Ritorno a casa (terra natia)

Rallentò per fermarsi al casello dell’autostrada; imboccò la corsia con l’insegna bianca e azzurra con scritto “Viacard”; si arrestò per pagare il pedaggio e ritirata la tessera, come si alzò la sbarra, si avviò verso la rampa d’uscita.
Presa la strada provinciale, mantenne un andamento meno veloce di quello che aveva sostenuto nel suo viaggio.
Sul sedile posteriore un computer portatile e il suo diario con la copertina gialla dove appuntava i suoi impegni, ma anche le sue sensazioni e le sue emozioni. Ed il motivo per cui era tornato.
Il lettore cd suonava le canzoni rock di un noto cantante italiano che gli avevano tenuto compagnia da quando era partito.
Il portacenere pieno. Aveva fumato per restare sveglio.
Nel portaoggetti il cellulare cominciò ad emettere una nevrotica melodia.
– Pronto? – dopo aver portato l’auricolare all’orecchio.
– Dove sei? – dall’altra parte del telefono.
– Sono appena uscito dall’autostrada, tra dieci minuti arrivo –.
Chiusa la telefonata e messo a posto l’auricolare, si accese un’altra sigaretta continuando la sua marcia.
“Tra poco ti riabbraccerò!”.
Si vedevano le punte estreme delle collinette che man mano crescevano e diventavano vere e proprie montagne.
Si aprivano a forma di ferro di cavallo delle estremità dell’Appennino che si prolungavano, decrescevano gradatamente nella pianura e si arrestavano qualche chilometro prima che la terra si tuffasse nel mare.
Si potevano distinguere gli uliveti, intramezzati o da piccole aree dove la roccia nuda rifletteva i raggi del sole da poco sorto o da qualche vigneto che produceva uva per un ottimo vino da tavola.
Dalla punta estrema della collinetta di sinistra si riusciva a distinguere la grande croce in legno che osservava e benediceva la pianura.
Di seguito si scorgevano le rovine di un castello e un complesso religioso abbandonato. Si addossavano l’uno all’altro ma era l’effetto della prospettiva.
La campagna si estendeva fino alle collinette e distese di alberi di noci e di nocciolo erano interrotte ai lati della carreggiata dalle case sorte come espansione dei piccoli paesi. La strada provinciale ormai era l’arteria principale di questi luoghi, permetteva di non intasare e disturbare la tranquillità dei piccoli centri abitati.
I centri storici erano situati tutti sul lato sinistro della provinciale mentre a destra sorgevano i nuovi edifici.
Continuò la sua corsa, attraversando paesini e campagne con andatura notevolmente moderata.
Passando davanti ad un cimitero fece il segno della croce e tirò un sospiro come per dire:
– sono arrivato! –
Infatti il cimitero appena passato, determinava il confine territoriale tra il comune antecedente al suo e quello dove era nato e cresciuto.
Rallentò ancora come per godersi l’aria pura e sana del verde, abituato com’era allo smog, al caos e al cemento della grande città e per ammirare accuratamente i luoghi intriseci di ricordi.
Guardò la torre medievale che un tempo era il punto di frontiera tra due feudi e che fin da bambino credeva infestata dai fantasmi.
Soffermò lo sguardo sulla nuova strada che portava al santuario, esterna al centro. Ora il santuario era raggiungibile anche con le auto.
Giunto al primo incrocio, dove c’era una scultura in ottone raffigurante l’occhio di Dio, mise la freccia e voltò verso il paese invece di continuare sulla provinciale, per altri cinquecento metri, allungando il percorso per giungere alla sua meta.
Si fermò davanti all’ingresso di un altro cimitero.
Questo apparteneva alla sua comunità e vi erano sepolti parenti ed amici.
Dall’interno dell’automobile si fece nuovamente il segno della croce; strinse le labbra, ingranò la prima e ripartì.
Si addentrò sempre più nel piccolo centro abitato. La strada era più stretta e la pavimentazione in basoli sostituiva quella in asfalto.
In prossimità della piazza fu costretto ad arrestarsi, un’auto ferma davanti al bar.
Fissò la chiesa, alla sua sinistra; si soffermò sulle due stradine che la fiancheggiavano.
Era la caratteristica di quell’edificio centrale racchiuso tra due strade che spezzavano la monotonia delle facciate dei palazzi circostanti e ne risaltavano l’importanza e l’imponenza su una piazza di piccole dimensioni.
L’auto che era davanti al bar ripartì e così anche lui, voltò a destra e si diresse verso casa.
Parcheggiò la Mini Cooper nera nel cortile della palazzina, prese le sue cose e salì le scale.
La porta dell’appartamento al terzo piano era aperta e sull’uscio una donna ad aspettarlo.
Lo abbracciò e lui fece lo stesso con la stessa intensità.
Si sedette sulla sedia a sdraio davanti al camino oramai spento e vedendo la macchinetta del caffè fumante disse:
– Ci voleva un buon caffè, sei sempre unica mamma! –
La donna zuccherò il caffè, lo versò nelle tazzine e ne porse una al figlio:
– Sei stanco per il viaggio, vuoi riposarti?-
– No, riposerò stanotte! –
– Allora, hai trovato una fidanzata?-
– Pensi sempre alla stessa cosa? No! non mi serve una fidanzata. –
– Vivi da solo in una grande città, hai bisogno di una donna! – insistette la madre.
– Mamma smettila e non ricominciare. – troncò il discorso.
Sospirò.
L’insistenza della madre gli riportò alla mente il viaggio in America di qualche mese prima. La mattina del suo ritorno in Italia. L’appartamento a New York della donna che amava.
Lei che gli diceva che non potevano più stare insieme, che non doveva più tornare, che non lo amava.
E il rumore della serratura a sette mandate che si chiudeva dietro di lui mentre aspettava l’ascensore.
Si accese una sigaretta, e cominciò a fare zapping.
Girando i canali si addormentò sulla sdraio col telecomando in mano.
– Sveglia! Sveglia! –
Aprì gli occhi e tutto assonnato non si rese conto di dove fosse.
Lentamente mise a fuoco l’immagine della donna che lo aveva svegliato.
– Oh mamma! Mi sono appisolato, che ore sono?-
– Sono le dieci e mezza. Io vado al funerale. -.
Si ricordo improvvisamente il motivo per cui era ritornato e che lo aveva fatto viaggiare tutta la notte.
Un bambino di dieci anni. Figlio del suo migliore amico, un fratello.
Era stato presente quando è nato. L’aveva accompagnato in chiesa il giorno del suo battesimo. Lo fece ballare e cantare durante la festa per la sua prima comunione.
Un tumore al cervello lo aveva spezzato.
Lo stomaco gli si strinse come in una morsa. Non era dolore. Già l’aveva metabolizzato da quando gli era stato detto della malattia. Era rabbia!
Da quello che gli era stato raccontato non era né il primo né l’unico. Da un bel po’ di tempo quell’orribile mostro mieteva vittime in una piccola comunità dove tutti si conoscono.
“Che cosa sta succedendo? Non possono morire così tante persone. Bambini poi?
Maledetto quell’infernale fuoco che arde nella viscere di questa terra una volta felice!”

2 pensieri su “Ritorno a casa (terra natia)”

  1. È un bel racconto, spero abbia un seguito e che magari sia a puntate. La penna serve anche a questo: a dar sfogo ai propri sentimenti, a denunciare ciò che i signori della morte seminano con l’osannare il dio quattrino, senza pensare che in fondo, viviamo tutti sotto lo stesso cielo.
    Sandra

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