Il cerchio di ghisa

Venti quintali di ghisa. Ledion osservò solo per un attimo il pesante cerchio che gli stava davanti. Da quando lavorava in fonderia, al reparto “sabbiatura e sbavatura”, conosceva bene quei cerchi e il loro peso, e sapeva che gli occorrevano quasi dieci ore per lavorarli, per finirli.
Ledion non voleva perdere altro tempo: come ogni giorno era venuto di buon’ora al lavoro, ma quel sabato mattina aveva perso già parecchio tempo per buttare via, insieme ad altri tre compagni che si erano resi disponibili a fare ore di lavoro straordinario, l’acqua che durante un temporale notturno aveva invaso l’officina attraverso i finestroni rotti e un portone sgangherato. Se tutta l’acqua piovana non fosse stata raccolta e gettata fuori dal capannone, si sarebbe corso il rischio che accendendo gli interruttori della corrente elettrica si verificasse un pericoloso corto circuito.

Indossati gli occhialini di protezione e dei sudici guanti, Ledion impugnò la mola per il manico consumato e iniziò a lavorare il cerchio di ghisa eliminando le “materozze”.
Gli piaceva stare in fonderia e anche se parlava poco con i suoi compagni, si era adattato a questo lavoro e non aveva paura quando la lama rotante della mola faceva scintille a contatto con la ghisa. A volte pensava a suo padre che rimasto in Albania a fare il muratore per poche migliaia di lire e per interminabili giornate di lavoro.
I suoi genitori non erano stati contenti della sua decisione di venire in Italia, ma lui era convinto della sua scelta. Sì, aveva fatto bene, anche se aveva corso tanti rischi.

A distanza di un anno e cinque mesi dal suo sbarco sulle coste pugliesi, Ledion ricordava il viaggio fatto in gommone come se fosse avvenuto la sera prima. Alla partenza dalle coste albanesi c’erano decine di imbarcazioni e sul suo gommone avevano preso posto almeno ventiquattro persone e un uomo col mitra.
Arrivati in prossimità delle coste italiane furono intercettati da un elicottero della Guardia di Finanza che iniziò a illuminare di volta in volta le imbarcazioni con un potente faro nel vano tentativo di far desistere i traghettatori dal loro proposito di raggiungere la spiaggia: il fascio luminoso si poggiava a tratti sulle imbarcazioni, incutendo il terrore tra le donne incinte e i bambini e facendo innervosire i timonieri.
I gommoni, però, erano veloci e si lasciavano dietro una scia e con essa, forse, la fame di ogni giorno e le incognite e i timori per un futuro incerto.
Con i suoi compagni di viaggio Ledion sbarcò su una spiaggia, ad attenderli un maresciallo dei carabinieri in borghese che li indirizzò subito verso una strada, a meno di cento metri dalla riva, dove c’erano tassisti che si facevano pagare centoventimila lire a testa. Una giovane donna di Tirana che non aveva i soldi per pagare il trasporto in auto si appartò dietro a dei cespugli col carabiniere, ma gli altri, tutti, pagarono e in ogni auto riuscivano ad entrarci anche cinque persone.
E fu così che ad una vicina stazione ferroviaria Ledion arrivò in taxi; salì al volo sul primo treno e dal finestrino aperto gli arrivava in faccia l’aria forte e pungente della libertà.
Nella notte buia il treno correva e Ledion si sentiva felice, libero.

Ora era in quella fonderia e i problemi non gli mancavano. Lui però era testardo, si impegnava e lottava anche con i denti. Da quella stessa sera avrebbe dormito finalmente in una casa: fino a quella mattina, infatti, aveva diviso con dei connazionali un casolare abbandonato nella zona di Castagnole, poco fuori dalla città di Treviso, senza acqua e senza luce. Ma ora i soldi li aveva e aveva trovato, grazie a un prete, anche la generosità di una famiglia di Santa Maria del Rovere che gli affittava un mini appartamento nei pressi della zona industriale di Quinto di Treviso.
A uno ad uno il giovane Ledion avrebbe realizzato tutti i suoi progetti: un lavoro dignitoso, una casa, una famiglia propria e le ferie da trascorrere in Albania dove il padre continuava a rompersi la schiena per una manciata di soldi.

