fatto di più di oggi, per pareggiare. Fece così il primo giorno, poi il secondo, poi il terzo. Quasi alla fine del settimo si accorse, dopo cena, senza più un filo di WIFI disponibile, che non aveva ancora fatto nulla. Gli venne un principio di infarto, e anche un attacco di panico, che per lui era quasi peggio. Passò allora la notte a progettarlo, saltando di finestra in finestra come un saltimbanco, con l’ansia come carburante.
Il giorno dopo lo presentò davanti al professore, rigido e iper-professionale; ebbe successo, anche se era stato fatto alla carlona.
Si disse allora: non farò mai più una cosa del genere.
E invece lo avrebbe fatto, per tutta la vita.

Un pensiero su “Un progetto: ovvero quando i compiti van fatti e basta”

  1. Questione di carattere. Essere approssimativi per molti è un abito comune soprattutto nel modo dell’apparenza, peccato che poi lo specchio fa vedere prima o poi, l’originale, come è giusto che sia.
    Saluti.
    Sandra

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