Estate romana

Fagiolo ci aspettava alla stazione Termini. Arrivammo alle sei di pomeriggio dopo un simpatico viaggio in treno tipo carro bestiame.
Io e Magda eravamo partiti dieci ore prima dal nostro paesello alle pendici dell’Etna. L’università a Roma, ne parlavamo da almeno due anni. Da quando mio cugino, che era diventato romano d’adozione fingendo di studiare legge, ne parlava in modo entusiasta.
“Giulio” mi diceva “è un altro mondo. E’ un posto magico che ti accoglie e ti fa sentire a casa. Vai in giro e ti senti in vacanza, la gente sorride, parla volentieri, ovunque è pieno di giovani, di turisti”
e continuava
“entri in un bar alle due di notte, ordini un digestivo, ti si affianca la guardia giurata che è lì a prendere il caffé, ti mette un braccio intorno alle spalle e ti fa: – guarda che se hai magnàto troppo e devi da digerì è mejo che te fai un canarino – e intanto spiega al barista – ahò, mettece acqua calda, limone, un pizzico di bicarbonato – … dopo due minuti giureresti che tu con il barista e la guardia devi esserci andato a scuola insieme! Vai dal giornalaio per comprare un quotidiano, tiri fuori cinquanta euro e gli fai – mi spiace, ho solo questi – lui te li strappa dalle mani e fa: – ce l’avevi! – e ride. E anche quello ti sembra di conoscerlo da anni. L’altro giorno dal pizzettaro sotto casa la ragazza di solito chiede: – la mangi qui o la porti via? – a dei ragazzi ha chiesto: – la mangiate? – e quelli in coro: – no, sa damo ‘nfaccia! – mimando il gesto con la mano. E’ una voglia di socializzare e di ridere che è nell’aria. Una voglia contagiosa!”
Roma la capitale. Roma clima benedetto dagli dei. Sole e ponentino.
Eravamo sbarcati da quel treno puzzolente carichi di belle speranze e anche un po’ spaventati. Fagiolo ci aveva consigliato di raggiungerlo un paio di mesi prima dell’inizio dell’università per trovare casa e cominciare ad ambientarci. Per fare amicizia con la città, diceva lui. Poi l’Estate Romana era l’acme di tutto ciò che ci andava decantando. Vita, concerti, feste, una sorta di lungo carnevale.
“Venite a luglio” ci aveva detto “siete ospiti da me tanto il ragazzo con cui divido l’appartamento non c’è. L’estate torna in Germania”.
Fagiolo aveva una vecchia Fiat 132 bianca, non credevo ne circolassero ancora. Faceva un po’ meno rumore e un po’ meno fumo di una locomotiva a vapore. Ci infilammo dentro e partimmo per il tour della city.
Scendemmo verso i Fori Imperiali, poi sbucammo davanti al Colosseo, quindi costeggiammo le Terme di Caracalla e il Circo Massimo. Se socchiudevo gli occhi avevo la netta sensazione di veder correre le bighe. Tutto da rimanere a bocca aperta. Quelle mura, quelle pietre sono lì da migliaia di anni, chissà quante ne hanno viste, pensavo. Mi sentii secoli di storia scorrere a fotogrammi veloci davanti gli occhi. Ti sembra di toccarla la storia, di sentirla sulla pelle. Eravamo felici ed eccitati. Con la centotrentadue che sobbalzava sui sampietrini costeggiammo Lungo Tevere e parcheggiammo in modo davvero delinquenziale all’altezza di Trastevere.
