L’ironia della sorte

Un tram. Mille pensieri per la mente. Solitudine: l’insolente amica di sempre mi accompagna da una vita. Una lacrima nascosta scorre lungo il mio zigomo. Mi affretto ad asciugarla mentre ruoto rapidamente il capo verso il finestrino. Nessuno deve vedere. Nessuno deve sapere. Nessuno può capire. Il mondo corre rapido guardandolo dal vetro del tram. Vedo una bambina vestita di rosa che sorride. Sorrido. Il tempo di sorridere e non la vedo più. Il tram si ferma. Quante persone alla fermata. Una vecchietta cammina lentamente. A fatica sale sul tram. Dal fondo del tram osservo la scena. Zoppica un po’. Deve aver dimenticato il bastone. Le porte si chiudono e il tram riparte. La vecchietta barcolla un po’. Probabilmente è affetta dal tipico orgoglio senile perché non accenna a chiedere aiuto. E nessuno si offre. Si appoggia ad un sedile. Seduto, un uomo sfoglia un quotidiano. Un uomo distinto, vestito per bene. Abito firmato, barba rasata a pennello, capelli in ordine e scarpe lucide. Una valigetta ventiquattrore al suo fianco. Il tram rallenta e si arresta al semaforo rosso. Riparte. La vecchietta barcolla. Nessuno si alza per cederle il posto, nessuno. Non si alza il signore distinto. Non si alza il giovanotto troppo intento a giocare con l’i-pod. Non si alza la signora stanca con le buste della spesa. Non si alza la ragazza con i tacchi troppo alti. Dal fondo del tram mi accingo a cederle il posto io. Mi alzo e mi avvicino. Ma il tram si ferma per la prossima fermata. Sale molta gente. La vecchietta immobile si confonde fra la folla. Non la distinguo più. Mi faccio strada chiedendo permesso. Nessuno si sposta. Inciampo sulla valigetta ventiquattrore e cado addosso alla ragazza dai tacchi alti che sbuffando indignata m’incita a stare più attenta. C’è troppa gente. Non ritrovo più la vecchia signora. Aspetterò la prossima fermata per capire che fine abbia fatto. Io ho perso il mio posto e lei sarà ancora in piedi. “E’ un mondo di merda” penso “e sono sola”. Non posso piangere ora, non posso. Non ho un finestrino oltre il quale nascondere il mio pianto. Mi mordo il labbro a sangue nel tentativo di annientare il dolore che ho dentro. Sento il suono di una chitarra in lontananza. Dal fondo del tram una voce che canta in un italiano biascicato. Le parole non son del tutto comprensibili ma capisco subito di che canzone si tratta. Un “Dimmi quando tu verrai” misto ad un “volare”. Il classico mix che s’insegna ai mendicanti per spillare qualche soldo sui mezzi. Lo senti sotto la metro, negli autobus, nei tram. A volte persino nel treno se le tratte son brevi. Non vedo il cantante ma dalla pronuncia si capisce che certamente non è italiano. Dallo strascico delle finali direi che ha bevuto non poco. Il tram si ferma. Gran parte della folla scende. Sfollato, ormai quasi vuoto, il tram offre una decina di posti liberi. La vecchietta finalmente si siede. Prendo posto davanti a lei. Posa la borsetta sulle ginocchia e con respiro affannoso comincia a frugarci dentro. La musica ora arriva più chiara. Il cantante è vicino a noi, ben visibile. Le mie impressioni non vengono smentite. E’ chiaramente straniero. Carnagione mulatta, media altezza, capelli sudici e incolti, qualche rasta non voluto. Abiti sgualciti e scoordinati. Pantaloni vecchi e troppo grandi. Una felpa presa chiaramente da un bidone. Occhi opachi e appannati. Avrà neanche trent’anni e probabilmente non è un semplice ubriaco, ma un tossico. Fra gli abiti malconci e il sudiciume spicca limpida la chitarra. Nuova. Sicuramente rubata, altrimenti non spiega come possa permettersela e non permettersi un aspetto più dignitoso. Forse è uno zingaro, chi lo sa. Una cosa è certa: fa paura. La xenofobia dilaga nel mondo ed io ne sono infetta: portatrice insana. Se vedo un sospetto cambio strada, non passo vicino agli zingari, evito i neri, non entro nei bar in cui ci sono gli slavi, scappo da chi beve. Sono razzista? No xenofobia. La vecchietta continua a frugare e finalmente trova quel che cercava: il suo borsellino. Lui continua a cantare e suonare. Poi la musica si arresta. Lui comincia a girare per il tram chiedendo qualche spicciolo per il suo numero. Si avvicina a me a mano tesa. Una mano che non smentisce il suo aspetto. Rovinata. Sporca. Affondo le mani nelle tasche come faccio sempre e gli do un euro. Non lo faccio per spirito di carità. Lo faccio per paura. Se gli do qualcosa mi lascerà stare. Anche la vecchietta lascia cadere qualche soldo. Mi alzo, è arrivata la mia fermata. Vengo colta dal panico quando mi accorgo che anche lui deve scendere. “Potrei scendere alla prossima” penso. Alzo lo sguardo per osservarlo meglio. La mia fermata è in un luogo buio e poco frequentato. Sono le nove di sera. Non passa mai nessuno. Ho paura. A vederlo da più vicino è ancora più terrificante. Penso alla mia solitudine. Penso che se mi succedesse qualcosa nessuno piangerebbe. Penso che potrebbe non essere un male. Penso che forse sarebbe la soluzione più giusta. Voglio cacciare questi pensieri e son quasi decisa a scendere alla fermata successiva quando si alza la