Il tassista di notte

Nonostante il mese di marzo fosse iniziato da diversi giorni, nelle serate un po’ più umide il paesino si saturava quasi quotidianamente di una fastidiosa e torbida nebbiolina, che non impediva le normali attività quotidiane dei suoi abitanti, ma le rendeva pigre e piuttosto sgradevoli.
Era molto curioso come quel paese fosse per gran parte dell’anno preda della bruma, mentre a pochi chilometri di distanza questo fenomeno naturale si manifestasse per non più di venti giorni l’anno.
Qualcuno dava la colpa alla presenza delle montagne che si ergevano tutt’attorno e, cingendo dappresso l’abitato, creavano una specie di cappa di umidità, dalla quale la cittadina riusciva a liberarsi solo nei mesi veramente caldi, quando forse anche la nebbia respirava a fatica per la temperatura elevata e fuggiva via, per tornare però di lì a un paio di mesi.
Qualcun altro invece, con molta più fantasia, asseriva che anticamente in quella zona ci fosse stata un’ampia palude e, nonostante la bonifica compiuta agli inizi del diciottesimo secolo, i vapori malsani di quell’enorme acquitrino si manifestassero ancora, soprattutto nelle ore serali.
Gustave chiuse a chiave la porta di casa, anche se sapeva bene che fosse una precauzione inutile perché in quella zona non c’erano ladri, e salì sul suo taxi; erano quasi le undici di sera e di lì a pochi minuti avrebbe iniziato il suo turno.
Faceva questo lavoro da quasi vent’anni e in tutto questo tempo aveva sempre fatto il turno di notte, anche se erano in molti a chiedersi per quale motivo, posto che in un paese di periferia come quello i clienti notturni non erano certo così frequenti da garantire buoni incassi.
Imboccò la via principale del paese, a quell’ora già spoglia di automobili, e, giunto in prossimità della piazzetta del municipio, parcheggiò l’auto nell’apposito spazio destinato ai taxi, di fianco all’unico bar del paese che non chiudeva i battenti alle otto di sera.
Gustave se ne stava immerso nel più assoluto silenzio, accompagnato da un tenue ronzio proveniente dal tassametro e rotto di tanto in tanto dagli schiamazzi ovattati degli avventori del bar che uscivano a fumare una sigaretta. Era in attesa della chiamata di qualche cliente.
L’atmosfera tutt’intorno era alquanto surreale; i lampioni dell’illuminazione pubblica proiettavano sulla nebbia, che era andata via via ispessendosi, la loro luce giallastra, che proiettava tutt’intorno una fuliggine di un vago color senape, creando quasi l’effetto di una fotografia d’epoca.
D’un tratto il tassametro sputò all’interno dell’abitacolo un fastidioso gracchiare, una voce proferì alcuni monosillabi incomprensibili, ma che Gustave interpretò come la chiamata di un cliente.
Sapeva bene che, quando quell’apparecchio elettronico gracchiava parole incomprensibili in quel modo, si trattava di una chiamata che proveniva dalla zona del cimitero del paese.
Accese il motore del suo taxi, che protestò un pochino prima di avviarsi completamente, ingranò la marcia e si diresse fuori paese, ove, alla fine di un brevissimo viale piastrellato di porfido e fiancheggiato da bassi cespugli spinosi, si ergeva il vecchio cimitero.
Ogni volta che andava in cimitero Gustave si chiedeva per quale motivo il viale d’ingresso non fosse costeggiato di cipressi come in tutti gli altri cimiteri.
Fermò l’auto proprio innanzi al cancello in ferro battuto, ove lo stava attendendo una persona anziana, ritta in piedi, sguardo perso nel nulla della notte ed espressione sprovvista di alcuna particolare connotazione.
Il taxi disegnò un paio manovre per posizionarsi in modo da poter ripartire immediatamente; l’uomo si avvicinò all’auto, aprì la portiera e sedette sul sedile posteriore.
– Buonasera signor Murat, dove la porto stasera? – Gustave si rivolse al suo cliente come ad una persona che conosce da moltissimo tempo.
– Buona sera caro Gustave, come al solito, a casa mia. Però la prego di non passare per il centro del paese, faccia il giro per Via Elysee, voglio rivedere il campo di calcio dove giocavo da giovane. –
– Certamente signor Murat, si tenga che ora partiamo. –
Gustave partì con il suo taxi cercando di non far sobbalzare troppo l’auto e, fin che non portò a destinazione il suo cliente, nessuno dei due spiccicò parola.
L’uno era concentrato nella guida, l’altro era intento a godersi quel poco che buio e nebbia consentivano di ammirare del panorama fuori dal finestrino.
– Eccoci, signor Murat, siamo arrivati. Ce la fa ad aprirsi la porta? –
– Faccio da solo, grazie Gustave. Ci vediamo qui tra un paio d’ore, d’accordo? Stasera sono stanco, non voglio far tardi. –
– Certamente, signore, a dopo. –
L’anziano scese dal taxi profondendo lo stesso sforzo fisico che sarebbe servito ad un atleta per sollevare un bilanciere in palestra.
Gustave tornò di filato al cimitero, aveva ricevuto un’altra chiamata, che il suo vecchio tassametro aveva segnalato con la sua solita voce roca e gracchiante.
Lo stava aspettando una donna sulla quarantina, vestita in maniera un po’ eccentrica e retrò per quei tempi, eppure rivelava un fascino tutto suo che, nel complesso, rendeva piacevole il guardarla.
– Buonasera signora. Dove andiamo stanotte? – Gustava era affabile con questa come con tutti i suoi clienti notturni.
– Buonasera Gustave, portami a casa di mia figlia Celine, grazie. –
– Va bene signora. –
Di nuovo il taxi parti verso la sua nuova destinazione e di nuovo all’interno del suo abitacolo si disegnò un piatto e sincero silenzio, fino a che Gustave annunciò alla sua cliente di essere arrivato là dove ella gli aveva chiesto.
– Grazie Gustave, vieni a prendermi verso le tre, d’accordo? –
– Certamente signora. – Rispose il tassista sorridendo affabilmente.
– Ma non ti stanchi mai di guidare tutta la notte e di correre da un angolo all’altro del paese fino all’alba? –
– No signora, è il mio lavoro, l’ho scelto io e mi piace. E poi, ad essere sincero, non saprei fare altro. –
– Meno male che ci sei tu, altrimenti saremmo stati per sempre imprigionati dentro a quel cimitero. Ci vediamo dopo, Gustave. –
– Certo, buona serata signora. –
Il tassista ripartì nuovamente alla volta del cimitero del paese, dove un’altro fantasma lo attendeva innanzi al cancello chiuso con una grossa catena in ferro per farsi portare nella casa dove aveva abitato da vivo, a vedere come crescono i suoi nipoti.

2 pensieri su “Il tassista di notte”

  1. Bhe… mi è piaciuto. E’ giusto che anche i fantasmi, gli angeli, le anime, o come vogliamo chiamare queste entità, si facessero un giretto per controllare o rivedere i propri affetti. E’ per questo in fondo che spesso ci sentiamo in compagnia senza vedere nessuno… ed è forse anche per questo che i taxi girano di notte. E per il pagamento?
    Un saluto.
    Sandra

  2. Grazie Sandra. Credo che il mio taxista di notte non voglia essere pagato, il suo non è un vero e proprio lavoro, è più una specie di missione…
    A presto, Alessio

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