Il tour proseguiva a piedi.
Passeggiando per il centro sembrava di essere in un’affollata località di mare alla moda. Stranieri in pantaloncini e canottiera, tutti abbronzati, molti con in mano gelati multicolori, persino troppo! E poi colori, suoni, odori. Stuzzicanti profumi che venivano fuori dalle decine di trattorie e pizzerie: fritti, sughi, amatriciane. La colonna sonora costante dell’acqua delle fontane, le tante fontane che ornano le piazze romane. Quei mille rivoli di ruscelli cittadini ti massaggiano dentro. Il suono stimola un piacere ancestrale, ti entra dalle orecchie e scende giù dritto lungo la nuca, le spalle e la schiena.
“Vado spesso in giro eppure ogni volta, vi giuro ogni volta, scopro un angolo che non conosco, uno scorcio che non ho mai visto. E’ uno spettacolo!”
Era sempre mio cugino e Magda disse:
“si, ok, abbiamo capito, sei completamente innamorato, però ora ho fame. Molta”.
Magda mangiava come un camionista ma aveva un organismo che funzionava come un orologio. Bruciava tutto, era magra e atletica. E bellissima anche. Con i suoi capelli lisci e neri, i suoi occhi giganti, verdi ed un magnifico perenne sorriso. Anche io per la verità in quanto a mangiare non andavo tanto per il sottile. Ma il mio organismo bruciava decisamente molto meno.
“Si, ho fame anche io, con tutti questi profumi!”
dissi e Fagiolo confermò:
“come dicono qua si è fatta una certa…
e ci guidò verso un piccolo locale alle spalle di Campo dei Fiori dove friggono il baccalà da decenni. Un piccolo pezzo di storia del quartiere. Mangiammo pane caldo con burro e alici ed una vassoiata di filetti di baccalà fritti in modo magistrale. Il tutto annaffiato con un vinello bianco secco che scendeva giù come acqua fresca.
Poi attraversammo Ponte Sisto e proseguimmo le chiacchiere ed i progetti a zonzo per Trastevere. Ogni tanto facevamo un pit-stop a birra e quando ci sedemmo sulle scale di Santa Maria in Trastevere eravamo tutti e tre belli inciucchiti dall’alcool. Fagiolo tirò fuori un sacchetto di erba e confezionò con rara maestria un bel cannone che dividemmo in amicizia.
Più tardi raggiungemmo casa sua. Abitava nel cuore di San Lorenzo. Anche fra queste viuzze brulicavano i giovani, le birre ed un allegro brusio. L’appartamento era troppo bello! Una grande sala che sembrava un locale underground. Cuscinoni a terra, tappeti, luci soffuse, una parete completamente dipinta da un loro amico writer, sfondo blu ed esplosioni di colori stile vagoni dei treni della metropolinana di New York. La cucina, con il frigo gonfio di birra e ogni genere di schifezze ricche di conservanti e nitrati. Quindi le due camere da letto, una di Fagiolo ed una di Ludwig, cioè la nostra.
Era la casa ideale per ricevere amici, pensai. Crollammo dal sonno.

