Un brutto anatroccolo

Si sveglia la mattina e non vuole alzarsi dal letto. Si rotola e si rotola ancora fra le lenzuola sperando che il tempo corra in fretta. Ma le cose da fare son tante e infine si deve alzare. Va in bagno e si sciacqua il viso. Lo specchio ormai non lo guarda più. Sa di certo che il suo viso sarà un disastro anche quella mattina. Si lava i denti. Si spiccia rapidamente i capelli.  Via il pigiama, vai col maglione. Ne ha una vasta scelta. Tutti ampi, una misura in più. Sceglie quello nero perché è una giornata cupa. I soliti jeans: ne ha due paia uguali. Mette i calzini e allaccia gli anfibi. Un po’ maschiaccio un po’ stracciona è pronta per affrontare la nuova giornata appena iniziata.

Il giaccone sulle spalle ed esce, noncurante dello specchio che all’entrata di casa, minaccioso, come ogni mattina, la aspetta. Non lo guarda, gli volta le spalle, prende il cappello, lo indossa, apre la porta, ed è finalmente fuori.

Passeggia per la strade tutta goffa. Imbacuccata da capo a piedi in un maglione oversize e jeans vecchi e fuori moda. Mai truccata, con i capelli sciatti e incolti. Sono puliti, certo, ma non curati. Il viso imbronciato come sempre. Mani lungo i fianchi in segno di chiusura. Lei cammina per la sua strada e non alza mai lo sguardo verso nessuno. Timorosa del prossimo mette un piede avanti all’altro. Esce solo quando ha una meta. Non esce mai per passeggiare.

Ogni tanto da sotto la visiera osserva i passanti senza esser vista. Freme d’invidia e lei lo sa. Ma nessuno se ne accorge perché non lo dà a vedere. Par quasi sicura nella sua camminata tutta imbronciata, quasi felice di quel suo modo d’essere, sembra andarne fiera. Sembra non curarsi del parere altrui.

Sale sull’autobus e si siede sul retro. Un posto singolo per non aver nessuno a fianco. Apre un libro e inizia a sfogliarlo. La sua vita acquista il sorriso con l’aiuto della fantasia. Legge di un amore che non esiste. Legge di sentimenti che le mancano. Legge di sensazioni che non ha mai provato. Legge di emozioni che vorrebbe ma non può avere. Lei non ha un ragazzo, lei non lo avrà mai. Perché nessuno può notarla nel viavai di gambe snelle e affusolate nascoste appena da gonne che paion cinte. Nessuno può volerla fra mille sguardi marcati dal nero di una matita di prima classe e labbra rosse fuoco di rossetti waterproof. Nessuno può voler sapere cosa si nasconda sotto una visiera nera ed un maglione oversize quando c’è un’ampia scelta di corpi e volti ben in mostra.

Se decidesse di toglier quel cappello? Se decidesse di comprare maglioni di una taglia in meno? Se abbandonasse quello stile così trasandato per scoprire di avere anche lei una femminilità?

Glielo hanno consigliato in molti. Ma non sarebbe più lei.

Una sera lo aveva fatto. Stanca, decisa ad affrontare il mondo e dimostrare qualcosa a tutti. Si era lasciata agghindare, si era lasciata vestire, si era lasciata truccare. Si era lasciata “ricreare”. Si era lasciata trasformare in una nuova persona, una persona che avrebbe potuto avere il coraggio di alzare lo sguardo, che avrebbe potuto davvero non temere il giudizio altrui, che avrebbe potuto esser fiera di quel che era. E quella sera era stata notata. Quella sera, fra un cocktail e uno shottino era riuscita a sentire gli sguardi puntati verso lei. Era riuscita a sentirsi mangiata con gli occhi. Era riuscita a sentirsi desiderata. Quella sera lei era riuscita a sentirsi oggetto dei desideri nascosti degli uomini. Quella sera lei era riuscita a sentirsi donna. Femmina. Femmina, non donna. Quella sera era riuscita a sentirsi un’altra. E quella sera aveva capito che quei desideri che lei sentiva, quegli sguardi che la divoravano, quelle attenzioni, non erano rivolti a lei. Erano rivolti alla femmina che stava esternando.

Tornando a casa quella sera, la compagna in macchina l’aveva riempita di complimenti, le aveva detto che aveva fatto colpo, che era riuscita nel suo intento, che aveva vinto la scommessa con se stessa.