La lama della mola girava vorticosamente, faceva scintille e Ledion percepiva il sudore sulla propria pelle e faceva progetti.
È giovane Ledion, nemmeno ventitré anni. Gli piace lavorare e cerca di stare lontano dai guai. Purtroppo certi guai vengono da soli come quando era di leva obbligatoria. Durante il suo servizio militare era stato destinato ad una piccola caserma di provincia, in cima ad una collina bruciata dal sole e circondata da macigni e rovi. Una sera una banda di uomini armati attaccò la caserma. Ledion aveva da poco terminato il suo turno di guardia e stava riposando su una branda. Erano già calate le tenebre della notte. Ci fu un primo sparo, forse quello di una sentinella, seguito da raffiche di mitra. Ledion si alzò immediatamente dalla branda e col fucile uscì fuori dalla camerata dritto nello spiazzo delle adunate. Era un inferno: raffiche di colpi e scoppi di bombe a mano. Si buttò giù con la faccia nella polvere. Era buio pesto e sentiva il sibilo dei proiettili a pochi centimetri dalla nuca. Non finivano mai di sparare. Verso le due di notte gli attaccanti andarono via portandosi le armi e le munizioni tolte ai soldati. Ledion, però, ebbe il coraggio di sollevare la testa solo verso le cinque e col suo fucile in spalla si incamminò verso il paese natio.
A casa ci arrivò a piedi dopo circa tre giorni, e quando vi entrò trovò i suoi familiari che piangevano a lutto. Prima di lui era arrivata infatti una notizia dal comando militare di zona che lo dava per morto. Ledion abbracciò i suoi, nascose il fucile in soffitta e si presentò alle autorità militari locali. A tutti gridò che lui era ancora vivo.

Tra le mani forti e aspre la mola non gli pesava molto e intanto Ledion aveva terminato la prima fase del lavoro: aveva tagliato le quattro materozze che sorreggevano il cerchio. Adesso, dopo un caffè preso al distributore automatico, poteva iniziare a togliere le bave di ghisa in modo da consegnare un cerchio perfetto.
La seconda fase del lavoro era quella più lunga. Ledion si fermò a riflettere: quel sabato avrebbe lavorato quattro ore e lunedì avrebbe ripreso alle sette del mattino, calcolando poi un’ora di spacco avrebbe consegnato il cerchio finito entro le quattordici di lunedì. Niente male, dal momento che il responsabile della produzione gli aveva fissato la consegna per le diciassette. Avrebbe terminato il lavoro tre ore prima del previsto. Ledion era contento di prendere e, soprattutto, di mantenere gli impegni assunti.
Venti minuti prima che terminasse l’orario di lavoro, Ledion chiamò un algerino, Mohamed Kamel, che come lui era socio lavoratore della cooperativa. Kamel salì sul carrello elevatore perché Ledion voleva far cambiare posizione al cerchio e sistemarlo in modo che il lunedì successivo potesse iniziare a lavorare subito.
Spostare e capovolgere con un muletto un cerchio da venti quintali non è poi tanto difficile per Kamel che guida i carrelli elevatori da circa due anni, ma l’operazione risulta spesso difficile perché il pavimento dell’officina ha delle grosse buche in più punti che ostacolano le ruote del carrello.
Sistemato il cerchio di ghisa, Ledion attese il suo turno per fare la doccia sorseggiando un cappuccino preso al distributore. Delle tre docce esistenti nei servizi igienici del reparto solo una funzionava: le altre due erano perennemente otturate. Ledion però aveva pazienza e dopo la doccia uscì dalla fonderia. Ad attenderlo con un’auto un suo connazionale e poi via di corsa al vecchio casolare per raccogliere le poche cose possedute, e sistemarsi nell’abitazione presa in affitto.
La casa che Ledion doveva condividere con altri tre albanesi era piccola, con i servizi igienici fatiscenti e col pavimento di legno marcio: ad ogni passo si sentivano degli scricchiolii. Era comunque la loro casa e bisognava festeggiare.
Quel sabato sera andarono in pizzeria, bevvero birra ed erano allegri. Dopo la birra presero anche un limoncello e il bicchierino era talmente ghiacciato che avevano difficoltà a tenerlo in mano. Il sapore del liquore però era buono e bisognava brindare alla casa.
Quando uscirono dalla pizzeria erano felici e decisero di festeggiare anche il loro amico Markels che da un mese aveva ottenuto la patente per guidare l’auto. Gli consegnarono le chiavi della macchina e vi salirono. Il motore fu acceso e le ruote slittarono quando il provetto autista accelerò in una curva. Ledion era felice di stare in quell’auto, di avere al suo fianco dei connazionali, di avere un lavoro e da quel pomeriggio anche una casa con acqua corrente e calda, con la luce e il televisore e nel frigo una buona birra.
I pensieri di Ledion corsero anche al cerchio di ghisa che lo aspettava in officina, mentre l’auto era lanciata a folle velocità su un rettilineo della strada statale che da Treviso conduce a Feltre. Poi una curva. Un platano. Lo schianto. La fine.

[tratto dalla raccolta “Il bambino e l’avvoltoio e altri racconti” di Carlo Silvano]

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