***

Sveglia con calma e fuori a fare colazione. Fagiolo era uscito e in quanto al clima aveva ragione: caldo ma con la brezzolina che rendeva il sole davvero piacevole. Riprendemmo le funzioni vitali davanti a cappuccino e maritozzo con panna. Che goduria. Dovevamo cercare casa e regalarci qualche giorno di vacanze romane. Magda ed io stavamo assieme ormai da tre anni, un amore nato tra i banchi del liceo che stava crescendo con noi. Ci guardavamo negli occhi ed eravamo convinti che il mondo fossimo solo noi due. Saremmo andati a vivere insieme ed eravamo gasatissimi.
Comprammo Porta Portese e cominciammo a spulciare gli annunci degli affitti e prendere appuntamenti. Un delirio.
“Giulio, ma chiedono tutti una follia!” disse Magda
“dai non ti scoraggiare (in realtà ero più scoraggiato di lei!), le occasioni sono rare, bisogna cercare, telefonare, vedrai qualcosa salta fuori”.
Prendemmo degli appuntamenti e vedemmo delle situazioni assurde. Minuscoli monolocali in piani seminterrati spacciati per ampi loft. Case indecorose e squallide, semivuote, presentate al telefono come splendidi appartamenti completamente arredati.
Eravamo davvero molto abbattuti.
Il morale tornò alto andando a vedere e sentire il concerto dei Sud Sound System che suonavano a Villa Ada. Una serata fantastica. Concertone in uno scenario superbo. Verde, piante enormi, laghetto, … sembrava di essere nel cuore del Borneo! E poi, a concerto finito, bonghi, birra e chitarre fino a tarda notte.
Sveglia sempre molto lenta con il sole già alto e questa volta colazione direttamente a base di tonnarelli fumanti cacio e pepe. Il mattino ha l’oro in bocca dice mia nonna! Poi all’università per raccogliere le informazioni per l’iscrizione, i documenti, tutto il necessaire insomma. L’idea di ricominciare a telefonare ai matti che fittavano case agli studenti ci terrorizzava.
“Allora ragazzi come vanno le ricerche?”
disse Fagiolo, mentre eravamo nel salone di casa sua insieme ad altri amici. Quella casa era sempre piena di gente!
“Per la verità molto male” risposi io
“abbiamo visto solo schifezze assurde a prezzi da emiri arabi” rincarò Magda.
Intervenne il Secco, che in realtà pesava cento chili abbondanti
“non è facile, dovete insistere, bisogna comprare il giornale la mattina presto, appena aprono le prime edicole e telefonare subito. E’ l’unico modo per mettere le mani sulle rarissime case decenti a prezzi onesti!”
“Secco ha ragione” disse Zaele, un ragazzo alto e magro di origine etiope, che stava armeggiando allo stereo. Musica a palla. Restammo così, ad ascoltare indie-rock in pieno relax e con la stanza che andava riempendosi di fumo profumato.
La sera ci portarono alle Capannelle dove imperava una rutilante festa caraibico-sudamericana, tanta musica, salsa, cibi esotici e cocktails a base di rhum. Un tuffo spazio-temporale all’Havana! Tentammo qualche passo di salsa ma mentre Magda era naturalmente portata per il ballo con quel suo corpo agile e scattante, io sembravo più che altro una grossa mozzarella che vibrava su una lavatrice in piena centrifuga. C’erano anche i due amici di Fagiolo che avevamo conosciuto al pomeriggio ai quali si erano aggiunti Tatiana e Fede. Lei belloccia, simpatica e un pò in carne. Lui invece appena sbarcato direttamente da Woodstock, capelli lunghi legati sulla fronte da un laccetto, barba incolta, vestiti larghi e sandali di cuoio. Che tipo.
Tornammo a casa verso le cinque e non andammo nemmeno a dormire. Massiccia dose di caffè, doccia e pronti alle sei davanti l’edicola della stazione per comprare la prima copia ancora calda del giornale di annunci. La tecnica funzionò. Ci prendemmo tre saluti di cuore: rispettivamente un malimortaccivostra, un mavvaamorìammazzato e un mavattelapijànderculo. Ma alla quarta telefonata beccammo la mosca bianca, la rara persona onesta che non aveva come unico obiettivo quello di spennare gli studenti fuori sede. Ci mostrò dopo un paio di ore un appartamento con addirittura due camere da letto, anche discretamente arredato, in una stradina interna sulla Tiburtina. Ci era andata persino troppo di lusso. La spesa era sopportabile e quindi affare fatto.
Bottiglia di spumante per noi e bottiglia di Jack Daniels in omaggio per casa Fagiolo.