Tornata a casa, inebriata dall’alcol ma ancora lucida, aveva affrontato lo specchio all’entrata. Quell’immagine l’aveva disgustata. Davanti a quello specchio aveva sfilato i tacchi, poi la gonna, la camicia e il push-up, le calze e infine, guardandosi così, semi-nuda, si era per un attimo riconosciuta. Davanti allo specchio aveva tolto il trucco rivelando quella che era davvero, la solita sciatta ragazza di sempre. Le mani fra i capelli per renderli meno precisi. E il maglione oversize, e i jeans anonimi.

Quella sera per la prima volta l’immagine della sua sciattezza non le aveva fatto paura. L’aveva rassicurata. Quella sera aveva temuto di aver perso la sua essenza. Aveva temuto di essersi affezionata a quell’immagine di lei così accattivante da accecare gli sguardi altrui. Aveva temuto di esser cambiata. Di essersi venduta.

Quella sera si era addormentata vestita, nel suo maxipull, nei suoi jeans. E quella sera si era ripromessa che non l’avrebbe mai più fatto. Che sarebbe rimasta la trasandata di sempre e che, semmai avesse trovato un ragazzo, forse, avrebbe scoperto il lato femminile di lei. Ma il ragazzo l’avrebbe dovuta notare sotto la sua visiera, il ragazzo l’avrebbe dovuta amare per la sciattona qual’era. Il ragazzo avrebbe dovuto vedere qualcosa in lei e non qualcosa su di lei. Allora, forse, avrebbe regalato a lui quella femminilità che fino ad allora avrebbe tenuto nascosta.

L’autobus è arrivato a destinazione. Chiude il libro e scende. Si dirige verso l’università. Ma si ferma. Vicino ad un secchione ci sono tre gattini in uno scatolone. La madre li sta allattando. Magra e distrutta dal parto. Lei si accovaccia e per la prima volta apre le braccia in segno di apertura. Riflette un attimo e per la prima volta le vediamo comparire il sorriso sul volto. Il viso imbronciato si distende e da sotto la visiera gli occhi cominciano a brillare. Prende la scatola per portarla con se’, chissà dove. Accarezza mamma gatta che con le poche forze rimaste miagola impaurita. La rassicura. E poi si allontana con lo scatolone in mano e la famigliola di felini.

Probabilmente non se ne è accorta ma, dietro l’angolo, un ragazzo si è fermato ad osservarla. Ha sorriso e ha cominciato a seguirla. Ha puntato gli occhi su quel maglione oversize, ha puntato gli occhi su quegli anfibi sotto jeans così anonimi, ha puntato gli occhi sui capelli trasandati. Ha puntato gli occhi sulla luce che ha visto sotto quel cappello.

 

6 pensieri su “Un brutto anatroccolo”

  1. Molto bella e vera. C’é sempre qualcuno che sa vedere oltre…, ed é “oltre” che sta la vera bellezza, quella che non conosce tramonti.
    Ciao. sandra

  2. Il tuo racconto mi ha toccata profondamente…… credo proprio che questo sia scrivere… trasmettere emozioni
    Elisa

  3. ciao, pallina d’argento dorato,
    ti vedo attenta ai problemi di molte giovani donne cui vengono proposti modelli irraggiungibili.
    non so perchè stai ribattendo sullo stesso tasto, ma fai bene a dare sempre un finale positivo che sottolinea come il cuore e il cervello sono fonti di attrazioni fatali.

  4. Una storia che insegna e risolleva l’animo, chiude la porta al pessimismo, al generalizzare di chi pensa che ormai il mondo sia solo apparenza. Vale la pena di avere pazienza restando se stessi. Camuffarsi e “vendersi” non può dare vera gioia. Una soluzione troppo facile non è da donne.
    Brava e grazie di aver pubblicato questo bellissimo racconto.

  5. Ciao, mi rispecchio molto in questo racconto sai?
    Anche io vorrei essere accettata per quella che sono… ma difficilmente si riesce a trovare un ragazzo che ti apprezzi per quella che sei…
    Ormai è una vita che aspetto… eppure non sono neanche così brutta, anzi ricevo molti complimenti ma perchè allora non riesco ancora a trovare quello giusto?
    Me lo chiedo in continuazione, soprattutto vedendo per strada persone che non hanno né carattere né bellezza che si baciano, che si amano, che sono felici…

    Io non ho mai amato, chissà… forse non amerò mai, proprio come la protagonista di questo bel racconto…

    Forse sarò un Brutto anatroccolo per sempre…

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