Latte

Era nata sotto una stella di latte, dentro a un cielo silenzioso, con gli occhi pieni di luce. Sua madre glielo raccontava sempre, della notte in cui era venuta al mondo, quello sguardo già indaffarato ad arrampicarsi per la stanza e fin da subito terrorizzato dagli spigoli in cui sarebbe potuto inciampare.

Era latte, ecco cosa. Pelle bianca e scivolosa, che non si lascia trattenere, occhi così chiari da riflettere il mondo. E vallo a spiegare alle persone che era così difficile lasciarsi guardare proprio per quello, che dentro a due occhi che sono uno specchio non si può vedere cosa c’è dietro.

Si era lasciata trascinare a quella festa perché in fondo le piaceva la musica, le piacevano le notti improvvisate e il rumore della gente. Lui l’aveva guardata così fin dal primo istante e lei si era sentita talmente vulnerabile sotto quello sguardo, talmente priva di difese. Aveva paura di cosa sarebbe potuto accadere. Non lo negava a se stessa e nemmeno agli altri. Aveva paura del contatto, e non sapeva se temesse di più il rischio che mani estranee, su di lei, potessero toccarla tanto forte da spezzarla o il timore che, dopo qualche carezza, perdessero interesse e se ne andassero via. In entrambi i casi, lei, rimaneva spezzata.

Ma lui ci stava provando. Le aveva appoggiato il bicchiere sulla coscia, in equilibrio fra le sue dita in attesa che lei lo raccogliesse. Lei, da parte sua, aveva accostato le labbra al bordo e aveva lasciato che un sorso di alcol le bruciasse la gola. Non voleva perdere il controllo e non temeva che gli altri la giudicassero per questo. Solo non voleva essere costretta. Guardava le altre ridere per la sala, tirare la testa indietro e spogliarsi di ogni inibizione. No, a lei i filtri servivano: erano il suo unico legame con il mondo esterno.

Lui l’aveva presa per mano, roteando gli occhi aveva accettato il fatto che quella ragazza non avrebbe toccato alcol quella sera. Non era facile far sciogliere qualcuno tra le tue braccia senza neanche un piccolo aiuto. Però non smetteva di provarci, per qualche motivo non riusciva a staccarsi da lei. Nessuno crede che il cuore possa spezzarsi anche nei ragazzi come lui, eppure i cuori si spezzano invece, non fanno distinzioni di sesso. Quindi raccoglieva i cocci e li consegnava piano piano a lei, senza paura delle conseguenze; l’unica cosa che aveva imparato era non farsi spaventare dalla vita. Se hai qualcosa in mente, vale la pena farla.

Ballavano, sempre più vicini, il suo odore le entrava nei polmoni ad ogni respiro. Era talmente facile ritrarsi, di solito con gli altri funzionava: dopo un paio di tentativi la lasciavano stare. Lui non mollava la presa.
Non aveva mai provato la sensazione di una bocca che si avvicina sempre di più alle proprie labbra, non aveva mai sentito il groviglio nello stomaco, né i muscoli irrigidirsi per prepararsi alla fuga. Voleva scappare perché la musica le piaceva, la notte le piaceva, le sue scarpe che si incollavano alla pista e le luci intermittenti che frammentavano la serata le piacevano; ma più di tutto le piaceva lui, e questo la terrorizzava.

Una voce fuoricampo intimava le coppie a baciarsi, più baci e meno pensieri, più alcol e meno problemi. Era riuscita a scappare dall’alcol, forse, ma il suo bacio l’aveva colta alla sprovvista e così aveva dovuto cedergli.
Cosa si era spezzato in quel preciso istante? Non riusciva a dirlo, ma sentiva che qualcosa dentro di lei si sgretolava.

Lui era riuscito a baciarla. E la baciava, e non smetteva, e avrebbe continuato così per tutta la notte mentre sentiva l’eccitazione fremere e solleticargli la pelle sotto il tessuto dei jeans. E avrebbe voluto conquistare ogni singolo centimetro della sua pelle. Aveva un buon sapore, sapeva di limone e zucchero e il collo profumava di pesca. E la sua carne, come quella di una bambina, era latte che si scioglieva piano sotto le sue dita. La sentiva cedere a poco a poco sotto la pressione, più lui insisteva più lei si abbandonava. E c’era ancora qualcosa che avrebbe dovuto fare per convincerla a lasciarsi andare del tutto, ma non capiva cosa. Quando si staccava e la guardava negli occhi sapeva, con certezza, che lei era ancora troppo, troppo distante.

Non valeva la pena opporre resistenza. Avrebbe voluto con tutte le sue forze, ma all’improvviso fu come se le energie l’abbandonassero. E valeva la pena, invece, accettare il fatto di essere felice, lasciarsi guardare, lasciarsi perfino ferire.
Adesso le mani di lui la trattenevano ed era sempre più facile e sempre meno doloroso lasciarsi intrappolare in quella stretta. E quando fuori il cielo aveva cominciato a schiarirsi e la sala si era già svuotata, lei aveva iniziato ad aspettare con ansia ogni singolo bacio.

La distanza si era consumata. Camminavano guardando il sole illuminare l’asfalto e stringendosi nelle felpe in attesa che l’aria si scaldasse. Si erano seduti su un muretto ricoperto di fiori, quei fiori selvatici che invadono ogni spazio possibile, e a quel punto lei aveva appoggiato la testa contro il suo collo. Lui l’aveva stretta a sé. E si disse, di nuovo, che si, nella vita valeva la pena rischiare.

Non le importava più tanto di cosa succedesse nella sua testa. Non le ascoltava più quelle voci. Non si era mai sentita così stanca e non si era mai sentita così felice. Sotto un paio di mani si era spezzata, dentro un’infinità di baci era finalmente riuscita a ricomporsi.

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