vecchietta per scendere a quella fermata. Non posso lasciarla sola. Penso sia un segno del destino. Penso che non abbia senso evitare questo pericolo. Penso ci sia poco da difendere nella mia vita. Penso sia più giusto e utile difendere quella della vecchietta. Il tram si ferma. Le porte si aprono. La vecchietta scende a fatica. L’aiuto. Lei mi ringrazia. L’ubriaco si allontana. Mi sento al sicuro e quasi provo un senso di sconforto. Sarebbe bello essere in pericolo per poter far preoccupare chi ti dà per scontata. Ma tanto nessuno si preoccuperebbe. Nessuno piangerebbe. L’ubriaco ricomincia a suonare allontanandosi. Ma stavolta a modo suo interpreta una “Caruso” ritmata. Alle parole “te vojo bene assai” non resisto. Il senso di solitudine raggiunge un punto di non ritorno. Nessuno mi vuole bene. Nessuno dice a me quelle parole. Nessuno sentirebbe la mia mancanza. Scatto senza pensare. Sia quel che sia. “Scusa! Fermati!” E mentre parlo, sento il brivido della paura. Io che sempre evito il pericolo ora mi accingo ad abbracciarlo cercandolo a braccia aperte. Mi sento come il suicida che ha appena mandato giù la boccetta intera di sonniferi e si rende conto di non poter più tornare indietro. E si rende conto di aver perso. E si rende conto che in fondo era l’unica cosa da fare. E potrebbe vomitare ma non lo fa perchè, se sei arrivato a tanto, portare a termine il lavoro è l’unica soluzione giusta. “Che c’è?” Si volta e mi risponde minaccioso. Potrei scappare ma so che l’unica cosa giusta da fare è andare avanti e sperare che nel derubarmi e farmi male non sia troppo crudele. “Voglio darti più di qualche spicciolo”. “ Il suo sguardo si fa interessato mentre tiro fuori il portafoglio. So che vedrà i soldi dell’affitto. So che li vorrà. So che vorrà derubarmi e so che in quel deserto non troverà difficoltà. Io mi opporrò e lui mi farà del male e poi chissà, magari mi ucciderà. Tiro fuori 50 euro dal portafoglio e vedo i suoi occhi fremere, inebriarsi alla vista di quella tentazione. “Questi sono tuoi, se canterai per me Caruso fingendo d’esser sincero. “Non si può fuggire. Ormai è fatta. Comincia il count-down verso la fine e sento i brividi del terrore percuotermi rasserenandomi: il dolore e la solitudine saran presto finite. Gli porgo i 50 euro e guardando a terra a occhi chiusi lascio che una lacrima bagni il mio viso: nessuno piangerà, nessuno sentirà la mia mancanza, nessuno se ne accorgerà. A occhi chiusi lo sento cantare quella canzone che così ritmata par quasi sconosciuta. Si sforza di non esser solo un mendicante ubriaco, si sforza di sembrar sincero. Ogni nota è un secondo in meno alla fine e, già meravigliata dal fatto che abbia cantato e non mi abbia solo derubato, attendo il termine di quella melodia assaporandone le parole. Poi non odo più nulla e, mentre attendo la fine ad occhi chiusi, sento che mi afferra la mano. Eccoci ci siamo. Eppure non mi strattona, non mi mena, non mi fa male. Cosa attende mi chiedo, non è forse un criminale? Mi afferra la mano e sento i 50 euro scivolar via. Poi li pone nel mio palmo aperto e serra il mio pugno. Ad occhi chiusi attendo e odo la voce sua: “Vai a cercar chi non finge d’esser sincero. Ne vale la pena. Son solo un ubriaco ma non posso vender un sogno che non può esser comprato. “Sento la musica allontanarsi e quando apro gli occhi lo vedo camminare canticchiando verso la prossima fermata. La sua notte comincia ora per poter mendicare alla ricerca di qualche spiccio per mangiare, bere e magari potersi anche drogare. Un segno del destino m’impone di rifiutare il desiderio di suicidio e tornare a lottare. Due giorni dopo sul giornale la sua foto. Spinto sotto il tram durante uno scontro. Due ragazzi pretendevano restituisse loro il portafoglio appena rubato. Lui aveva dichiarato di non averlo e loro lo avevano percosso violentemente. Aveva tentato di difendersi e loro lo avevano spinto. Il tram aveva cercato di frenare ma non aveva fatto in tempo. Dalla perquisizione risultò che non era in possesso di alcuna refurtiva.

 

4 pensieri su “L’ironia della sorte”

  1. ben scritto e pregevole l’intento morale, ma, con i tempi che corrono, nessuno ti crederà….

  2. Complimenti, un bel racconto e scritto molto bene.
    Non ne abbiamo colpa, penso, leggiamo i giornali, ascoltiamo la televisione, non é solo essere prevenuti, é la realtà, poi…, capita l’errore, troviamo un ussere umano apparentemente balordo e nell’animo é un signore? Come si fa a riconoscerlo? Forse dovremmo rischiare di più, o immedesimarsi nell’essere umano in quanto tale.
    Tu hai scoperto la tua verità.
    Sandra

  3. Brava è un racconto bellissimo, toccante e crudo. Spero che quella ragazza così triste e sola non sia tu, perché non è giusto dimenarsi nei mali della vita. Ci sono anche tante cose belle e chi è sensibile può apprezzarle più degli altri. In cambio deve soffrire di più per le ingiustizie.

  4. Bhè il rischio fa paura a tutti, ma che però questo ci impedisca di vivere, perchè da paurosi si può cadere più in basso e non ne varrebbe la pena.

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