***

Eravamo su di giri ed organizzammo una festicciola. Comprammo da bere per un esercito e preparammo panini, tramezzini e torte salate. Mio cugino invitò un po’ di amici. Alla fine il salone-pub era pieno di ragazzi. Nel pieno della serata, dopo aver dispensato tequila bum bum a piene mani ci chiudemmo nella stanza di Ludwig e facemmo l’amore discretamente ubriachi.
Il mattino seguente, mentre Magda riempiva un vassoio di avanzi per la colazione, mi guardai intorno. Il ragazzo tedesco possedeva una poderosa collezione di boccali di birra sparsi ovunque, sulla libreria, per terra, sul termosifone. In un angolo della stanza, talmente piena di roba da non riuscire nemmeno a vedere il colore delle pareti, notai un vecchio stereo anni settanta. Amplificatore, giradischi, radio e due grandi casse di legno. Il tutto accatastato un pezzo sull’altro. Era evidente dalla polvere e dall’incuria che nessuno lo usava da anni. Breakfast all’inglese con panini e birra e poi a ripulire il tutto. In casa sembrava fosse scoppiata una bomba di tovaglioli di carta unti, briciole, pezzi di frittata, mozziconi di sigarette, filtrini, bottiglie di birra e di tequila, …
Incrociai nel piccolo corridoio Fagiolo che si era appena alzato e gli chiesi:
“ma lo stereo nella nostra stanza di chi è? Funziona? Posso provare a metterlo insieme? Posso prenderlo?”
mio cugino mi guardò con gli occhi semichiusi
“puoi farmi una domanda alla volta e parlarmi più lentamente per favore? Ho una specie di ronzio tipo trapano del dentista che mi passa da orecchio a orecchio…”
“ok, scusa. Ti faccio un caffé”.
Dopo il caffé tornai alla carica. Lo stereo era lì da sempre, era di Ludwig che abitava in quella casa prima di mio cugino. Non lo aveva mai acceso né usato.
“Quindi se riesco a farlo funzionare posso prenderlo in prestito? Sai la casa che abbiamo preso ha quasi tutto ma niente musica! Poi glielo riporto, anzi gli faccio il favore di pulirlo, rimetterlo in ordine…”
Fagiolo mi interruppe:
“va bene, mi stai stonando. Prendilo pure, non credo ci siano problemi. E’ lì da anni, però mi raccomando se Ludwig lo rivuole ritorna al suo posto, ok?”
“Chiaro come il sole”.
Evvai, avevamo la musica e quel coso doveva sentirsi anche bene! Quelle belle casse di legno non le facevano più, ora vendevano quei piccoli mostri con un’acustica pessima. E poi il giradischi, che figata, avrei portato a Roma anche qualche vinile di mio padre che ne aveva di belli: Doors, Clash, Pink Floyd, Police, Bob Marley. Avrei anche collegato l’iPod nell’entrata della radio avevo già visto che si poteva fare con un paio di cavi e spinotti.
Il giorno stesso portai lo stereo a casa nuova. Era pieno di polvere, cavolo quanto pesavano quelle casse, ad una tolsi la protezione di tela dalla parte anteriore e vidi a malincuore che un woofer era sfondato. Si sentivano dei pezzi dentro che si muovevano e sbattevano. Pezzi dell’altoparlante, pensai. Tutto a tempo debito.
Posai lo stereo in un angolo del soggiorno, tolsi un po’ di polvere e lo lasciai così, ci avrei pensato a settembre.
Dissi a Magda:
“abbiamo la musica”
sorrise, mi guardò dritto negli occhi e mi diede un bacio.

***

Giulio, mi dispiace, dovete lasciare la stanza. Ha chiamato Ludwig e mi ha avvisato che stasera viene un suo amico e resterà uno o due giorni. Io per la verità non gli avevo detto di voi due quindi…”
mio cugino mi aveva accolto così.
“Nessun problema. Andremo a casa nuova, anche se siamo un po’ accampati e poi torniamo giù in Sicilia, tanto le cose che dovevamo fare le abbiamo sistemate. Dai ci vediamo domani.”
“Perfetto, a domani e scusami!”
“Ma scusa di che! Scherzi? La stanza è la sua!”
Prendemmo gli zaini e ci trasferimmo. Oltre all’arredamento non c’era granché. Niente lenzuola, né asciugamani, solo il minimo indispensabile in cucina, noi due e lo stereo muto.
Uscimmo e mangiammo due enormi panini piccanti con kebab e cipolla approfittando di una festa etnica. Poi andammo a un concerto dei Marlene Kuntz, in assoluto uno dei nostri gruppi preferiti, al Circolo degli Artisti. Un grande garage all’inizio della Casilina vecchia circondato da un giardino con un mucchio di gente alternativa. Atmosfera micidiale, sembrava di essere in un locale newyorkese, londinese. Di quelli seri. Era la prima volta che li sentivamo suonare dal vivo. Un’emozione violenta a fior di pelle e dentro il petto. Nuotando nell’aria, una loro canzone. Così mi sentivo. Musica ad altissimo livello. Chitarre strizzate e carezzate. Elettricità pura. E poesia.
Avevamo cantato tutta la sera a squarciagola. Saltato, ballato e pogato.
Eravamo persino riusciti a digerire il kebab con la cipolla…
Passammo poi la nostra prima notte a casa nuova facendo l’amore sui materassi dei due letti che avevamo unito.

***

Avevamo deciso di ripartire, andammo a salutare Fagiolo.
Appena entrati in casa mi si parò davanti un brutto ceffo.
Mi aggredì con un forte accento veneto e con la sua faccia a pochi centimetri dalla mia:
“Dov’è lo stereo?”
e giù un cazzottone nella pancia senza aspettare risposta.
Piegato in due vidi che c’era un altro ceffo, non meno brutto del primo e al suo fianco Fagiolo, che pure non era uno smidollato, con un bell’occhio nero.
Decisi che era meglio non reagire:
“A casa mia ma…”
e giù un altro cazzotto questa volta in faccia. Caddi a terra. Guardai Fagiolo.
Magda era impietrita dietro di me.
Ma che cazzo sta succedendo? Pensai.
Il tipo disse: “Andiamo a prenderlo. Subito!”
Uscimmo tutti e cinque con la centotrentadue. Non era l’ideale per non dare nell’occhio. Guidò il brutto ceffo numero due. Arrivammo a casa nostra. Entrammo. Uno dei compari ci teneva d’occhio e l’altro infilava nervosamente le braccia nelle casse dello stereo. Dal fondo.
Nelle sue mani si materializzarono diversi panetti bianchi.
Cocaina purissima per un valore di centinaia di migliaia di euro. Il caro Ludwig era in un giro bello pesante! Ci spaventammo a morte. In quel momento avrei voluto uccidere mio cugino che, scoprii dopo, era all’oscuro di tutto. Il fesso.
Quando Ludwig partiva non lasciava mai tracce ma questa volta i suoi amici sarebbero dovuti passare dopo pochi giorni. Svuotato lo stereo i due ci diedero ancora un paio di ceffoni. Soltanto Magda venne esentata dal trattamento. Credo grazie ai suoi occhioni sexy.
Il brutto ceffo uno con uno sguardo da belva feroce e puntandoci il dito contro aggiunse:
“se ne fate parola con qualcuno siete carne morta”.
Passai una delle ore più angoscianti della mia vita.
Quando cominciai a sospettare cosa stessero cercando il mio cervello andava a duecento all’ora e sudavo freddo:
– Se i due sono pedinati dalla polizia? Se qualcuno ci ha seguito? E chi glielo spiega che noi non c’entriamo nulla? –
Mi vedevo già al commissariato, con la foto sui giornali e i miei genitori disperati.
La roba stava a casa mia. Era una prova criminale di quelle cristalline! Eravamo lì che quelli controllavano che ci fosse tutto ed io continuavo a pensare
– Ecco, ora sfondano la porta e gridano: “fermi tutti polizia”, porcaputtana porcaputtana porcaputtana!!! –
Invece i due misero le buste nel doppiofondo di una borsa di pelle nera, piena di medicinali. E andarono via.
La polizia non arrivò.
Noi rimanemmo immobili a guardarci senza fare un fiato.

***

Qualche mese dopo la disavventura divenne solo un brutto ricordo.
Iniziarono i corsi all’università. Comprammo un piccolo stereo, nuovo. Niente vinili di papà.
E Fagiolo venne a vivere con noi.
Ogni tanto davanti ad una birra ancora oggi mi guarda, scuote la testa, e mi chiede scusa.

nota: questo racconto è stato pubblicato nel Libro “Estate Romana” (edizioni Edilet) con il titolo “Lo stereo” in quanto finalista e quinto classificato del Concorso Letteraio “Roma da Scrivere: l’Estate Romana 2007” (Comune di Roma ed Edilazio).

 

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